Torino, il fascismo e la strage del XVIII dicembre 1922

«Piazza XVIII dicembre resiste dopo una storia di un secolo. È lì da settant’anni e ci racconta molte cose». Quali cose ci racconta questa piazza, per molto tempo conosciuta semplicemente come «quella di Porta Susa», lo spiegano Nicola Adduci, Barbara Berruti e Bruno Maida in un libro uscito in occasione della ricorrenza dell’anniversario dei gravi fatti di sangue che avvennero a Torino novantasette anni fa: La nascita del fascismo a Torino. Dalla fine della grande guerra alla strage del XVIII dicembre 1922 (Edizioni del Capricorno).

Diviso in quattro capitoli, il libro inizia con la parte dedicata a Il dopoguerra a Torino, scritta da Bruno Maida. Dopo le celebrazioni e gli “evviva” rivolti al re e all’Italia, entro breve tempo si diffondono, tra la popolazione, la preoccupazione per il destino politico del paese e il malcontento per le difficili condizioni di vita a cui sono costrette le famiglie italiane. Torino, città moderna, con più di mezzo milione di abitanti, diventa rapidamente «una sorta di laboratorio in cui sembrano venire a sintesi le contraddizioni del rapido sviluppo economico e delle trasformazioni sociali che l’industrializzazione del Paese ha portato con sé», scrive Maida introducendo i temi che sono alla base della grave crisi che attraversa il paese. A Torino, del resto, l’inflazione è cresciuta in maniera sistematica: fatto pari a cento l’indice generale dei prezzi nel 1914, nel 1918 è pari a 300 e sale a 460 nel 1920. Nell’estate 1919 le proteste contro il caroviveri sono molto forti e non limitate ai ceti popolari più poveri. Episodio emblematico di queste difficoltà è quanto avviene il 4 luglio al mercato di corso Peschiera in Borgo San Paolo: un migliaio di donne insorge rivoltando ceste e banchi dei commercianti di commestibili. Le donne, d’altronde, sono protagoniste di molte agitazioni di quel periodo: il giorno dopo i fatti del mercato di Borgo San Paolo, sfilano in tremila per le vie del centro e lottano per il diritto all’occupazione contro i licenziamenti di massa da cui sono colpite per il rientro degli uomini dalla guerra. «Il ritorno dei reduci, sotto questa prospettiva, è un passaggio essenziale perché coniuga nel modo più visibile i due aspetti che entrano in cortocircuito alla fine della guerra: la celebrazione della vittoria e la felicità privata e pubblica per il ritorno a casa, le difficoltà materiali di uomini e donne all’indomani del conflitto». La vittoria è «mutilata» non solo per la delusione derivante dai trattati di pace, ma anche per la mancata realizzazione delle promesse fatte ai soldati e agli ufficiali durante la guerra. Tra il 1919 e il 1920 il clima sociale è incandescente, le lotte operaie si diffondono e si afferma la forza del Partito Socialista. Grande è la diffusione e la tiratura dell’Avanti!, la cui edizione piemontese inizia le pubblicazioni nel dicembre 1918, mentre il 1° maggio 1919 esce il primo numero di L’Ordine Nuovo, dalle cui pagine Gramsci e i suoi collaboratori – da Togliatti a Terracini, da Tasca a Leonetti – esprimono una nuova interpretazione della città e della fabbrica e chiedono il superamento dell’esperienza del socialismo e del sindacato tradizionale.

Ma anche un altro giovanissimo intellettuale, Piero Gobetti, dalle colonne di Rivoluzione liberale invita ad attribuire un ruolo di avanguardia politica e pedagogica alle masse dei lavoratori e a riflettere sulla storia nazionale. Soprattutto sul Risorgimento e su ciò che ha sinora impedito la formazione di una classe dirigente e il superamento dei vizi d’origine italiani.

Nascono, intanto, i Fasci di combattimento: nel fascismo torinese si contrastano inizialmente le tendenze antiborghesi di Mario Gioda e quelle istituzionali di Cesare Devecchi, un contrasto destinato poi ad appianarsi nel comune obiettivo di spadroneggiare e di annientare gli avversari politici.

