Il Fai e la sfida per un’Italia migliore

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Castello della Manta – Bene FAI

Nel denso percorso che Alberto Saibene traccia per ricostruire la storia del Fai, spigolando tra gustosi stralci di interventi, lettere, articoli, con il suo libro Il paese più bello del mondo (Utet), prende forma, già a ridosso degli anni del boom italiano e dei suoi trionfi, un’Italia parallela. Fatta da intellettuali profetici che nel solco di esperienze maturate in precedenza, come la costituzione di Italia Nostra, a metà degli anni Cinquanta e, circa un decennio dopo, la mostra itinerante dal significativo titolo “Italia da salvare”, daranno vita nel 1975, intorno a Giulia Maria Crespi, al Fondo Ambiente Italiano.

Mi colpisce come già negli anni Cinquanta la voce lucida di Antonio Cederna, riferendosi allo sfregio dell’Appia antica, chiami in causa quello “storicismo insensato” per cui ogni epoca deve superare quella precedente. Una critica al concetto indistinto di progresso che avrebbe preso corpo, nel dibattito nostrano, per lo più in anni successivi. E che raggiunge l’apice, a mio parere, nella sua affermazione per cui solo chi è davvero moderno rispetta l’antico e, simmetricamente, che solo chi rispetta l’antico è pronto a “capire le necessità della civiltà moderna”.

Pochi anni dopo nel 1965, ancora Cederna, in occasione del conferimento del premio Umberto Zanotti Bianco (istituito da Italia Nostra) registra come ai tre lustri di sviluppo accelerato e caotico seguiti agli anni del dopoguerra sia corrisposto in realtà il punto più basso della storia italiana per quanto riguarda “i centri storici, le risorse naturali, l’assetto del territorio”.

Uomini moderni che rispettano l’antico, genia rara noventesca di cui è sicuramente un’incarnazione l’altro ispiratore del Fai (oltre che fondatore) l’architetto milanese Renato Bazzoni. Lui che aderente tra i primi al Movimento moderno, decide nel 1963 di girare l’Italia da salvare, consapevole che “la sua generazione è l’ultima a poter vedere le terre di Virgilio” (ma forse anche quelle di Manzoni). E ancora si deve ad Alberto Predieri, avvocato, di matrice azionista, un altro tra i fondatori del Fai, la definizione lungimirante di paesaggio – citata sempre da Saibene – come “forma del paese” così da fare coincidere a tutti gli effetti il paesaggio con l’ambiente e renderlo soggetto, anche sul piano giuridico, alla tutela.

Monastero della Torba – Bene FAI

Riflessioni davvero importanti che affondano nei principi ispiratori della nostra Costituzione a lungo trascurati. Bisognerà infatti attendere il 1972 perché il Club di Roma di Aurelio Peccei nel celebre Rapporto si interroghi sui limiti dello sviluppo e decreti il vistoso fallimento delle politiche di programmazione e del decentramento amministrativo (si pensi a Gioia Tauro, Taranto, Gela divenute in breve Cattedrali nel deserto secondo l’espressione di don Luigi Sturzo). O ancora che si concretizzi la proposta del Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria voluta nel 1975 da Giovanni Urbani direttore dell’Istituto centrale del restauro. Anche se rimase lettera morta quando invece solo la conservazione programmata sarebbe stata, come afferma Saibene, la chiave per la tutela del nostro patrimonio artistico.

Perché tutto questo è capitato? Si domanda l’autore dando voce alle riflessioni degli stessi protagonisti dell’avventura del Fai (cui si sarebbero aggiunti in seguito personaggi chiave, uno tra tutti Salvatore Settis). E’ancora Cederna, a farci riflettere sull’ambigua nozione di natura nel nostro paese (dai connotati classisti si potrebbe aggiungere): se per i contadini “natura” ha per secoli significato un’agricoltura ai limiti della sussistenza dall’altra parte parchi e giardini erano appannaggio esclusivo dei ricchi e delle loro ville. Tanto più, continua, scontando “un ordinamento giuridico incivile con il culto parossistico della proprietà privata” che ha impedito agli italiani di concepire il territorio come un bene pubblico collettivo.

Meta di attenzione del Fai divengono non a caso, progressivamente, oltre a fabbricati, templi, chiese, interi paesi, musei ma anche campagne, monti, coste e giardini. Vengono chiesti beni in donazione, con possibilità per il proprietario comunque di abitarvi, ma anche proposte di comodato per proprietà pubbliche. E’la stessa Crespi a ricordare come, influenzata fortemente da Bazzoni, lei stessa finì per prestare sempre più attenzione a
questioni paesaggistiche oltreché ai monumenti in rovina del nostro ricchissimo patrimonio artistico. Fino ad arrivare a quella che nel libro è chiamata l’era del Biennio d’oro 1988-89 coincidente con l’acquisto e il recupero da parte del Fai del castello di Masino nel Canavese sullo sfondo delle Alpi.

Castello di Masino – Bene FAI

Forse il bene più maestoso e completo del Fai, Masino, sin dall’XI secolo proprietà della famiglia Valperga, come testimoniato dalla stessa Crespi nel suo libro di memorie, Il mio filo rosso. Un vero disastro così apparve a lei e a Bazzoni nella prima visita al castello con il giardino (ora magnificamente ristrutturato da Paolo Pejrone) pieno di palme cadute, il labirinto settecentesco distrutto, rovi ovunque, nelle stanze un ammasso di mobili rotti uno sopra l’altro, tetti sfondati, finestre infrante, affreschi evanescenti.

Senza naturalmente dimenticare le imprese fondative del monastero di Torba nel varesotto, dell’abbazia di San Fruttuoso nei primi anni Ottanta, del castello della Manta nel saluzzese, di villa Panza aperta al pubblico negli anni duemila. E qui siamo già alla terza generazione Fai con Marco Magnifico, vicepresidente in carica, attivissimo e a cui si deve tra l’altro la promozione del censimento nazionale dei Luoghi del cuore e l’estensione capillare su tutto il territorio delle delegazioni del Fai.

E ora che resta da fare al Fai? – rivolge in conclusione la domanda Alberto Saibene all’attuale Presidente, l’archeologo Andrea Carandini.
Continuare ad agire privatamente soltanto nell’interesse pubblico, è la risposta. Con una società civile che non si limita a osservare, controllare, protestare “ma si rimbocca anche le maniche e agisce nel concreto delle cose e degli uomini – insieme all’intero Terzo settore – come indica la nostra Costituzione (art.18)”.

 

Abbazia di San Fruttuoso – Bene FAI

About Antonella Tarpino

Antonella Tarpino è una storica, pubblicista ed editor. Negli ultimi anni si è concentrata sul tema della memoria e del paesaggio, in particolare dei suoi aspetti marginali e dimenticati. Tra i suoi scritti: "Il paesaggio fragile. L'Italia vista dai margini" (Einaudi, 2016) , "Spaesati. Luoghi dell'Italia in abbandono tra memoria e futuro" (Einaudi, 2012 - Premio Bagutta), "Geografie della memoria. Case, rovine, oggetti quotidiani (Einaudi, 2007).

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