La resistibile ascesa del divario tra Nord e Sud d’Italia

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Oggi tra Nord e Sud la differenza nel PIL per abitante è di circa il 45%. Una spaccatura che si traduce nel diverso livello di efficienza dei servizi, di opportunità di lavoro, di qualità della vita. Nel bel libro Il Paese diviso. Nord e Sud nella Storia d’Italia (Rubbettino, 2019), Vittorio Daniele, professore di economia all’Università Magna Graecia di Catanzaro e autore di ricerche fondamentali sullo sviluppo del Mezzogiorno, ci guida nella scoperta delle cause passate e presenti di questa divaricazione, approfondendo la storia politica ed economica dell’Italia dal 1861 ad oggi, con immersioni nel più lontano passato, per tal via abbattendo stereotipi, correggendo interpretazioni fuorvianti, non più sostenibili alla luce di nuove fonti, suggerendo promettenti proposte per una futura strategia del riequilibrio.

L’itinerario della progressiva divaricazione tra Nord e Sud tracciato da Daniele tra il 1861 e il 2018 si snoda in quattro successive epoche storiche.

1. Dall’ Unità al 1890: la formazione del divario

Il primo periodo copre i trent’anni che seguirono l’Unità, durante i quali, a dispetto di quanto è diffusamente ritenuto – ci avverte l’autore – il divario economico tra Nord e Sud è piuttosto contenuto. Il PIL tra le due aree differisce di una percentuale compresa, secondo gli studiosi, tra il 7% e il 15%. Ma fruendo il Sud di un livello di prezzi inferiore di circa il 15% rispetto al Nord, il tenore di vita nelle due aree era pressoché analogo. Altri indicatori, utili per misurare le condizioni di sviluppo, non mostravano grandi differenze, anche se globalmente il Nord registrava qualche vantaggio. Ampio era il divario nei livelli di alfabetismo, mentre, sia pur di poco, maggiore è il numero degli studenti universitari nel Sud rispetto al Nord. In Piemonte e Lombardia il 50% della popolazione era analfabeta, la quota superava l’80% al Sud; valori simili a quelli meridionali si registravano, però, anche nelle Marche e in Umbria. Nel 1861, l’aspettativa di vita, che in Italia era di circa 30 anni, non mostrava differenze tra Nord e Sud. Simile era pure la quota di poveri, così come le condizioni nutrizionali e di salute che, anzi, al Sud risultavano, in qualche caso migliori rispetto al Nord. Si consideri, per esempio, che il 40% dei giovani lombardi nel 1843-56 venne dichiarato inabile al servizio militare per malattie e imperfezioni fisiche. In Campania e Puglia, le percentuali erano nettamente inferiori. Nei settori produttivi, se l’industria del Settentrione, specie in Piemonte e Lombardia, mostrava segni di maggiore dinamismo, quella del Meridione ereditava dal passato preunitario esperienze di non trascurabile capacità, distribuite irregolarmente sul territorio. In agricoltura, il prodotto pro capite del Sud era maggiore di quello del Nord. Nei servizi, invece, era il Nord a presentare un vantaggio: significativo il divario nelle reti stradali e ferroviarie che, anche grazie alla morfologia dei territori, erano più estese nel Settentrione. Nei primi trent’anni postunitari, alcune scelte politiche favorirono la pur limitata divaricazione nei livelli di sviluppo. Come ricorda Daniele, le commesse statali si rivolsero quasi esclusivamente alle imprese settentrionali, mentre con la vendita dei terreni demaniali ed ecclesiastici si spostò ricchezza da Sud a Nord. Gli squilibri, poi, furono accentuati dall’incauta unificazione tariffaria, che gravò sulle economie più deboli, determinando una insostenibile pressione fiscale in regioni non avvezze a oppressivi regimi di esazione; e poi, negli anni Ottanta, aggravati dal protezionismo, frenante per l’economia rurale del Sud e propulsivo per quella industrializzata del Nord. Va, poi, ricordato l’impatto economico della guerra al “brigantaggio” che divampò nel primo quinquennio dopo l’Unità. Dal punto di vista politico e amministrativo, in quegli anni, il Sud è subalterno. Netta è l’egemonia della classe dirigente settentrionale che occupa i principali posti di governo, dell’apparato amministrativo, delle forze armate.

