“Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone?”

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In questi anni di generale sconforto e disillusione nei confronti della politica, di smobilitazione dei partiti, di disorientamento e solitudine per chi non si riconosce nel “pensiero unico” dominante, non è raro imbattersi in riflessioni sul significato e la portata di atti, anche individuali, di resistenza e disobbedienza. Cito, alla rinfusa, tra le mie letture recenti: C’è chi dice no. Cittadini comuni che hanno rifiutato la violenza del potere, di Amedeo Cottino (Zambon, 2015), Il dovere di non collaborare. Storie e idee dalla Resistenza alla nonviolenza, di Pietro Polito (SEB, 2017), Direi di no. Desideri di migliore libertà, di Enrico Donaggio (Feltrinelli, 2016). Testi che ci raccontano i mille volti della disobbedienza e della resistenza: etica e politica; individuale e collettiva; passiva o attiva; sostenuta da letture, riflessioni, approfondimenti o anche solo istintiva, “di pancia” (come quella del mio vecchio amico partigiano, che raccontava di essere salito in montagna a sedici anni «perché le camicie nere mi stavano antipatiche»). Da ultimo, ecco un agile volumetto scritto a quattro mani da Nello Rossi e Livio Pepino, dal titolo Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo (Edizioni Gruppo Abele, 2019). Una rivisitazione della celebre tragedia di Sofocle da parte di due uomini di legge, ex magistrati, dalle molte affinità ideali e culturali, con un passato di comune militanza in Magistratura democratica (di cui Rossi è stato presidente e Pepino segretario nazionale). Eppure, in quest’occasione, collocati su sponde opposte nel difendere le ragioni, rispettivamente, di Creonte e di Antigone.

La vicenda intorno alla quale si snoda la tragedia è nota. Dopo la morte di Edipo, i suoi figli maschi, Eteocle e Polinice, si accordano per detenere a turno la signoria su Tebe. Quando è il momento, però, Eteocle rifiuta di cedere il comando al fratello e il paese piomba nella guerra civile, con Polinice, alleato agli Argivi, che guida un esercito contro la propria città. Concluso il conflitto, e morti entrambi i fratelli, Creonte sale al potere e stabilisce che Eteocle venga sepolto con tutti gli onori e Polinice, colpevole di alto tradimento, sia lasciato insepolto, in preda agli animali selvatici. Ma Antigone, sorella dei due deceduti, trasgredisce l’ordine di Creonte, invocando le “leggi non scritte” degli dei, che prescrivono alle donne di officiare i riti funebri in onore dei congiunti. E viene per questo condannata a morte.

Sulla figura di Antigone, e sul significato della sua scelta, oggetto negli anni di celebri e autorevolissime interpretazioni (da Hegel a Lacan, da Brecht ad Anouilh), Rossi e Pepino si dividono. Il primo ravvisa in Antigone una ribelle solitaria e “antipolitica”, “sorda alle ragioni dell’uomo sociale”, emblema di una intransigenza fine a se stessa, indifferente alla vita della polis. Non senza qualche contraddizione, le rimprovera di interpretare il ruolo tradizionale di custode della famiglia e della religione, partecipando “dei limiti e dei naturali pregiudizi del suo tempo”, ma anche di essere mossa da una forma di “individualismo estremo”, che la conduce ad anteporre sentimenti personali e privatissimi alla preoccupazione per la collettività (p. 32).

Non potrebbe essere più distante la lettura di Pepino, che rivendica, al contrario, la politicità della scelta di Antigone, esaltata dal confronto con l’acquiescenza della sorella Ismene, lei sì personaggio impolitico, ripiegato nel privato, incapace di andare oltre il ruolo che la tradizione assegna al suo sesso (“siamo nate donne, sì da non poter lottare contro gli uomini. Chi ci governa è più forte e noi dobbiamo piegarci a quest’ordine”). Mentre Antigone, che non si nasconde e rivendica orgogliosamente il proprio gesto di fronte a Creonte, potrebbe ben essere accostata a figure storiche come Rosa Parks, Jan Palach, o anche Carola Rackete: tutte persone che, ribellandosi a leggi ingiuste, hanno indicato e indicano, al di là delle loro stesse intenzioni, la possibilità di un’“altra politica”, ispirata alla pietas e ai diritti.

Il confronto investe anche la figura di Creonte, il “cattivo” della tragedia, di cui Rossi si fa carico di chiarire le ragioni: la preoccupazione per la salvezza della città, su cui incombe il pericolo del riaccendersi della guerra civile; la rivendicazione del primato della legge civile su affetti e lealtà pre-politiche; l’esigenza di salvaguardare l’imparzialità della giurisdizione, non arretrando di fronte al dovere di applicare la pena anche nei confronti di Antigone, promessa sposa del figlio. Atteggiamento in cui, al contrario, Pepino intravede l’ennesima prova di una grave mancanza di flessibilità, posto che Creonte “ben avrebbe potuto, per esempio, senza rinnegare il suo editto e mantenendo ferma la punizione per la sua violazione, attenuare la pena in considerazione del vincolo di parentela tra Antigone e Polinice (situazione apprezzata dal nostro diritto positivo e possibile per chi – allora – univa in sé i ruoli del legislatore e del giudice)” (p. 114).