Le prime elezioni politiche con il sistema proporzionale si svolgono nel 1919: è un trionfo per i socialisti che risultano il primo partito italiano con il 32,4%; a Torino la percentuale è quasi doppia perché i voti ottenuti rappresentano il 62,8%. Il trionfo non si ripete, però, l’anno dopo, quando a Torino si svolgono le elezioni amministrative, in cui si afferma la logica dei blocchi nazionali che hanno il doppio obiettivo di indebolire socialisti e popolari, da un lato, e di unificare le varie forze nazionaliste, compresi i fascisti, dall’altro. Seppure per pochi voti i socialisti perdono contro il Blocco detto Costituzionalista e subiscono un calo percentuale non indifferente.

L’inizio del 1921 vede la scissione del Partito Socialista e la nascita del Partito Comunista d’Italia. La federazione di Torino del Partito Comunista d’Italia con i suoi 3.772 iscritti è la più forte d’Italia.

Torino diviene così il luogo dove trova una sempre maggiore difficoltà ogni forma di mediazione nell’azione del sindacato e del Partito Socialista, mentre gli industriali temono che il controllo padronale all’interno degli stabilimenti sia messo in discussione dai consigli di fabbrica, i cui componenti sono eletti da tutti i lavoratori.

La lunga fase di scontro inizia con lo «sciopero delle lancette», determinato dal ripristino dell’ora legale, simbolo delle forme estremamente rigide di disciplina all’interno della fabbrica durante il tempo di guerra. Il culmine delle lotte operaie si ha, però, il 1° settembre 1921, con l’occupazione delle fabbriche, in risposta alla serrata decisa dall’associazione degli industriali a Milano e a Torino. Per tre settimane i lavoratori gestiscono la produzione, controllano anche militarmente gli stabilimenti e attendono una soluzione politica. Quando si giunge all’accordo di cui Giolitti è stato promotore, il risultato viene nel complesso considerato deludente per il movimento operaio e passa al referendum con 18.740 voti favorevoli e 16.909 contrari. Gli effetti sono profondi e determinano divisioni fra tutte le forze politiche. Inoltre, i lavoratori sono stremati da una lotta che li ha lasciati per settimane senza salario e molti di loro sono arrestati e processati, con varie accuse tra cui spicca quella di eccitamento alla guerra civile. «Le dure condanne – conclude Maida – sono parte di un processo di repressione e un tentativo di stabilizzazione sociale che non ha possibilità di riuscita, e che apre le porte al fascismo».

Agli inizi, in realtà, a Torino i seguaci di Mussolini avevano incontrato non poche difficoltà ad affermarsi. Nicola Adduci, nella seconda parte del libro intitolata Il fascismo a Torino, riprende la narrazione dal 23 marzo 1919, quando Mussolini fonda a Milano i Fasci di Combattimento e sottolinea come, in tale occasione, Mario Gioda avesse dovuto spiegare le difficoltà e i ritardi che incontrava a Torino la fondazione di un Fascio di combattimento, a cui si sarebbe poi giunti il 28 marzo alla presenza di non più di 25-30 persone, quando a Gioda Mussolini aveva ormai affiancato Aurelio Longoni.

Per il movimento la ricerca di uno spazio politico, inizialmente cercato da Gioda nella classe operaia, costituisce il vero problema. Certo, le tensioni che hanno origine dalla distruzione della sede dell’Avanti! a Milano e dal conseguente sciopero generale permettono di registrare nuove adesioni, tra cui quella, assai significativa, di Cesare Maria Devecchi, legato ad ambienti reazionari. E, quando, alla testa di alcune migliaia di volontari, Gabriele D’Annunzio, s’impossessa della città di Fiume con un colpo di mano, si offrono nuove possibilità al Fascio di Combattimento, a cui si unisce ora anche Pietro Brandimarte, che avrà un ruolo determinante nella strage di Torino. Il numero degli iscritti resta, comunque, assai basso.

Nel maggio 1920, il II Congresso Nazionale dei Fasci a Milano dà il colpo di grazia alle velleità operaiste di Gioda e sancisce una decisiva svolta verso destra che porta, tra l’altro, alla fuoriuscita dei futuristi. A Torino il nuovo corso è rappresentato dalla definitiva affermazione di Devecchi come figura centrale all’interno dell’organizzazione e la sua gestione conduce a trasformazioni profonde nella fisionomia del movimento fascista, proiettato sempre più sulla militarizzazione delle squadre e l’espansione fuori Torino. Nel corso della prima metà del 1921, la lenta ma costante fondazione di Fasci in tutto il Piemonte – i capi sono scelti da Devecchi – si accompagna alla crescita numerica degli squadristi.

