Il buio in fondo al tunnel

22/05/2020 di:

Ho il sospetto che non ci rendiamo conto di quel che ci aspetta in un futuro che è già presente. Tutti i buoni propositi per il dopo (che comunque rischia di durare ancora a lungo), anche quelli “democratici” e soi-disant progressisti (ma hanno ancora una valenza semantica questi termini in questi tempi?), partono da quelle che si pensa siano esperienze positive maturate in questi mesi.
Faccio un esempio: lo smart working. Grande soddisfazione sia da parte dei promotori sia degli utenti. I promotori, cioè quasi sempre quelli che un tempo si chiamavano “i padroni”, perché vedono davanti a loro una pianura verdeggiante e fiorita di risparmi: riduzione degli spazi nella sede e di costi fissi, riduzione anche di personale, raggiungibile comunque sempre, innanzi tutto. Gli utenti perché si credono più liberi: certi lavori si potrebbero fare con orari più graditi, si annullerebbero comunque i tempi morti per andare in ufficio e tornare a casa, riducendo così anche l’inquinamento, niente più code per mangiare un cattivo panino nel bar sotto l’ ufficio, senso di autonomia. Ma in cambio di questa autonomia illusoria regalo il mio “privato”: quello che una volta si chiamava “il padrone” mi entra in casa, in qualche modo se ne impossessa e senza che io me ne accorga mi condiziona anche lì. In compenso posso fantasticare di essere un libero professionista… E gli spazi ristretti? bilocali con cucina, figlio e suocera a carico?
Marito moglie e figlio/a liceale o universitario/a in un’unica stanza con tre computer, quando va di lusso, mentre il nonno brontola perché vuol vedere la televisione? E la quantità di posti in cui la rete non arriva?

Non parlo dei giovani: già oggi molti adolescenti hanno problemi di comunicazione diretta e passano ore e ore chiusi in sé stessi davanti allo schermo o curvi digitando freneticamente sullo schermino del cellulare. I tacchini d’allevamento sono in gabbia, ma almeno stanno insieme… Eppure già si progetta una scuola fondata su possibili forme di contatti a distanza, evitando così di costruire o allestire edifici scolastici decenti (i cui soffitti non crollino sulle teste degli studenti e in cui magari ci siano biblioteca, laboratori e palestra), col risultato che adolescenti già con difficoltà comunicative si isoleranno sempre di più.
Ma anche pensando che quanto sopra sia una mia esagerazione distopica, resta il fatto che siamo animali sociali, che la creatività si accende spesso nel contatto diretto, che tante idee, e non solo i pettegolezzi, possono nascere parlando con un collega alla macchinetta del caffé, che la comunicazione passa anche, se non soprattutto, lungo le correnti fisiche che spesso a nostra insaputa si trasmettono tra interlocutori e colleghi: uno sguardo, un moto involontario, la posizione del corpo, una tensione o un rilassamento: c’è anche una disciplina che studia tutto ciò, la prossemica, di gran moda negli anni Settanta. E soprattutto da secoli c’è il teatro, che sulla presenza fisica e sullo scambio fisico ed emotivo tra gli attori e il coro degli spettatori si basa. E così vale per la musica: nessuna registrazione, anche la più tecnicamente perfetta, darà l’emozione della sala da concerto. Come dimostra anche il cinema, che proprio sembrerebbe estraneo alla fisicità: ma è esperienza di tutti che fa differenza vedere un film da soli, o dispersi in pochi in una sala vuota, e vederlo invece in una sala piena, dove circolano correnti emotive tra gli spettatori. Pensiamo davvero che fare sesso con una bambola gonfiabile sia più soddisfacente che farlo, diciamo così, dal vivo?