Ecco allora che il confronto tra i due autori si allarga al tema della disobbedienza oggi, e al ruolo della politica e della giurisdizione nello Stato democratico di diritto, dove la libertà di opporsi, dissentire, e anche in certa misura “resistere”, è stata riconosciuta e costituzionalizzata. Se Rossi attira l’attenzione sulla “disobbedienza distruttiva” dei ginecologi che obiettano all’interruzione di gravidanza, dei No vax o dei testimoni di Geova contrari a sottoporre i propri figli a trasfusioni (casi in realtà paragonabili fino a un certo punto a quello di Antigone, la cui scelta non ha ricadute dirette sui diritti altrui), Pepino invita a riflettere sugli abusi che ancora oggi vengono quotidianamente perpetrati invocando – alla maniera di Creonte – lo “stato di eccezione”: dalla legittimazione della tortura e della guerra alla criminalizzazione del dissenso, bene esemplificata, ai nostri giorni, dalla persecuzione politica e giudiziaria nei confronti dei No TAV, di Mimmo Lucano e delle ONG impegnate nei salvataggi in mare.

E dunque, Antigone o Creonte? Sicuramente uno dei pregi del volume consiste nel prendere sul serio il dilemma che coinvolge i due protagonisti della tragedia sofoclea. Nel restituirne la complessità e l’ambiguità (soprattutto quella di Creonte che – ha ragione Rossi – è figura letterariamente e psicologicamente più complessa, più tormentata, e in questo senso perfino più “umana”, di Antigone). E nell’invitarci a riflettere sulle ragioni dell’uno e dell’altra, e sui rischi dell’estremizzazione delle posizioni di entrambi: il rischio del fondamentalismo, nel caso di Antigone; quello del cinismo e dell’esercizio arbitrario del potere, nel caso di Creonte.

Bisogna comunque aggiungere che, al di là della loro dichiarata “partigianeria”, gli interlocutori di questo dialogo finiscono per convergere e dichiararsi d’accordo su molte questioni. Entrambi riconoscono la doverosità di resistere a leggi ingiuste; entrambi affermano il primato dei diritti fondamentali sulla “ragion di Stato”, escludendo qualsiasi possibilità di giustificare la tortura o il “diritto penale del nemico”; entrambi elogiano le virtù della tolleranza, della mediazione, della mitezza. E accade perfino di imbattersi in curiosi “rovesciamenti di fronte”, come quando il filo-Creonte Rossi sostiene che “a un eventuale comando di non salvare vite umane in mare si può e si deve disobbedire […] non solo per un imperativo etico ma anche per le antiche e immutate leggi del mare […]” (p. 72, corsivo mio). E pare quasi di risentire l’appello di Antigone alla leggi “immutabili, che non sono di ieri né di oggi, ma esistono da sempre”. O quando Pepino si mostra ben disposto a riconoscere “la tensione di Creonte verso l’imparzialità, il suo rigore nel non farsi condizionare, nella decisione, da legami e affetti personali”, che “rappresentano un elemento indefettibile per chi deve giudicare” (p. 107).

I due capitoli finali, dedicati a difendere un ideale di giudice indipendente, che interpreta la legge alla luce della Costituzione, resistendo alle lusinghe del potere e alle pressioni dell’opinione pubblica, esprimono bene lo spirito dell’intero dialogo, e il suo esito: “L’importante – conclude Rossi rivolgendosi al suo interlocutore – è che questi giudici ci siano ancora. Anche se tu ti ostinerai a vedere in loro i tratti di Antigone e io quelli di Creonte” (p. 127).

Postilla

Recuperare i cadaveri dei migranti affogati nel Mediterraneo. Ricomporli, identificarli, restituirli al dolore di familiari e amici. Consentire che sia data loro degna sepoltura. Questo compito, di cui si è fatto carico il gruppo di medici legali guidato da Cristina Cattaneo (autrice di Naufraghi senza volto. Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, Raffaele Cortina, 2018) ci ricorda che la pratica di seppellire i morti risale alla notte dei tempi ed è uno dei contrassegni della nostra umanità, qualcosa che – a un certo punto dell’evoluzione – ci ha resi diversi dagli altri animali. Per questo non mi convince l’immagine di un’Antigone “individualista”, disinteressata ai destini della città, narcisisticamente attratta dalla prospettiva del martirio, in nome di un “credo intimo, assoluto, estraneo o addirittura ostile alla dimensione del vivere sociale” (p. 48). E se, invece, nel gettare una manciata di terra sul corpo straziato di Polinice, Antigone ricordasse ai suoi impauriti concittadini – e a noi, oggi – i valori su cui ogni convivenza civile non può non fondarsi?

About Valentina Pazé

Valentina Pazé insegna Filosofia politica presso l’Università di Torino. Si occupa, in una prospettiva teorica e storica, di comunitarismo, multiculturalismo, teorie dei diritti e della democrazia. Tra le sue pubblicazioni: In nome del popolo. Il potere democratico (Laterza, 2011) e Cittadini senza politica. Politica senza cittadini (Edizioni Gruppo Abele, 2016)

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