Uno squadrismo che non perde occasione per dimostrare la sua forza, come nel caso della reazione che segue, nell’aprile 1921, la morte del fascista Cesare Odone, ucciso durante una lite, da lui provocata, con l’operaio comunista Cesare Galbiati. Brandimarte non esita a organizzare subito una spedizione punitiva: la Camera del Lavoro viene assaltata, devastata e incendiata, ci sono dei morti e i danni sono assai gravi a causa della blanda reazione delle forze dell’ordine, che permettono ai fascisti di compiere per quasi un’ora una vera e propria azione di guerra nel pieno centro cittadino.

L’estate registra ancora molti atti di violenza e, quindi, a livello nazionale si riconosce l’opportunità di siglare un patto di pacificazione fra i fascisti, da una parte, e i socialisti e la CGIL, dall’altra. Seguono due mesi di relativa calma.

Ma la situazione muta nuovamente quando a Roma, nel novembre 1921, viene fondato il Partito Nazionale Fascista. Mussolini deve pagare un prezzo a coloro che non sono favorevoli a questa trasformazione del movimento, che, oggettivamente, rappresenta un tentativo di dare un giro di vite all’indisciplina dello squadrismo e di aumentare il controllo sui deputati giunti in Parlamento. Deve dichiarare il patto di pacificazione «morto e sepolto». E le violenze a Torino riprendono a susseguirsi, mentre si fa sempre più aperto il sostegno di alcuni apparati dello Stato nei confronti dei fascisti. Tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno 1922 il Fascio torinese appare padrone della situazione, con Gioda e Devecchi ormai alleati, vista la definitiva sconfitta della linea operaista, mentre a livello nazionale il fascismo si sta organizzando per prendere il potere con un colpo di mano.

Nei giorni che precedono il 28 ottobre anche a Torino c’è un Comitato segreto d’azione che dovrebbe dirigerne l’occupazione. I tre componenti, Gioda, Voltolina e Monferrino, cedono ogni potere a Brandimarte, che dovrebbe dirigere le operazioni. Ma non ci sarà, come si sa, granché da dirigere.

Infatti, come osserva Barbara Berruti all’inizio del terzo capitolo, Il terrorismo al governo, in occasione della «marcia su Roma» sono arrivate alla spicciolata a Torino alcune squadre di camicie nere, che si sono acquartierate al Parco del Valentino. La città è rimasta tranquilla, non si sono registrati scontri e l’unico disagio per la popolazione è stata la mancata circolazione dei tram.

La calma è, però, solo apparente, poiché tra i fascisti è già in corso il tentativo di mettere a tacere per sempre i propri nemici. Vengono attaccati la sede e la tipografia di L’Ordine Nuovo, alcuni centri di distribuzione dell’Alleanza Cooperativa Torinese, la casa del popolo di corso Vercelli 58. E poi è la volta dell’incendio della Camera del Lavoro, che avviene senza le drammatiche conseguenze del primo assalto – avvenuto il 26 aprile 1921 –, ma è devastata e stabilmente occupata dai fascisti. A queste azioni si accompagnano cerimonie e sfilate, tra cui quella organizzata da Devecchi per celebrare il compleanno del re: oltre 20.000 camicie nere marciano per le vie del centro e permettono al quadrumviro di riaffermare la sua visione di una società gerarchizzata, ordinata e monarchica.

A livello nazionale stanno prevalendo le posizioni più moderate e nella notte fra il 15 e 16 dicembre al Gran Consiglio del Fascismo viene discussa la fondazione della «Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale» che sostituisce le vecchie squadre d’azione e ha il chiarissimo intento di controllare e legalizzare la spinta violenta ed eversiva di quella componente del fascismo. Sembra ormai evidente anche a Torino che la nomina di Mussolini a capo del governo ha disinnescato la carica rivoluzionaria del movimento.

Torino, d’altronde, resta una società sostanzialmente antifascista e nei quartieri operai la resistenza alla svolta autoritaria può ancora contare su una solida capacità di organizzazione e su una radicata solidarietà comunitaria.

È in questo contesto di frustrazione e di conflitto interno ed esterno, d’impossibilità e d’incapacità del Fascio a imprimere alla città la propria autorità politica che matura la strage.  

