La saggezza di Fra Cristoforo e i decreti sul Coronavirus

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«In quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito, così all’ingrosso, che c’eran ordini severissimi di non lasciar entrare nessuno, senza bulletta di sanità; ma che in vece ci s’entrava benissimo, chi appena sapesse un po’ aiutarsi e cogliere il momento». Siamo al capitolo XXXIV dei Promessi Sposi, che, dopo l’analisi storica della peste, torna a seguire le vicende del protagonista. Torna cioè a focalizzare l’attenzione sulla persona, che si trova di fronte al difficile compito di far dialogare i propri progetti di vita (sposare Lucia) con le necessità di un mondo in preda all’emergenza.

L’incipit mette in chiaro un presupposto fondamentale. Davanti a questioni primarie, che spogliano il vivere civile delle sue illusioni (anche positive, come quelle foscoliane), la burocrazia si rivela per quel che è: carta. Cercare di rispondere con decreti e certificazioni a eventi di forza maggiore rivela allora l’impotenza della legge, presa di per sé. Quello che sta succedendo in questi giorni ripropone un’evidenza, che tuttavia abbiamo faticato a mettere in cima alle priorità nelle agende ordinarie. Ossia che nessuna legge – in quanto rigida, generale e astratta – garantisce di per sé la giustizia, se non è vivificata dall’intelligenza e dalla responsabilità. Ma se la responsabilità è l’altra faccia della medaglia della libertà, ne consegue che più libertà si toglie meno responsabilità si ottiene, instaurando così un circolo vizioso senza fine.

Un’altra evidenza è che l’essere umano non è una macchina (e questo è il motivo per cui la tecnocrazia alla lunga non funziona). Non tenere conto di spinte innate come il bisogno di socialità e di movimento vuol dire derivare le scelte dalla mera teoria. O, meglio, da saperi parcellizzati, di stampo solitamente scientista, che non considerano il fattore umano. Non sono riuscite a tacerlo le dittature, dove si sono sempre trovate strategie sotterranee volte a salvaguardare la libertà, benché sotto la minaccia di tortura e morte. Non ci sono riuscite le politiche proibizioniste. Non ci riusciremo ora, in quanto la magnanimità non è una qualità imponibile, ma solo coltivabile in tempi non sospetti. Il che, ovviamente, non vuol dire assenza di buone norme, ma promozione di un’adesione sensata e il più possibile volontaria. Uno scarto di pensiero, che passa dal «rinuncio a tutto ciò a cui è possibile rinunciare» al «rinuncio a tutto ciò a cui ha senso rinunciare». Per quanto ne dicano i social al momento, la frusta non ha mai educato nessuno. Perché la fermezza, per essere davvero rassicurante, non è durezza o repressione. Nella comunicazione, che è specchio di pensiero, il «non si può» non dovrebbe precedere il «si può», che invece vanno di pari passo, con una priorità del secondo rispetto al primo. È l’annosa questione del bicchiere. Il pensiero dicotomico si chiede: è mezzo pieno o mezzo vuoto? Il pensiero complesso vede che è entrambe le cose al contempo. Abbiamo invece finito per confondere, in un dibattito che procede a colpi di hashtag, la semplicità con il semplicismo. Quisquilie linguistiche? Sulla banalità del male avrebbe ancora molto da dire Hannah Arendt.

Ma «torniamo finalmente a’ nostri personaggi», come dice Manzoni, e in particolare a Renzo, a cui «quella solitudine, quel silenzio, così vicino a una gran città, aggiungevano una nuova costernazione […] e rendevan più tetri tutti i suoi pensieri». Diretto al lazzaretto per cercare Lucia – lui che la peste l’aveva già avuta – elude senza troppi problemi i controlli. Sulla strada prima rischia, levatosi il cappello in saluto, il linciaggio da parte di un uomo, che racconterà poi a casa di aver incontrato un untore e che «quelli che sostengono ancora che non era vero, non lo vengano a dire a me; perché le cose bisogna averle viste». Del resto «quando un’opinione regna per lungo tempo, e in buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte le uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione». Poi vede «a un terrazzino d’una casuccia isolata, una povera donna, con una nidiata di bambini intorno», a cui dona due pani. Renzo agisce per caritas. Una virtù che si oppone all’«abbominevole macchina della tortura […] rizzata in quel luogo, e non in quello soltanto, ma in tutte le piazze e nelle strade più spaziose, affinché i deputati d’ogni quartiere, muniti a questo d’ogni facoltà più arbitraria, potessero farci applicare immediatamente chiunque paresse loro meritevole di pena: o sequestrati che uscissero di casa, o subalterni che non facessero il loro dovere, o chiunque altro. Era uno di que’ rimedi eccessivi e inefficaci de’ quali, a quel tempo, e in que’ momenti specialmente, si faceva tanto scialacquio».

Manzoni non risparmia nel suo giudizio nemmeno la folla, che, «coraggiosa e guardinga alla rovescia, aggiungeva ora angustie all’angustie, e dava falsi terrori, in compenso de’ ragionevoli e salutari che aveva levati da principio». Alla «rovescia» perché o minimizzante e incurante del contagio, o allarmata per le cose sbagliate. Non è, ai giorni nostri, l’aria aperta o la camminata in sé a trasmettere il virus, bensì la vicinanza tra le persone. È diverso. Ed è importante focalizzarsi, anche comunicativamente, sul concetto principale. Stare prevalentemente a casa non vuol dire isolarsi, non poter parlare ad esempio con i vicini da terrazza a terrazza e magari, chissà, anche leggersi a distanza qualche novella. I social, su cui molti stanno riversando la propria voce, come già prima, possono essere un’aggiunta ma in nessun modo un succedaneo.

