“Nessuno può chiudere la porta del mondo” (Shahram Khosravi)

image_pdfimage_print

 

Shahram Khosravi insegna Antropologia sociale all’Università di Stoccolma. Per caso. Infatti è un profugo iraniano, fuggito dall’Iran ai tempi della guerra con l’Iraq (1980-1988), una delle più sanguinose della storia contemporanea (almeno mezzo milione di adolescenti iraniani morti, moltissimi rimasti mutilati o intossicati dai gas), con le grandi potenze che in funzione anti Khomeini appoggiavano Saddam Hussein. (Poi però le stesse potenze gliela fecero pagare con gli interessi.)
Nel 1986 Sharam, appena diplomato, riceve la convocazione dall’esercito e decide di imboscarsi. Comincia così il suo contorto itinerario di migrante clandestino, durato un anno e mezzo: dall’Iran in Afghanistan poi in Pakistan poi in India, e da qui in Europa. (“Per i migranti è il costo a decidere la meta. Una differenza di poche centinaia di dollari può significare partire per un continente invece che per un altro. […] 500 dollari [possono essere] determinanti per decidere due vite radicalmente diverse”.) Un tentativo fallito per l’Olanda e poi in Svezia. (“Di preciso non sapevo neanche dove fosse”.) con un passaporto greco contraffatto: “Il mio primo nome era Kostas, ma il cognome era una sfilza di sillabe per me impronunciabili: passai la notte a imparare a memoria il mio nome. (…) Siamo noi ad appartenere ai nostri passaporti, non viceversa.” Dopo alcuni giorni di interrogatori all’aeroporto viene spedito dall’ ufficio immigrazione nel campo profughi di Kiruna, 145 km. a nord del circolo polare (“L’esistenza di un migrante illegale è improntata alla precarietà, all’imprevedibilità e all’erranza.”) e infine accettato. Dopo meno di tre anni, il 21 ottobre del 1991, un razzista svedese gli spara in faccia. La prima domanda dei poliziotti all’ospedale fu se avesse rapporti con la “mafia iraniana” di Stoccolma… L’attentatore, un disadattato a sua volta figlio di emigrati in Svezia (uno svizzero e una tedesca), autore seriale di altri attentati, fu poi condannato all’ergastolo. L’intera storia diventò anche un serial televisivo, in cui il personaggio di Khosravi aveva la barba, come fosse un talebano e non “un iraniano laico studente di antropologia”.
Ora Khosravi, cittadino svedese dal 1995, partecipa a convegni internazionali, scrive saggi importanti, tradotti in varie lingue. Da noi la benemerita casa editrice Elèuthera ha da poco pubblicato Io sono un confine, uno dei libri più coinvolgenti che io abbia letto negli ultimi tempi: da solo batte tutti i finalisti Strega messi insieme. Una testimonianza diretta, un racconto commovente di storie disperate, di morti stupri suicidi e sofferenze, e nello stesso tempo un lucido saggio sociopolitico: il passaggio continuo da autobiografia a narrazione di vite vissute ad analisi e interpretazione è calibrato benissimo. Così come sono lucidamente percorsi questi nostri anni di “apartheid globale in cui sono i confini a differenziare le persone.”
E soprattutto è raccontato il disorientamento, il sentirsi straniero a se stesso, sempre fuori luogo, ai bordi di quanti sono in esilio: “L’esilio consiste nel vivere in un luogo sognandosi altrove”. E in quell’altrove hai la certezza di non essere più riconosciuto, come Ulisse quando tornò ad Itaca. E là dove sei emigrato in realtà sei comunque estraneo, sempre sulla soglia, né dentro né fuori: sul confine, appunto. Esposto allo sguardo degli altri, come i tre personaggi di A porte chiuse di Sartre, ricordato in queste pagine insieme con le analisi di Franz Fanon sullo “sguardo coloniale”. Uno sguardo “volto a spogliare i migranti della loro storia, delle loro emozioni, della loro personalità e del loro intelletto, per trasmutarli in alieni indesiderabili.”
E qui Khosravi prosegue arrivando al nocciolo del problema: “Avere una patria significa dunque appartenere ma anche erigere confini, escludere gli altri. (…) Poiché la patria è principalmente un luogo di esclusione, e non di inclusione, è un concetto che alimenta il razzismo e la xenofobia.” E nella stessa pagina cita i Minima moralia di Adorno, là dove il filosofo, rifugiatosi negli Stati Uniti per scampare al nazismo, ritiene “parte della morale non sentirsi mai a casa propria”.
Vengono in mente le parole di un’altra migrante, costretta alla fuga dalla Germania nazista: Hannah Arendt, che in Noi profughi (1943, ora in Ebraismo e modernità, Feltrinelli, ma si trova anche in rete) scrive: “I profughi costretti a muoversi di Paese in Paese rappresentano l’avanguardia dei loro popoli… Il rispetto reciproco dei popoli europei è andato in frantumi quando, e perché, si permise che i membri più deboli fossero esclusi e perseguitati.” E nel capitolo IX de Le origini del totalitarismo, intitolato “Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani”, Arendt specifica: “Privati dei diritti umani garantiti dalla cittadinanza [gli individui senza status giuridico] si trovarono ad essere senza alcun diritto, schiuma della terra. (…) Essi sono sottratti a quella tremenda livellatrice di tutte le differenze che è la cittadinanza; e, poiché sono esclusi dalla partecipazione all’attività edificatrice degli uomini, appartengono alla razza umana allo stesso modo che degli animali a una determinata specie animale.”
E ancora: “La concezione dei diritti umani è naufragata nel momento in cui sono comparsi individui che avevano perso tutte le altre qualità e relazioni specifiche, tranne la loro qualità umana”.
E infatti Hitler per poter perseguitare “legalmente” gli ebrei tedeschi il 15 settembre 1935 a Norimberga, non pago di altre nefandezze e restrizioni, tolse loro la cittadinanza tedesca, circoscrivendo la pienezza dei diritti ai soli cittadini di sangue tedesco. E sì che in Per la pace perpetua (1795!) il prussiano Kant aveva sostenuto che nessuno ha più diritti di un altro per abitare una località della terra.