C’ è un altro tema che lascia poco sperare: gli anziani, cioè quelli di noi dai 65 anni in su. In Italia sono 14 milioni, quasi un terzo della popolazione complessiva. Sono quasi sempre una risorsa: per il paese, per le famiglie, specie quelle con bambini e i genitori occupati, per i nipoti. A volte anche finanziaria: molti sono pensionati e, magari con sacrifici, possono aiutare figli disoccupati o a basso reddito. Spesso accudiscono i nipoti, li vanno a prendere o li accompagnano a scuola. Spesso, specie nelle periferie delle grandi città o nei paesi (ci si dimentica che l’Italia è un paese di piccole città e di borghi) li si vede giocare a scopa o a briscola nei bar: sembrano goderselo, quest’avanzo di vita che gli resta. Da quando è scoppiata l’epidemia non più. All’ improvviso, se contagiati, dovevano essere sacrificati per primi: per lasciare i pochi posti letto ai contagiati più giovani. Cosa che succede spesso in situazioni di insufficienza ospedaliera, ma in seguito a scelta dolorosa e silenziosa del medico. Questa volta è diventata una norma burocratica: i dilemmi morali sono diventati un lusso. E a quelli che erano nelle case di riposo gli hanno rifilato accanto i contagiati per i quali non c’era più posto nei mirabolanti megaospedali regionali. Poi dice: Eh, i vecchi si sa, muoiono per primi. Si è anche ventilato che dai 60 anni in su dovessero stare chiusi in casa senza termine ad quem. Ora mi sembra di percepire una posizione che si vorrebbe “realistica”: si sa che i vecchi sono più fragili, meglio tenerli lontani dai nipoti che, anche se indenni dal virus, possono comunque essere portatori sani e contagiare inconsapevolemente il nonnino. Allora li mettiamo tutti negli ospizi? Altroché sorvegliare e punire!

E sì che l’uscita dalla fase acuta della pandemia potrebbe essere un’occasione straordinaria per ricominciare il cammino su nuove strade. Per esempio sarebbe finalmente possibile mettere mano a un progetto territoriale tipo quello che Guido Viale prospetta da anni, con la perseveranza di Catone il censore con il cestellino di fichi e il suo Carthago delenda est. Oppure risistemare tutta la rete delle dissestatissime strade provinciali, vero sistema circolatorio d’Italia, altroché TAV! Restaurare gli edifici scolastici, spesso periclitanti, anziché caldeggiare masturbatorie didattiche a distanza! Regolarizzare sul serio almeno 600.000 persone senza diritti e senza permesso di soggiorno e consentir loro di fare lavori per cui non ci sono italiani disponibili (potrei testimoniarlo in tribunale). Magari anche ridare linfa alla sanità locale (fino alle sciagurate riforme cielline e non solo era una delle migliori d’ Europa). Approfittare di questa fase si spera intermedia tra l’epidemia e la sua fine per fornire finalmente le città di piste ciclabili vere, che non siano incitazioni al suicidio ma una seria alternativa al traffico automobilistico. E magari prima di progettare faraonici quartieri per arabi miliardari provvedere a costruire parcheggi, sotterranei o verticali, per far respirare la viabilità cittadina (e i polmoni degli abitanti). Non sono cose irrealizzabili: basta andare in Germania o in Svizzera e copiare.

Non scrivo sotto fumo: gruppetti sparuti di gente che vuole la luna ripetono queste stesse cose da anni, e molto meglio di me.
Però son consapevole di sognare. Do you remember Confindustria and Mr Bonomi? e la forza delle mafie? e la precarietà europea? Una sessantina d’anni di fragile unione e prima almeno sette secoli di guerre reciproche: ce ne vuole di speranza e di buona volontà per ricominciare sempre da capo!
Ma se anche avessimo le migliori idee del mondo è il paese che non le può recepire: un sistema politico stressato; una burocrazia da Impero Austro Ungarico che ci vorrebbero Hašek e il suo soldato Sc’veìk per districarsi, oppure Totò; una malavita che ha infettato tutto, ma proprio tutto il sistema; una diffidenza secolare (e spesso giustificata) tra cittadini e Stato; l’assenza di una classe di riferimento…
Eppure bisogna continuare a raccontarcele, le nostre speranze. Si persevera per dare un senso alla nostra vita.