Tutti questi fenomeni furono causa di due effetti maggiori. Impedirono innanzitutto il recupero del Meridione nei tre decenni successivi all’Unità. Finirono quindi col modulare già in quel periodo la tendenza, divenuta una costante nei successivi novant’anni, a utilizzare strumentalmente le risorse dell’area più debole a vantaggio di quella politicamente ed economicamente più forte, fuori da un disegno strategico di sviluppo unitario, di riequilibrio tra le due aree, di creazione di un Paese unito, armoniosamente e paritariamente coeso, adeguatamente attrezzato per fronteggiare le sfide interne e della politica internazionale.

2. Dal 1890 al 1951: l’epoca della divergenza

La seconda fase, caratterizzata dalla continua crescita del divario tra Nord e Sud, ha avvio alla fine degli anni ’80 e si protrarrà fino alla metà del secolo scorso. È una lunga fase di divaricazione: il divario nel periodo passa dal 10 al 50%. Alla fine dell’Ottocento sono già attivi potentemente i due più importanti fattori di differenziazione. Da una parte si afferma il processo di industrializzazione che dall’Europa centro-occidentale si estende progressivamente al Nord-Ovest d’Italia, trasformandone radicalmente l’assetto economico, senza coinvolgere il Sud, che rimane ancorato a condizioni di arretratezza proprie di una tradizionale economia agricola, quand’anche percorsa a tratti da spinte innovatrici. Dall’altra, la creazione di un mercato duale in cui il Settentrione, per via del suo più favorevole contesto geografico, grazie alla contiguità con le nazioni più avanzate d’Europa e al più agevole accesso a fonti di energia e a materie prime strategiche, opera in maniera ben più dinamica e propulsiva, mentre il Sud, imbrigliato da un’orografia difficile, da una demografia meno densa, da infrastrutture carenti, che rendono particolarmente costosi i collegamenti tra luoghi di produzione e di consumo, soffre per l’esiguità del suo mercato interno e per la bassa produttività. Ciò si riflette sulle sue prospettive di crescita.

Gli studi di Vittorio Daniele, pur evidenziando gli effetti dei fattori sociali e politici, individuano le cause principali del divario postunitario nei fattori geografici ed economici che determinarono la più ridotta produttività del Sud. Ragioni che inducono l’autore a negare ogni efficacia esplicativa alle teorie antropologiche o genetiche di lombrosiana memoria; e a ridiscutere le certezze di Robert Putnam su un “superiore” lascito culturale della civiltà comunale nelle società del Centro-Nord .

Negli anni precedenti la Prima guerra mondiale, dunque, «il meccanismo del dualismo economico si era messo in moto e le condizioni, perché si autoalimentasse, erano (tutte già) presenti». La storia della successiva ancor prorompente divaricazione era stata già allora disegnata nei suoi assi portanti.

A questa dinamica di differenziazione, nella prima metà del Novecento la storia politica e sociale offre ben altri fattori. A un Nord-Ovest oramai industrializzato nel cuore dell’Europa, le due guerre e il fascismo, grazie a politiche di commesse mirate prevalentemente a favore dell’industria del Nord, forniscono straordinarie ulteriori occasioni di spinta, mentre il Sud è relegato, nella sua “lontananza”, a versare contributi abnormi di sangue nelle guerre mondiali e nelle avventure coloniali del regime, a cedere forza lavoro e intellettuale attraverso i massicci processi migratori, rimanendo vincolato a uno scenario prevalentemente agricolo privo di propulsione.

«Al termine della prima guerra mondiale, l’economia italiana era oramai polarizzata: la base industriale si concentrava nel Settentrione, mentre il Meridione rimaneva largamente rurale. Questo squilibrio, oramai consolidato, era destinato ad allargarsi nel ventennio fascista. Il periodo tra le due guerre mondiali fu, infatti, l’epoca in cui il divario tra le due aree d’Italia crebbe maggiormente». Confermando la costante di una politica subalterna, «gli interessi del Mezzogiorno si presentarono, invece, come secondari, se non del tutto marginali nel quadro politico (dell’epoca)». Sicché se all’inizio del periodo fascista la differenza di PIL tra le due Italie era del 20%, alla fine della Seconda guerra mondiale essa era cresciuta fino al 50%. A metà del secolo le due parti d’Italia appaiono nettamente divise: per PIL, servizi, infrastrutture, qualità della vita.

