Ommini da viení, séte fottuti

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Così Belli nel 1811 nel sonetto La creazione der monno, dando la parola direttamente al Padre Eterno. Ovviamente nessuno poteva saperlo meglio di chi aveva avviato l’impresa della creazione… E la storia dell’uomo, infatti, non è proprio tutta esemplare, per usare una circonlocuzione eufemistica. Alcuni storici (l’israeliano Harari, a esempio, in Homo sapiens) sostengono che il periodo migliore per l’umanità sia stato quello della caccia e raccolta, circa 35.000 anni fa: pochi, nomadi, molto tempo libero… I guai sarebbero cominciati già con l’agricoltura: stanzialità, nascita delle città, lotte per il territorio, sopraffazione dei vicini…
Oggi tutto farebbe pensare che siamo giunti alla fine del ciclo. La modernità nata con la rivoluzione scientifica, gli Illuministi, la Rivoluzione francese, Adam Smith ecc. si sta concludendo nel disastro della globalizzazione. Siamo già alle soglie di un nuovo ciclo per il quale siamo del tutto impreparati: non abbiamo le chiavi per aprire la porta. Può anche essere che dietro quella porta ci sia il nulla: le risorse disponibili, da cui ormai tutto il globo dipende e che consuma in maniera pantagruelica (sempre per alimentare il Moloch dello sviluppo), si stanno esaurendo senza possibilità di rinnovamento; la catastrofe climatica, cominciata da tempo, sembra ormai irreversibile. Di fatto siamo incapaci di cambiare la rotta. Da Bolsonaro a Scott Morrison alle mafie di ogni genere e luogo sembra ci sia una competizione a chi incrementa meglio incendi devastanti. E da noi Piero Bevilacqua, Giuseppe De Rita, Guido Viale, Luca Mercalli e pochi altri hanno ragione ma non sono ascoltati; eppure ci sarebbero proposte concrete per rigenerare risorse paesaggistiche, e quindi anche turistiche, agropastorali, gastronomiche e artigianali (conosco abbastanza l’Appennino centrosettentrionale e le Alpi occidentali per vedere che cosa si è rovinato e che cosa si sarebbe potuto e ancora si potrebbe fare).
Era il 1958 quando Luigi Sturzo parlò per primo di “cattedrali nel deserto”. E ricordo gli articoli sul “Mondo” del giovane Arbasino che deplorava la distruzione degli aranceti nel Sud per fare posto a megastrutture industriali a volte rimaste incompiute. Beh, siamo ancora lì… L’ inutile TAV ne è un esempio. Il tormentone dell’ILVA un altro… E rinnoveremo la concessione ad Atlantia. In compenso mancano linee ferroviarie adriatiche veloci e altre che uniscano davvero il versante tirrenico con quello adriatico. Ma per i nostri politici tutti vale quanto diceva Flaiano: “Si battono per le idee pur non avendole”.

C’è una ferita, una ferita disgustosa e purulenta, sulla superficie sana e ottusa del mondo. (Lars Gustafsson)

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. (Primo Levi)

Adesso l’intera specie minaccia di suicidarsi in massa. Non perché qualcuno ci costringa. Non perché non sappiamo come stiano le cose. E non perché non abbiamo alternative. Ci stiamo suicidando perché scegliere la morte è più comodo che scegliere la vita. (…) ‘Dobbiamo fare qualcosa’ ci diciamo a vicenda, come se affermarlo fosse sufficiente. ‘Dobbiamo fare qualcosa’ diciamo a noi stessi, e poi aspettiamo istruzioni che non arrivano. (Jonathan Foer)

Follia è fare sempre la stessa cosa ed aspettarsi risultati diversi. (Albert Einstein)

Gli abitanti di Cazzago in quel di Monate vivono sereni. (Carlo Emilio Gadda)

La logica rapace del capitalismo (…) votato a una crescita indefinita, indebita. (…) La stessa volontà di assolutismo reca in sé il germe dello schianto. Costoro vogliono soltanto possedere. Vogliono potere. Lo vogliono più di chiunque altro. (…) Il rospo crede di possedere sempre di più perché sempre più gonfio. Insaziabilità è il titolo dello spettacolo che ci viene inflitto. L’abnorme enfiagione garantisce che la bolla speculativa creperà. (Ottavio Fatica, postfazione a Jack London, La peste scarlatta)

A parte lo spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato dall’interazione tra governi eletti e le élite che rappresentano quasi esclusivamente processi economici. (Colin Crouch)

L’analfabetismo elitario costruisce e manovra quello di massa. (Furio Jesi)

