Libertà e buona sorte

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«E in virtù d’una Parola / Ricomincio la mia vita / Sono nato per conoscerti / Per chiamarti / Libertà». Così Paul Éluard conclude la sua celebre poesia, pubblicata clandestina nel 1942 e qui proposta nella traduzione di Franco Fortini. Ma che cos’è la libertà? Un concetto che forse davamo per scontato fino al mese scorso. Tuttavia, quando un’idea astratta si confronta con una nuova realtà, e non collima, richiede una rielaborazione. E se un nostalgico sguardo all’indietro, verso le abitudini perdute, è una naturale strategia d’evasione, arriva prima o poi il momento di pensare a un futuro che non può essere il semplice ripristino delle condizioni precedenti.

Stipare frettolosamente nel bagaglio quanto abbiamo in casa può essere sufficiente per una vacanza, ma non per affrontare un viaggio, la cui meta tra l’altro è sconosciuta. Per questo occorre selezionare e portare con sé l’essenziale, restando aperti a ciò che di volta in volta troveremo sul cammino. È insomma richiesto un intimo spirito di avventura. Un po’ quella che muoveva i cavalieri erranti dei poemi, ma anche – per restare su modelli meno eroici e a noi più vicini – il protagonista di Tutti i nomi di Saramago (https://volerelaluna.it/caffe-letterario/2020/02/15/tutti-i-nomi-che-abbiamo-lordine-e-il-caos/), che dal suo cantuccio isolato trova il coraggio di rimettersi in discussione dopo che l’ingranaggio è saltato e vita e morte si confondono.

Per prepararci possiamo intanto far nostre quelle virtù che Machiavelli riconosce a un bravo politico: la solidità e la duttilità (aveva già inventato il concetto di resilienza!). Solitamente, avverte, l’uomo è rigido e quindi ha successo solo se si presenta una situazione conforme al suo carattere. Ma l’intelligenza, anche nella nota massima di Einstein, è invece data dalla capacità di cambiare quando necessario. E la libertà, a meno di non volerne adottare la definizione minimalista, ha molto a che fare con queste doti.

Non possiamo cioè limitarci a considerare la libertà come mera assenza di impedimenti (una libertà da qualcosa), ma va contemplata anche la presenza di opportunità, ossia di mezzi e risorse favorevoli (la libertà di fare qualcosa). Risparmiare sui beni pubblici, ad esempio, non lede la libertà nella sua prima accezione, ma la erode notevolmente se abbracciamo la seconda e più complessa declinazione. E con questa libertà, esterna, dialoga costantemente il soggetto, con le proprie capacità di scelta, che tradizionalmente chiamiamo libero arbitrio. Ma in che grado questo si sviluppa spontaneamente?

Non si tratta infatti di essere liberi o non liberi (i ragionamenti binari funzionano solo come modelli), ma di livelli maggiori o minori di libertà. Entra allora in gioco anche il grado di maturazione di una qualità personale, e quindi un’educazione intesa nel suo significato etimologico di “trarre fuori” una dote innata (i famosi talenti della parabola). Che tenga conto delle innegabili differenze individuali di partenza e, realisticamente, per quanto ricalibrata dall’equità, di arrivo. Che non faccia a meno di regole, ma, proprio perché guida e non giudice, attentissima a porne solo di sensate, e mai con lo scopo di prevaricare bensì di servire.

Tornando all’oggi e ai casi concreti, in questi giorni la domanda a cui ci è chiesto di attenerci prima di muoverci è «è necessario?». Mi parrebbe più sensato «è dannoso?», perché va al cuore della questione. E ancora, da parte di chi decide, «è proprio necessaria questa restrizione?» è preferibile a «è proprio necessaria questa libertà?». Se vogliamo buone risposte occorre porre buone domande. «E giustizia e pietade, altra radice / avranno allor che non superbe fole, / ove fondata probità del volgo / così star suole in piede / quale star può quel ch’ha in error la sede», Leopardi, La ginestra. Tradotto all’ingrosso: le virtù civili traballano se non poggiano sulle giuste basi. Anche perché eliminare indiscriminatamente tutto il non necessario è la stessa logica che ha portato a tagliare continue risorse a ricerca e cultura.

È tipico dei poeti essere incredibilmente ficcanti, riuscire a coniugare molteplici concetti e infinite disquisizioni filosofiche in una manciata di versi. Del resto la prosa spiega, analizza, suddivide. La poesia invece unisce, usa il simbolo (syn ballo, “metto insieme”, il cui contrario è dia ballo, “metto attraverso, separo”, da cui “diavolo”). È per questo che in quel bagaglio di cui sopra trova posto quel magnifico inno alla vita e alla libertà che è Il canto della strada aperta di Walt Whitman. L’inizio può sembrare quanto di più lontano da ciò che stiamo vivendo:

A piedi e a cuor leggero, prendo la strada aperta.
In piena salute, libero, il mondo davanti a me,
Dinnanzi a me il lungo sentiero buio che mi conduce dovunque io voglia.