3. Dal 1951 al 1970: la convergenza economica

I 20 anni tra il 1951 e il 1970 costituiscono un’epoca del tutto particolare. Dopo novant’anni di ampliamento progressivo della forbice, quello è il periodo della convergenza: da una differenza di PIL del 50% si arriva nel 1970 al 35%. Quattro i grandi fattori alla base dell’inversione di tendenza:

  1. l’intervento straordinario per il sostegno all’industrializzazione attuato attraverso la Cassa del Mezzogiorno (poi sostituita dall’Agenzia per il Mezzogiorno). Fino al 1992 la spesa per lo sviluppo del Sud rappresenta circa l’1% del PIL nazionale;
  2. l’emigrazione intensissima produce assorbimento di disoccupazione e cospicue rimesse degli emigranti;
  3. la creazione del Mercato Comune stimola le esportazioni, aumenta la domanda, incentiva la produzione.

Ma il fattore principale del recupero è una regìa politica consapevole, che si manifesta nel clima fertile della ricostruzione postbellica, in coerenza con i grandi assi costitutivi del rilancio del Paese: rifondazione istituzionale, ricostruzione economica, collocazione dell’Italia nella prospettiva di una integrazione europea. In questo contesto, il rapporto Nord-Sud incontra per la prima volta una mirata politica del riequilibrio, che vede nello sviluppo del Sud una priorità essenziale, funzionale alla crescita del Paese e al ruolo di pari dignità che questo intendeva disegnarsi, con uno sviluppo omogeneo, nello scenario internazionale postbellico. È verso questo obiettivo che la classe dirigente dell’epoca (Alcide De Gasperi, Pasquale Saraceno, Donato Menichella, Rodolfo Morandi) profuse un impegno del tutto sconosciuto in passato. «Fino ai primi anni Settanta, l’intervento straordinario ha certamente contribuito alla crescita delle regioni meridionali dotandole di infrastrutture e di impianti industriali che, senza il sostegno pubblico non sarebbero sorti». Dopo 20 anni di intervento straordinario il divario si riduce al 35%, il tenore di vita nel Sud è considerevolmente migliorato, anche se, causa la sua progettualità top-down, esso non riesce a sviluppare adeguatamente, come sarebbe stato necessario, il sistema imprenditoriale locale.

4. Dal 1971 ai giorni nostri: la ripresa del divario

Dopo gli anni ’70, esaurita nel Paese la spinta generale all’industrializzazione, e subentrata alla Cassa l’Agenzia per lo sviluppo del Mezzogiorno, si affermò, nella gestione dell’intervento straordinario, una fase di netta regressione, che portò, nel 1992, alla sua cessazione definitiva. Le politiche meridionaliste pagano lo scotto del diffondersi nel tessuto politico e sociale del Paese di un localismo clientelare e di una corruzione pervasiva, e nel Sud anche dell’espansone delle criminalità mafiose: forze irresistibili di arretramento che proliferano all’ombra di uno Stato debole e inefficiente. Il successivo tentativo di assicurare una politica di sostegno attraverso una “Nuova programmazione” (patti territoriali, contratti d’area e di programma), produsse risultati deludenti in un quadro nazionale di generali, acute difficoltà economiche, quali quelle generate dalla crisi petrolifera mondiale, e di forte contenimento della spesa pubblica.

