Memoranda/ Memorabile, immemorabile. La Shoah tra silenzi e ipertrofia del ricordo

Volerelaluna.it

16/10/2019 di:

 

Proprio nel cuore della memoria tragica del secolo, prende forma quel paradosso di sovrabbondanza e caduta, di eccesso (di esperienza non esperibile, non elaborabile) e insieme di impotenza (di perdita di senso da trasmettere e comunicare) proprio del nostro complesso ricordare. Condizione muta, perdita della parola, incapacità di dare un nome allo sterminio: la tenace opacità, anche terminologica, di quell’esperienza si riflette nelle recenti problematiche anche linguistiche della Shoah, incentrate sulla sua indicibilità e dunque sull’approssimazione delle molte formule impiegate spesso impropriamente per designare l’evento: Olocausto, genocidio, Soluzione finale, Auschwitz. Di queste solo l’espressione Shoah – secondo alcuni – proprio per la sua essenza di parola semanticamente incerta, estranea per di più al ceppo indoeuropeo, può forse dare congruentemente nome all’indicibile: parola, in forma di enigma, a ciò che è senza parole.
Siamo di fronte a un ricordare così tragico da sfiorare l’abisso. È una memoria annichilita per definire la quale il nostro tempo non sa ricorrere che al suo opposto: l’impossibilità di parola. A questo proposito si consideri il testo della legge che istituisce la Giornata della memoria in Italia il 27 gennaio 2001 per ricordare, come si sa, la liberazione dei prigionieri reclusi nel campo di sterminio di Auschwitz. «Memoria qui vuol dire», si legge, «ricordare quanto silenzio ha reso possibile questo delitto contro l’umanità». Ricordare, per legge, un «silenzio» contiene proprio nella sequenza dei termini impiegati l’inquietante gioco di pieni e di vuoti di cui si alimenta la nostra memoria: un ricordo inesprimibile anche se ritualizzato dai canoni istituzionali di una legge.
Su questa polarità fra silenzio, indicibilità e ipertrofia della Shoah interviene lo storico Walter Barberis nel saggio uscito in libreria da pochi giorni con un titolo forte: Storia senza perdono. Certo appropriato all’argomento: si può dimenticare, perdonare riconciliarsi con un evento come la Shoah? Tanto più di questi tempi in cui i fantasmi del passato sembrano tornare – sia pure in versione postmoderna – sotto forma di razzismo, muri, nazionalismi. Si può dimenticare in tanti modi – risponde – anche attraverso un’ipertrofia della memoria, come è avvenuto di recente (a questo proposito alcuni hanno parlato addirittura di “industria dell’Olocausto”) Oppure, come è stato nell’immediato dopoguerra, al contrario, si può dimenticare più prosaicamente col silenzio.

Dimenticare e far dimenticare era interesse di tanti, negli anni Cinquanta, dato che a quel crimine contro l’umanità avevano collaborato in molti, in Germania, Francia, in Italia. Era un passato compromettente e indicibile difficile da raccontare. E in parallelo proprio nei Paesi dove i fascisti di varie specie avevano dovuto misurarsi con i movimenti di Resistenza era cresciuto un nuovo racconto: quello dell’epica antifascista. Fu il caso dell’Italia, soprattutto al Nord, fiera di essersi liberata da un regime e da occupanti criminali come non era successo prima (neppure nel Risorgimento). La memoria fu da subito quella della Guerra di liberazione. Quella di coloro che potevano riprendere voce in un contesto che rapidamente era diventato repubblicano e regolato da una lungimirante Costituzione democratica. Anche se non fu sempre quella ufficiale: ho ripensato a Norberto Bobbio quando in un discorso sulla Resistenza del 1957 osservava che la scuola sulla lotta di Liberazione “è muta” e “i giornali parlano sì ma dei processi contro i partigiani”.

Certo con rarissime eccezioni, i racconti dei sopravvissuti dai Lager furono considerati un grumo memoriale informe, un doloroso rendiconto di un danno collaterale della guerra – l’espressione è proprio questa – esperienze tremende, ma senza venature epiche capaci di contendere l’attenzione del pubblico alle prove letterarie dei resistenti. Si pensi a Levi, sottolinea Barberis, per l’appunto, trascurato da Pavese, da Vittorini, da Natalia Ginzburg, e da Giulio Einaudi. Frainteso e respinto, ricondotto a un suo angolo, mentre il grande spazio e le luci di scena esaltavano il giovane Calvino, e a seguire Cassola, Pratolini, Viganò, Meneghello, fino a Fenoglio e oltre.