Ma è questa in fondo la «strada» sconosciuta che ci aspetta, per percorrere la quale è importante mantenerci lucidi, in «piena salute» fisica, mentale, spirituale anche adesso, senza farci manipolare da chi vorrebbe non tanto regolamentare le azioni, ma gestire e censurare le emozioni.

D’ora in poi non chiedo più la buona sorte, io stesso sono la buona sorte,
D’ora in poi non mi lamento più, non rimando più, nulla mi serve,
Basta con i rimpianti al chiuso, le biblioteche, le critiche querule,
Forte e contento viaggio sulla strada.

Che non è il mito del self made man come lo conosciamo oggi, in forma deteriorata e più che mai insostenibile, bensì l’assunzione di una responsabilità insieme individuale e collettiva che rende Whitman il «poeta della democrazia».

Qui la lezione profonda dell’accoglienza, senza preferenze né rifiuti, […]
Tutto passa e passo anch’io, ogni cosa passa e nulla può essere fermato,
Nessuno che non sia accettato, nessuno che non mi stia a cuore.

Fino agli animali, agli uccelli, agli insetti, all’erba che dà il nome alla sua più celebre raccolta. Anche chi non ha voce ha diritto alla “cura”. Anche i bambini mi verrebbe da dire in questo particolare frangente, spesso viziati ma poco ascoltati nel loro non essere semplici adulti in miniatura come nei quadri medievali.

Credo che chiunque io veda debba essere felice. […]
Ora conosco il segreto di come si fanno le persone migliori,
Che è di crescere all’aria aperta, e mangiare e dormire in armonia con la terra. […]
L’effusione dell’anima passa dalle splendide porte della legge e sollecita le domande:
Questi aneliti, perché ci sono? Questi pensieri al buio, perché ci sono?

Avremo bisogno di teorie, certo, ma non fatte a tavolino, bensì traducibili in buone pratiche, che sappiano dialogare con le reali e variegate esigenze della vita, con i casi concreti sempre unici e imprevedibili. Perché è sul campo dell’esperienza quotidiana che poi si fanno i conti, che gli ideali hanno la loro verifica.

Qui [sulla strada] è la prova della saggezza,
La saggezza non può essere valutata nelle scuole,
La saggezza non passa dall’uno all’altro,
La saggezza appartiene all’anima: ha in sé la sua validazione. […]
Ora riesamino filosofie e religioni,
Possono esser giuste nelle aule scolastiche, ma non lo sono per nulla
sotto le nuvole spaziose, lungo i paesaggi e le acque fluenti.

È la trasposizione in versi della morale kantiana: la legge dentro di me che deriva dalla comprensione delle innumerevoli costellazioni che compongono il cielo sopra di noi. E se Whitman si definisce «padrone di stesso» è in un’accezione diametralmente opposta all’hybris, l’orgogliosa tracotanza degli antichi greci, bensì di spoliazione, alla stregua di Pessoa quando esorta: «Siediti al sole. Abdica e sii il re di te stesso». E allora, se il grado di libertà è dato dall’opportunità e dalla capacità di compiere la scelta migliore in determinate circostanze, più la visione è cristallina, priva di brame, e più questo aumenta. Se accettiamo che la vita in sé è solo fino a un certo punto in mano nostra, a noi resterà chiara la scelta di come viverla, con cosa vogliamo riempirla di senso. Non è poco.

Ascolta, sarò sincero con te,
Io non ho da offrire antichi facili premi, ma offro premi nuovi e difficili. […]
E questi sono i giorni che dovrai passare:
Tu non ammasserai ciò che si chiama ricchezza,
Tu distribuirai con mano generosa ciò che guadagni o ottieni […]
Hanno avuto successo le lotte passate?
Cosa ha avuto successo? forse tu? la tua patria? o la Natura?
Ora ascoltami bene – è nella natura delle cose che da ogni successo,
qualunque esso sia, ne derivi qualcosa che renda necessario un impegno maggiore. […]
Ecco compagno! Ti do la mano!
Ti do il mio amore, più prezioso del denaro,
Ti do me stesso, al posto di regole o prediche;
Ti darai tu a me? vuoi venire in viaggio con me?

Marica Romolini

Marica Romolini, nata nel 1982, italianista. Ha scritto saggi sulla poesia italiana del Novecento (in particolare, Montale), lavora per una Fondazione Culturale e come libera professionista nell'ambito della comunicazione e progettando laboratori creativi.

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