Il 17 dicembre, domenica, al teatro Alfieri Pietro Brandimarte riunisce tutte le squadre torinesi e alla cerimonia segue una sfilata in corso Cairoli.

Alla sera, in una Torino avvolta nella nebbia, verso mezzanotte un piccolo gruppo di fascisti si addentra in Barriera di Nizza, dove ha sede il primo grande stabilimento della FIAT, quello del Lingotto, e dove è forte e politicizzata la presenza operaia.

Qui avviene lo scontro – le cui cause non sono del tutto chiare – fra alcuni fascisti e Francesco Prato, uomo d’azione del Partito Comunista. Il bilancio è pesante e avrà conseguenze drammatiche. Tre fascisti sono feriti, di cui due, Giuseppe Desdra e Lucio Bazzani gravemente. Anche Prato è ferito, ma riesce a rifugiarsi in una cantina del quartiere; nei giorni successivi riuscirà ad allontanarsi da Torino e a rifugiarsi nell’Unione Sovietica.

La notte trascorre senza ulteriori incidenti, ma alle 8 del mattino del 18 dicembre arriva la notizia della morte di Desdra. Comincia a delinearsi sempre più l’ipotesi di una rappresaglia che assumerà contorni di una violenza crescente e bestiale. La lunga pausa che intercorre tra la sparatoria, avvenuta a mezzanotte del 17, e la strage, iniziata nella tarda mattinata del 18, mette in discussione la tesi della reazione “a caldo”. Non c’è alcuna prova che sia stato Mussolini a ordinare la strage, ma probabilmente da Devecchi è stato dato il via libera e, assenti i titolari delle due cariche, è indubbio che il vicequestore Tabusso e il viceprefetto Palombo abbiano garantito – soprattutto il primo – la connivenza delle forze dell’ordine.

Come scrive Barbara Berruti: «Per due giorni, dalla tarda mattinata del 18 e fino alla sera del 20 dicembre, la città, non presidiata dalle forze dell’ordine, è in balia degli squadristi che scorrazzano sui camion, occupano i quartieri operai, devastano e incendiano abitazioni e circoli, procedono a esecuzioni sommarie nelle case e lungo le strade, lasciando poi i cadaveri abbandonati per le vie e nei prati ai bordi della città».

Da una lista di 3.000 persone considerate «pericolose» vengono selezionati 24 nomi. La prima vittima è un comunista, Carlo Berruti, consigliere comunale e impiegato alle Ferrovie. Uomini armati irrompono nell’Ufficio Controlli in corso Re Umberto 78 e lo prelevano insieme al collega Ferdinando Fanti, poi spinto fuori dalla macchina che li trasporta. Berruti è ucciso con cinque colpi di pistola sulla strada Stupinigi-Moncalieri.

Tra le 14 e le 15 viene occupata militarmente la Barriera di Nizza, senza che le forze dell’ordine vengano fatte intervenire. Muoiono in quelle tragiche ore: Leone Mazzola, un oste che si permette di protestare per l’irruzione nel suo locale situato in via Nizza 300, è ucciso a colpi di rivoltella e di pugnale; Matteo Chiolero, simpatizzante comunista e fattorino del tram, è ammazzato, sotto gli occhi della moglie e della figlia di due anni e mezzo, nella sua abitazione, in via Molinette 7; Giovanni Massaro, ex manovale ferroviario, è eliminato con tre colpi alla nuca nei pressi della cascina Maletto, in via San Paolo 142, probabilmente perché viene scambiato per un’altra persona.

Alle 22,40 il viceprefetto Palombo telegrafa a Roma dicendo che le vittime sono quattro: Berruti, Mazzola, Massaro e Chiolero. Ma purtroppo il giorno dopo dovrà rettificare. Nella serata e nella notte sono uccisi: Andrea Chiomo, manovale, ammazzato tra via Pinelli e via Saccarelli; Erminio Andreoni, operaio, sorpreso dai suoi assassini mentre sta dormendo e portato a morire in via Alassio; Matteo Tarizzo, proprietario di un’officina meccanica e comunista, sul cui corpo ritrovato in un prato in fondo a via Canova sono sparse, a spregio, copie dell’Ordine Nuovo.