Perché altrimenti si trasforma la prevenzione in prigione. E, soprattutto, rischiamo di perdere quell’umanità che è alla base di una vita che non sia solo bios. Per la quale, si badi bene, stiamo facendo tutto questo. Dobbiamo insomma restare aperti, in modo diverso. Alla retorica della paura, della repressione, della chiusura è il momento di sostituire una comunicazione benevola, della solidarietà, dell’esplorazione mentale, dello spalancarsi di nuovi orizzonti creativi. Le migliori scoperte sono sempre nate dagli ostacoli. E così la contentezza, che deriva per l’appunto dal latino contentus, contenuto, ossia ciò che riempie, ma anche ciò che sta all’interno di limiti.

L’esistenza insomma non è un involucro vuoto: quell’humanitas che le dà senso e i valori, in primis la libertà, che la sorreggono restano irrinunciabili. In un’epoca in cui il business, e quindi l’efficientismo, è diventato il principio portante, occorre ricordare che la vita, come già scrisse Alessandro D’Avenia qualche mese fa, non si misura in giorni ma nell’unità della giornata. Per concepire la quale occorre forse anche un po’ accettare, se non la morte, almeno la nostra mortalità. È la predica di padre Felice, che ai guariti ricorda l’importanza di rivolgere «un pensiero ai mille e mille che sono usciti di là», indicando il cimitero, e «ai mille e mille che rimangon qui, troppi incerti di dove sian per uscire». Affinché «ricevano edificazione dal nostro contegno», senza ostentare una «gioia mondana d’avere scansata quella morte» ma altresì senza raggomitolarsi su di sé, «sentendo ora più vivamente che la vita è un […] dono».

Ma qual è allora il punto di equilibrio tra diritti individuali e responsabilità collettiva? Qual è il confine tra tutela ed eccesso di rigidità, che precipita anche i migliori intenti nel loro contrario? La risposta ce la dà Fra Cristoforo. Al lazzaretto dove Renzo rincontra il frate, donne e uomini sono separati, ma Renzo non si arrende e desidera ritrovare la sua Lucia. Dice il padre cappuccino: «La regola è giusta e santa, figliuolo caro; e se la quantità e la gravezza de’ guai non lascia che si possa farla osservar con tutto il rigore, è una ragione questa perché un galantuomo la trasgredisca?». «Ma padre Cristoforo! – disse Renzo: – Lucia doveva esser mia moglie». «Non so che dire […] tu vai con buona intenzione; e piacesse a Dio che tutti quelli che hanno libero l’accesso in quel luogo, ci si comportassero come posso fidarmi che farai tu. Dio, il quale certamente benedice questa tua perseveranza d’affetto, […] Dio, che è più rigoroso degli uomini, ma più indulgente, non vorrà guardare a quel che ci possa essere di irregolare in codesto tuo modo di cercarla. Ricordati solo, che, della tua condotta in quel luogo, avremo a rendere conto tutt’e due; agli uomini facilmente no, ma a Dio senza dubbio».

Dove a essere in gioco è una ben altra idea di giustizia. Ma anche, si noti, di famiglia. Che cos’è un nucleo familiare, i cui componenti oggi possono continuare a vedersi? L’amore ha molte forme e situazioni liminali. Ci sarà da discuterne, una volta finita l’emergenza, insieme a diversi altri concetti dati per scontati. Come fu per le donne nel dopoguerra, che, dopo l’impegno nei lavori vacanti e non solo, ottennero il voto, potremmo diventare più consapevoli dei diritti di tutti, e chiederli a gran voce. Quello che ci aspetta è lo stesso percorso di formazione che compie Renzo nel romanzo, e che giunge nel confronto con il frate del capitolo XXXV al suo compimento. Questi infatti lo ammonisce anche sul desiderio di vendetta e i facili giustizialismi, perché: «Tu lo sai, tu, quale sia la giustizia»?

Quando Renzo finalmente ritrova l’amata, guarita anch’essa, Lucia d’istinto lo rimprovera della venuta: «Ah, cos’avete fatto! E in questo luogo! tra queste miserie, tra questi spettacoli! qui dove non si fa altro che morire, avete potuto…!». Ma Renzo, ormai saggio, ribatte: «Quelli che moiono, bisogna pregare Iddio per loro […]; ma non è giusto, né anche per questo [e non lo è proprio per questo], che quelli che vivono abbiano a vivere disperati». Il sacrificio (etimologicamente, fare il sacro) non è sacrificazionismo. Per lo stesso motivo Fra Cristoforo scioglie il voto di verginità di Lucia, preferendo ancora una volta l’amore agli idealismi, alla fissità del pensiero, alla formalità. Questa, infine, è la sua benedizione: «Amatevi come compagni di viaggio, con questo pensiero d’avere a lasciarvi, e con la speranza di ritrovarvi per sempre. Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo d’allegrezze turbolente e passeggiere, ma co’ travagli e tra le miserie, per disporvi a una allegrezza raccolta e tranquilla».

Marica Romolini

Marica Romolini, nata nel 1982, italianista. Ha scritto saggi sulla poesia italiana del Novecento (in particolare, Montale), lavora per una Fondazione Culturale e come libera professionista nell'ambito della comunicazione e progettando laboratori creativi.

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One Comment on “La saggezza di Fra Cristoforo e i decreti sul Coronavirus”

  1. Grazie Marica, Manzoni non l’ho mai capito e in questi tempi è stato riproposto tanto. Eppure questa è la prima volta che quasi quasi mi vine voglia di rileggerlo. Un bellissimo articolo.

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