Che succede quando hai un patrimonio teorico enorme ma non il tempo storico? Ti chiudi in convento e lo conservi. Ne fai codici, digesti, pandette. Metti i monaci a lavorarci sopra, a arricchire il lascito con miniature e mappe e disegni. Che succede quando hai una religione ma non i fedeli? Predichi ai passeri, sperando che un giorno acquisiscano la parola. (Lanfranco Caminiti)

C’è tra gli uomini come tali una solidarietà, la quale fa sì che ciascuno sia in un certo senso corresponsabile per tutte le ingiustizie e le malvagità che si verificano nel mondo, specialmente per quei delitti che hanno luogo in sua presenza o con la sua consapevolezza. Quando uno non fa tutto il possibile per impedirli, diventa anche lui colpevole. (Karl Jaspers)

Tutta la vita delle società in cui regnano le moderne condizioni di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione. (Guy Debord)

‘Dice perché te sei impicciato? Dice io so’ carettiere, ma a tempo perso so’ omo. E l’omo se impiccia, Eccellenza. Dice, viene Garibaldi e dice famo l’ Italia. E che faccio non me impiccio? Io so’ romano, a tempo perso so’ italiano. Ma come, i francesi me prendono a cannonate, e io nun me impiccio? Nun me riguarda?’. (Nino Manfredi – Ciceruacchio alla fine del film In nome del popolo sovrano. Citato da Christian Raimo sul Manifesto e su Volere la luna)

Nemmeno le guerre e le dittature del secolo scorso ci sono servite di lezione. E il razzismo apparentemente sopito dopo l’ultimo conflitto mondiale è risorto come un’erba maligna. Antisemitismo, odio a volte addirittura paradossale (“Sei nera, non voglio il tuo posto”: così a Lecco, a fine gennaio, una signora anziana a una 32enne africana che si era alzata per cederle il posto in autobus) e in generale disprezzo, più spesso violenza a priori sugli stranieri se poveri e sfruttabili; ma se ricchi eleganti e belli, allora tappeti rossi nelle vie del centro cittadino, negozi a porte spalancate pure in pieno inverno, anche quando lo smog induce in extremis al blocco del traffico. “Fanno così anche a New York” è la giustificazione; vero, ma lo scopo è attizzare la curiosità e agevolare l’ingresso
È solo una delle tante contraddizioni del nostro isterico quotidiano. Eleviamo cattedrali allo sviluppo incontrollato in un globo sempre più fragile e precario. E viviamo in mondi paralleli: uno è quello, affabulatorio, raccontato dai massmedia e da governi traballanti; l’altro, quello reale e maggioritario, è anfanante e astioso, generalmente etichettato dalla definizione passepartout di “populista”. Dietro, a governare davvero il tutto, come in una planetaria Mahagonny, pochi ipermiliardari globali e le varie mafie, anch’ esse internazionalizzate. Il denominatore comune a tutti i populismi, il mood di fondo, è il rancore, meglio: il ressentiment, stato d’animo e patologia insieme del nostro tempo (sul tema un breve memorabile scritto di Max Scheler, da pochi mesi ripubblicato da Chiarelettere con un’ importante introduzione di Laura Boella).
In maniera ampia l’argomento è affrontato in un saggio, del 2017, uscito da Mondadori nel gennaio 2018 ma, a quanto mi risulta, da noi passato quasi inosservato: L’età della rabbia, di Pankaj Mishra. L’autore è un romanziere e saggista indiano, vive a Londra e collabora a giornali e riviste prestigiose: “Guardian”, “New Yorker”, “London Review of Books” ecc. Conosce bene Oriente e Occidente e il suo libro è una sintesi originale dell’arco temporale della modernità, dagli inizi illuministici fino all’ attuale “dittatura” del neoliberismo. Impossibile riassumerlo qui; basti dire che il filo conduttore è appunto quello del risentimento per le promesse non mantenute, per la paura di perdere il poco conquistato, per le ingiustizie subite da parte dell’Occidente nel corso dei secoli e per le quali non ci sono più la speranza e la fiducia emancipatrici del comunismo.
La delusione globale per le promesse non mantenute si declina in modi differenti, dai vari terrorismi al ritorno massiccio delle destre, ma la frustrazione è la stessa. L’ “età della rabbia” è quella della rivolta contro la globalizzazione e i suoi beneficiari, e l’islamofobia occidentale è, dice Mishra, “l’equivalente dell’antisemitismo durante le crisi dell’Europa in via di modernizzazione.” E il vittimismo ha “un fascino incendiario” in un mondo in cui, come già diceva Hannah Arendt nel 1968, “per la prima volta nella storia tutti i popoli della Terra hanno un presente comune”. Il ressentiment è ormai universale.