Già dalla metà degli anni ’70 il divario riprende a crescere. Il rapporto Nord-Sud ritorna al passato, alla subalternità delle politiche verso il Sud, al privilegio dell’austerità sulle necessità dello sviluppo. La differenza nel PIL per abitante risale progressivamente negli anni al 45 per cento. Nei decenni successivi, parallelamente al progressivo scivolamento del Paese verso scenari di difficoltà economica e sociale, si indeboliscono i fattori politici e ideali di spinta che avevano favorito la convergenza:

  1. la quota d’investimento al Sud scende progressivamente dall’1% del PIL fino a un magrissimo 0,15% nel 2015;
  2. la disoccupazione si traduce in un’intensa emigrazione giovanile, che causa l’impoverimento intellettuale e demografico del Sud;
  3. sul versante europeo le politiche di coesione danno risultati del tutto insufficienti, tradite dalla non complementarietà degli interventi nazionali e dagli approcci assistenziali locali;
  4. l’attenzione della classe politica a una strategia storica del riequilibrio Nord-Sud si indebolisce via via sia a livello nazionale che locale, mentre si diffondono le insidie soffocanti del potere delle mafie e si aggravano le debolezze della Pubblica Amministrazione.

In sostanza, si perde via via, dopo gli anni Settanta, la lezione preziosa (pur con luci e ombre) dell’epoca della convergenza (1951-75); e l’Italia riprende, a suon di errori e distrazioni strategiche, il percorso consueto della divaricazione. Il Sud, riconsegnato al suo sterile destino di appendice subalterna, rinuncia alla speranza di assumere un giorno il ruolo storico di “coprotagonista” nel quadro di interdipendenza con il resto del Paese: e l’Italia, ancora nettamente divisa, oggi si presenta irrisolta, più infiacchita, di fronte alle sfide europee dell’indebitamento pubblico e a quelle mondiali della globalizzazione.

Proprio per combattere i fattori frenanti, così analiticamente individuati, Vittorio Daniele suggerisce una articolata “panoplia” degli interventi necessari per una efficace rimozione del dualismo e della divaricazione. Premesso che «la rifondazione dello Stato» si pone al Sud quale condizione imprescindibile di ogni politica di nuova convergenza verso il Nord d’Italia e l’Europa, se i vincoli all’accesso ai mercati nazionali e internazionali sono stati un fattore di ritardo, trasporti efficienti costituiscono oggi una necessità irrinunciabile per la collocazione competitiva delle produzioni meridionali. Se il collegamento tra logistiche portuali e mercati nazionali, europei ed extraeuropei, ha frenato la funzione strategica della nostra rete marittima nel centro del Mediterraneo, appare fondamentale eliminare le criticità che ancora permangono nelle infrastrutture stradali e ferroviarie, per assicurare per via marittima l’approvvigionamento dei mercati mondiali. La grave sottovalutazione delle eccellenze qualitative dei prodotti agricoli del Sud, ai vertici dei valori mondiali, ne impoverisce il potenziale rendimento economico. Così come la mancata progettualità di una nuova, compatibile offerta turistica, forgiata su proposte culturali, ecologiche, paesaggistiche, gastronomiche, proprie di un ecosistema mediterraneo unico, fa perdere al Sud le opportunità della sempre più interessata domanda mondiale potenziale. Fanno parte di questa “panoplia” dello sviluppo, suggerita da Daniele, le tecnologie informatiche che offrono peculiari opportunità per il Mezzogiorno, in quanto slegate da «vincoli geografici o localizzativi»; una emigrazione di ritorno, portatrice di risorse intellettuali di eccellenza, sviluppate in Istituti di formazione italiani e mondiali del più alto livello; la rottura del localismo storico, che ha negato al Sud il riconoscimento propulsivo di una vocazione europea, mediterranea, internazionale, e che politiche ben più mirate di integrazione possono recuperare e promuovere. Va da sé che questi obiettivi, se sostenuti da una dimensione finanziaria finalmente rispettosa di un’equa ripartizione della spesa statale tra Nord e Sud (un’equità frequentemente mancata), mutuando, con le opportune correzioni, lo spirito degli anni 1950-70, potrebbero riaprire una nuova fase della convergenza, trasformando il ruolo del Sud in una decisiva occasione di crescita e benessere per tutto il Paese.

Mario Bova

Mario Bova, meridionalista, è stato ambasciatore a Tirana e a Tokyo nonché direttore generale per l’Unione Europea del Ministero degli Affari esteri.

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