In ricordo di Ivan Della Mea    

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A dieci anni dalla sua scomparsa Ivan Della Mea è ancora vivo fra noi con le sue canzoni e i suoi libri.

Molti che gli sono stati vicini nel suo percorso artistico e umano hanno scritto e parlato di lui, ricordando episodi che ne mettono in luce il temperamento, la sensibilità, le capacità, il suo essere, sempre e comunque, dalla parte degli ultimi. Io posso solo integrare, con alcuni piccoli ricordi, quello che è stato narrato da chi lo ha conosciuto meglio di me.

Entrai in rapporto con Ivan Della Mea, negli anni ’60, prima attraverso i suoi dischi e i mitici spettacoli a cui partecipò (“Bella ciao” e “Ci ragiono e canto”), poi, più direttamente, nel 1968, quando cantò nella chiesa dell’Isolotto a Firenze, invitato dalla Parrocchia (don Enzo Mazzi non era stato ancora “rimosso” da parroco), a un’assemblea sul movimento, molto vivo in quel periodo, dei neri degli Stati Uniti per i diritti civili. Sempre all’Isolotto aveva cantato, alcuni mesi prima, di ritorno da Cuba, all’inaugurazione della Scuola popolare nei locali delle Baracche Verdi parrocchiali (che poi sarebbero diventate la sede della Comunità di base isolottiana estromessa dalla Chiesa ufficiale). E proprio iniziative come quella dell’assemblea sui neri statunitensi sarebbero state, insieme alla causa scatenante del provvedimento – la solidarietà con gli occupanti del Duomo di Parma per contrastare la Chiesa ricca dei ricchi e affermare la necessità di una Chiesa povera per i poveri –, all’origine della rimozione di don Mazzi, ad opera del cardinale Florit, e della nascita della Comunità di base.

Nel corso degli anni seguenti avrei continuato ad ascoltare Della Mea nei suoi dischi e CD (“Il rosso è diventato giallo”, “La Balorda”, ecc.), nonché nei suoi interventi alle feste dell’Unità (e avrei anche visto “Tepepa” – un film “sessantottino”, che narrava una storia “rivoluzionaria” messicana –, di cui Ivan era, insieme a Franco Solinas e al regista Giulio Petroni, soggettista e sceneggiatore).

A distanza di quasi un ventennio lo avrei ritrovato Presidente dell’Istituto “Ernesto De Martino”, autore di articoli su “L’Unità”, “Il Manifesto”, “Liberazione”, “Il Grande Vetro” e anche di libri.

Sul finire del secolo scorso partecipai (insieme a Enzo Mazzi, Anna Maria Rivera, Adriana Dadà, Sergio Pannocchia, direttore de “Il Grande Vetro”, e altre/i), a un Campus, coordinato da Ivan, sulla memoria – sulle memorie – nell’ambito del Progetto “Porto Franco” messo su dalla Regione, con la regia di Lanfranco Binni, per dare basi più solide, con l’apporto di intellettuali e operatori/operatrici di vario tipo, a una Toscana accogliente, inclusiva, solidale (un “porto franco”, appunto). Si trattò di una settimana in cui discutemmo molto vivacemente, in ritiro in una struttura nei pressi di Arezzo – a San Pancrazio, dov’era avvenuta una strage nazi-fascista –, con l’apporto di esperti come Cesare Bermani, Bruno Cartosio, Gianfranco Contini, Alessandro Portelli etc. Fu un’esperienza molto bella, che arricchì indubbiamente tutti/e i/le partecipanti. E Ivan la condusse con abilità e “grinta”, senza farla scadere nella chiacchierata fine a se stessa e senza inutili “accademismi”.

Subito dopo, in qualità di coordinatore della redazione di “Percorsi di cittadinanza”, gli chiesi di collaborare al giornale. “Percorsi di cittadinanza” era – era perché oggi non esiste più – un periodico dell’ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani – della Toscana che si occupava di immigrazione e di pace (di iniziative per l’accoglienza, l’inclusione, la solidarietà nei confronti dei/delle migranti e per la promozione di interventi di pace). Si era ancora in un periodo in cui una buona parte degli enti locali, specialmente in Toscana, si occupava di questi temi (e l’ANCI si era dotata di una Consulta per l’immigrazione, in cui convivevano amministratori, esponenti del volontariato, rappresentanti dell’associazionismo dei/delle migranti). Poi, progressivamente, si è abbandonata questa impostazione, da parte delle amministrazioni di centro-sinistra, per non far crescere, così si è detto, la Lega: si è adottata, cioè, una politica “omeopatica”, cominciando a operare con un tantino di razzismo per contrastare il razzismo – e si è visto con quali splendidi risultati. Ivan scrisse per “Percorsi” una poesia, che fu pubblicata nel n. 7 del 2003 e fu poi inserita, dedicata “A Moreno”, nel volume “Prima di dire”, una raccolta di sue poesie. La riporto qui, perché mi sembra indicativa dello spirito, libertario e aperto a tutto il mondo (per Ivan valeva veramente il motto “Nostra patria è il mondo intero”) che ha ispirato tutta la sua opera:

Fa specie
il volo tuo gentile
il tenero librare
dei tuoi colori figli della pace
indifferente sembri o quasi
al gelo
a questa bora diaccia
farfalla
che io rimiro ora nella stasi
stupenda è la tua faccia
e il tuo volerci dire
d’un marzo
d’un aprile
lì lì a venire
Poi, stanca
ripari alla cipressa
e un diaw[1] fiorentino
con figlia nera come una toscana
mi dice
“bella farfalla credo nigeriana
se non sorella mia senegalese”
Tutto ciò è ben civile
ben-ben ben-ben ben-ben ben-ben cortese
Comunque sia
quella farfalla oggi è anche mia
del mio paese
domani giustapposta
diremo assieme:
bella questa farfalla è anche nostra
e quindi si farà un girotondo
per dir d’una farfalla ch’è del mondo:
così, alla via
e poco o nulla importa
se questa mia
si possa dire
o meno
poesia:
fai tu Moreno. 

Ivan ha sempre mostrato una grande disponibilità per interventi nelle scuole in cui si affrontassero i temi dell’immigrazione, dell’emarginazione della popolazione Rom, del suo sterminio ad opera dei nazisti (il “porrajmos”). Cantava, in quelle occasioni, i canti dell’emigrazione italiana, che si è sviluppata, fino a raggiungere cifre molto alte (decine di milioni di persone), a partire dalla fine dell’Ottocento e con un notevole incremento nel secondo dopoguerra. Per contribuire a far capire come le migrazioni non costituiscano delle emergenze, ma siano aspetti normali, che hanno riguardato, e riguardano – in uscita –, anche il nostro Paese, e come il meticciato sia il futuro del mondo.

Naturalmente sarebbe ancora in prima linea, Ivan, nella situazione odierna, a contrastare la disumanità e il razzismo dilaganti. O, meglio, lo è comunque con le canzoni e gli scritti che ci ha lasciato.

 

[1] Pape Diaw è stato Presidente dell’Associazione dei Senegalesi fiorentina e toscana e anche Consigliere al Comune di Firenze.

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