Come collocare il lamento dei pochi superstiti di uno sterminio epocale, senza eroi riconoscibili e con una massa imprecisabile di vittime? Va anche detto che negli anni della guerra fredda anche il nemico aveva nel frattempo cambiato volto e simboli. Che i sovietici avessero preso Berlino e lasciato sui campi di battaglia venti milioni di morti lasciava indifferenti (come tra l’altro certificano a tutt’oggi, mi scatta l’associazione, i documenti del neo eletto Parlamento Europeo). Vi era stato del male, dunque, commenta Barberis, non solo nelle file dei vinti; anche i vincitori mostravano negli anni della cortina di ferro storie da non raccontare, capi e comprimari da dimenticare.

Il silenzio finì per avere all’epoca due diverse dignità. Da una parte l’afasia antieroica dei reduci dalla Shoah che mancarono, e a lungo, di un racconto; dall’altra il silenzio nobile di chi, resistendo alla tortura, non aveva parlato, evitando così di compromettere i compagni di lotta. Un esempio per tutti è la lapide che riporta le parole di Piero Calamandrei conservata nell’ingresso del Comune di Cuneo (su cui tante volte ho concentrato la mia attenzione):

Lo avrai, camerata Kesselring il monumento che pretendi […]
Non con i sassi affumicati
Dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
Non colla terra dei cimiteri
Dove i nostri compagni giovinetti
Riposano in serenità […]
Ma soltanto col silenzio dei torturati
Piú duro d’ogni macigno

Memoria silenziata dunque, a lungo rimasta senza racconto. Trent’anni dopo la guerra, negli anni Ottanta, la memoria, che in precedenza si era appoggiata sulle spalle degli eroi, ora traeva legittimità e forza dalla figura della vittima. Una sorta di modello cristologico si andava imponendo con la sacralizzazione della vittima soppiantando la tradizionale figura dell’eroe. Da allora – il punto di svolta era stato il processo di Gerusalemme ad Eichmann nei primissimi anni Sessanta e gli effetti a ricaduta – quella della vittima è diventata una condizione nobilitante come testimoniano oltre ai libri che si moltiplicarono i film da Claude Lanzmann Shoah del 1985 alla miniserie televisiva Holoacust di pochi anni precedente.

Con esiti non sempre virtuosi, lo documentano le figure incredibili, narrate con grande perizia nel libro, dei finti testimoni. Tra questi Enric Marco protagonista del romanzo senza finzione di Javier Cercas, L’impostore, del 2014 storia davvero sorprendente di Marco, che (sulla base di una ambizione malata di emergere e di comparire) ha millantato ogni possibile merito raccontando una storia di vita completamente falsa. Catalano, dichiaratamente antifranchista, sarebbe stato deportato a Flossenbürg e, miracolosamente scampato, tornato in Spagna per riprendere la lotta e la testimonianza contro il fascismo e il nazismo. Intrisa di elementi secondari di verità, la sua impostura gli guadagnò la presidenza della Cnt, lo storico sindacato anarchico con forti radici nella guerra civile; oltre che la presidenza della “Amical de Mauthausen” . Fu smascherato dallo storico Benito Bermejo, mentre nel 2005 si recava proprio a Mauthausen con il premier Zapatero a ricordare e denunciare i crimini nazisti, Marco a poco a poco fu costretto ad ammettere di non aver combattuto il franchismo e di essere stato in Germania come lavoratore volontario per evitare la coscrizione militare. Insomma di non aver neppure sfiorato il Lager e di essersi impossessato di un numero di matricola appartenente a una persona deceduta nei campi e di aver su quella base costruito la sua personalità fittizia.

Ma anche al di là degli impostori, non meno significative delle testimonianze delle vittime potrebbero essere ai fini della ricerca storica – suggerisce l’autore – le testimonianze degli assassini.

La memoria allora, si può concludere, deve servire, se è ancora possibile, non a spiegare il perché della storia ma a far ricordare i rischi che sempre corriamo sforzandoci di mantenere vive le ragioni della democrazia contro ogni tentazione autoritaria, intollerante e razzista. Perché il punto è questo, e Levi lo diceva con chiarezza: la storia ci insegna che il nazionalismo e il razzismo, al fondo della loro pratica estrema, hanno avuto e hanno il Lager, sempre e ovunque. Storia senza perdono, il genocidio degli ebrei nei campi di sterminio: “imprescrittibile” come afferma F. Hartog, sulla scorta anche delle posizioni dei giuristi, perché il criminale rimane contemporaneo al suo crimine.