Pietro Ferrero, anarchico, segretario del Sindacato Metallurgici, è l’ottava vittima. Non si allontana, come fanno altri salendo su un treno, perché ha la cassa della FIOM; la sera si aggira ancora nelle vie del centro e lì lo incontrano Andrea Viglongo e Carlo Montagnana. Poco dopo la mezzanotte il suo corpo viene rinvenuto, sfigurato nel volto e bocconi, sotto il monumento a Vittorio Emanuele II. La Camera del Lavoro viene definitivamente incendiata nella stessa notte.

Nei giorni successivi – intanto è morto anche Bazzani – si dovranno registrare ancora tre vittime. Il 19 dicembre Angelo Quintaglié, che lavora nello stesso ufficio di Berruti ed è orientato politicamente a destra, è ucciso nello stesso luogo di lavoro, perché ha pronunciato parole di critica per l’azione contro il suo collega. Filippo Acciarini, che era corrispondente torinese dell’Avanti!, riporta sulle colonne del giornale la testimonianza della vedova: «Mio marito era un antisocialista, ma era un uomo di cuore e fu ucciso dai fascisti solo perché non seppe trattenere le parole amare del suo sdegno per la fine straziante del rag. Berruti che era impiegato nel suo stesso ufficio».

Un’altra vittima è estranea ad ambienti politici della sinistra: Cesare Pochettino, che insieme al cognato Stefano Zurletti, è denunciato come un pericoloso sovversivo da un operaio licenziato dalla fabbrica di feltri di cui Pochettino è proprietario. Sono entrambi fucilati sul ciglio di un burrone in strada Valsalice e solo Zurletti, creduto morto, riuscirà a salvarsi. E, infine, il 20 dicembre Evasio Becchio, meccanico comunista, viene fucilato sul ponte, ancora in costruzione, di corso Bramante.

Queste giornate di sangue si chiudono con i funerali celebrati con la massima pompa dei due fascisti morti in conseguenza dello scontro a fuoco con Prato. Grande è il contrasto con le sepolture delle vittime che sono trasportate al cimitero furtivamente, senza seguito di amici, senza discorsi, senza fiori. Le loro vedove, i loro figli e i molti feriti nel corso della strage sono bollati come oppositori e perseguitati sotto varie forme durante tutto il ventennio.

Agli assassini l’impunità è garantita da una prudenziale amnistia firmata da Vittorio Emanuele III. E, purtroppo, Brandimarte, il responsabile politico della strage, non sarà adeguatamente punito neppure dalla Repubblica nata dalla Resistenza. Assolto dalla Corte d’assise di appello il 28 aprile 1952 per insufficienza di prove, muore alcuni anni dopo nella clinica Fornaca, a pochi passi dal luogo in cui era stato trovato la sera del XVIII dicembre il corpo martoriato di Pietro Ferrero. Ai suoi funerali i bersaglieri del 22° Reggimento Fanteria della divisione «Cremona» si irrigidiscono sull’attenti, dimenticando di essere soldati della Repubblica Italiana.

Nell’immediato dopoguerra, però, una cosa importante è stata fatta: la giunta popolare che regge la città di Torino dopo la Liberazione sceglie di dedicare vie e piazze a persone e a eventi che hanno permesso «il riscatto dell’Italia». Piazza San Martino diviene piazza XVIII dicembre e, oggi, per via dello spostamento dell’ingresso della stazione, la piazza è finalmente conosciuta con il suo nome, che è anche quello di una fermata della metropolitana.

Questo luogo può svolgere ora pienamente la sua funzione: narrare di una strage che poté compiersi perché la violenza delle squadre di Brandimarte fu avallata dalla connivenza della polizia e della magistratura e dalla debolezza della stessa dirigenza fascista, che prima non volle fermarla e poi si limitò a una condanna apparente.

Come scrive Bruno Maida, nel capitolo conclusivo La memoria della strage 1922-2019, la piazza è lì per raccontare qualcosa che non può essere dimenticato: «Ci racconta che la violenza per il fascismo non è stato un aspetto residuale, ma elemento stesso della sua natura e della sua identità. Ci racconta che una parte degli italiani ha pagato con la vita, con sofferenze personali e familiari, con l’isolamento o l’esilio, il proprio antifascismo. Ci racconta che siamo figli dell’antifascismo, della Resistenza e della Costituzione. Ci racconta che tra le virtù quotidiane più importanti, per dirla con Primo Levi, vi è l’essere persone normali di buona memoria».