 

 

Gli antichi politici ci parlavano senza posa di costumi e di virtù; i nostri non parlano che di commercio e di danaro. (Jean-Jacques Rousseau)

Oggi i gruppi dirigenti fanno innanzitutto guerra ai propri sottoposti, e il fine della guerra non è quello di conseguire o impedire conquiste territoriali, ma di mantenere intatta la struttura della società. (George Orwell)

La nuova divinità: l’ideale della crescita perpetua della produzione e del consumo. (Vaclav Havel)

Un gran numero di persone che non possono tenersi al passo con il progresso devono veder frustrate le proprie aspettative di una vita agiata. (Da un documento delle Nazioni Unite del 1951)

La storia occidentale della modernizzazione è soltanto una delle tante vie possibili. (Soedjatmoko, noto anche come Bung Koko)

Un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile oggi non può partire dall’affermarsi dell’una o dell’altra concezione politica, ma dovrà partire dall’uomo, dall’esistenza dell’uomo, dalla sostanziale ricostituzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con se stesso, con gli altri, con l’universo. Oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale e morale della società. (Vaclav Havel)

L’avvenire, come gli antichi Dei delle foreste, ha bisogno di sangue sulla strada. Ha bisogno di vittime umane, di carneficine… Il sangue è il vino dei popoli forti, il sangue è l’olio di cui hanno bisogno le ruote di questa macchina enorme che vola dal passato al futuro – perché il futuro diventi più presto passato… Abbiamo bisogno di cadaveri per lastricare le strade di tutti i trionfi… In verità siamo troppi nel mondo. A dispetto del malthusianismo la marmaglia trabocca e gli imbecilli si moltiplicano… Per diminuire il numero di codeste bocche dannose qualunque cosa è buona: eruzioni, convulsioni di terra, pestilenze. E siccome tali fortune son rare e non bastano ben venga l’assassinio generale collettivo. (Giovanni Papini, nel 1913)

La nostra società, che è sempre stata così certa della propria superiorità e onestà, così fiduciosa nelle sue premesse mai approfondite, ci sembrò all’improvviso raccolta attorno a nient’altro di più permanente che una catena di banche, compagnie di assicurazioni e industrie, sì che parve che nessun’altra fede l’animasse se non quella nell’interesse composto e nell’intangibilità dei dividendi. (Thomas S. Eliot)

E noi sappiamo che il governo del denaro organizzato è pericoloso esattamente quanto quello del crimine organizzato. (Franklin D. Roosevelt)

There is a crack in everything / That’s how the light gets in. (Leonard Cohen)

 

 

Post Scriptum. Tanto è tutta roba che, lo so, non serve a niente, ma se dovessimo buttare via tutto quello che, tutto quello che non serve a niente, non si può, neanche a volere, non si può, uno sguardo, per dire, incontri una bella ragazza, la guardi, a cosa serve? Alla televisione, stai a vedere i campionati europei d’atletica, i cento metri, i duecento metri, i quattrocento a ostacoli, il salto in alto, a cosa serve? O quando vengo giù dalla Marecchia, che è già notte, vedo San Marino e Verrucchio che è tutta una luce, delle volte mi fermo, si sentono tanti di quei grilli, a cosa serve? (Raffaello Baldini)

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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One Comment on “Ommini da viení, séte fottuti”

  1. Riflessione interessante, ma, da belliano pignolo, suggerisco di fare attenzione alla scrittura e alla data corrette di quel significativo sonetto di Belli:

    165. La creazzione der Monno

    L’anno che Ggesucristo impastò er monno,
    ché pe impastallo ggià cc’era la pasta,
    verde lo vorze 1 fà, ggrosso e rritonno
    all’uso d’un cocommero de tasta.
    Fesce un zole, una luna, e un mappamonno,
    ma de le stelle poi, di’ una catasta:
    sù uscelli, bbestie immezzo, e ppessci in fonno:
    piantò le piante, e ddoppo disse: Abbasta.
    Me scordavo de dì che ccreò ll’omo,
    e ccoll’omo la donna, Adamo e Eva;
    e jje proibbì de nun toccajje un pomo.
    Ma appena che a mmaggnà ll’ebbe viduti,
    strillò per Dio con cuanta vosce aveva:
    «Ommini da vienì, ssete futtuti».

    Terni, 4 ottobre 1831 – D’er medemo

    1 Volle.

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