Qui il discorso si allarga e va oltre il libro-testimonianza di Khosravi; meglio: occorre vederne lo sfondo, partendo dal malefico intreccio di etnia, territorio, stato. Le origini risalgono alla nascita degli stati nazionali, quando lo stato-nazione diventò il criterio della legittimità istituzionale; ma anche alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 e a quella dell’ONU del 1948: i diritti sono sempre riconosciuti solo all’ uomo cittadino. Ma questo legame, già criticato da Arendt (e anche, da un’altra prospettiva, da Simone Weil, che profeticamente insisteva sui doveri piuttosto che sui diritti) ha ancora senso nell’orizzonte planetario contemporaneo? Un mondo dove gli “apolidi” come Arendt (e come i tanti incontrati e raccontati da Khosravi) sono milioni e perdono quotidianamente casa, legami, lingua, lavoro, quando non la vita? Dove la perdita della comunità di origine comporta anche la perdita di umanità, la riduzione al grado zero dell’esistenza, alla mera biologia, a quella che Agamben ha felicemente chiamato “la nuda vita”? Un mondo in cui l’ egemonia occidentale al tramonto, dopo secoli di predominio selvaggio su popoli e culture in vario modo sottomessi, sferra colpi di coda feroci (in un futuro prossimo forse anche radicalmente distruttivi).
Un mondo ostaggio del gelido fatalismo del There’s no alternative e che si sta ora inventando mitiche identità patriottiche, folcloristiche, turgide e insieme vittimistiche. Da noi soprattutto vittimistiche, come ha dimostrato Daniele Giglioli nel suo Critica della vittima, Nottetempo. Ed è proprio la logica vittimaria che consente ai capipopolo di trasformare in fascismo e razzismo il rancore, la rabbia, la frustrazione, il risentimento di quanti, grazie anche al tradimento della sinistra, sono esclusi dai vari City life districts che hanno gentrificato le nostre città più decantate dall’informazione quotidiana. (In compenso si fanno le Olimpiadi invernali in una città piatta e senza neve e si lasciano andare in rovina borghi e paesaggi di tutta la grande dorsale appenninica, per fare solo un esempio. E per non parlar del TAV.).
E quando sento i capipopolo chiamare a riscossa gli “italiani”, che devono venir “prima” degli stranieri in cerca di “pacchia”, non posso non ricordare (sono abbastanza vecchio per farlo) il trattamento che i probi torinesi e milanesi riservavano ai meridionali in cerca di lavoro: meno feroce ma altrettanto radicale di quello che Salvini riserva ai migranti di oggi. E, ribaltando la prospettiva, ci siamo già dimenticati dei migranti italiani di fatto venduti dalla patria Italia al Belgio in cambio di carbone e della tragedia di Marcinelle, recentemente rievocata da Paolo Di Stefano nel suo straordinario, anche per l’impasto linguistico, La catastrófa?

La nuova enfasi nazionalistica ha però origini insospettabili: fu Ciampi che, probabilmente in funzione anti Lega scissionista, rinverzicò tutto il bric-à-brac italico inventato ed ereditato dall’Ottocento e poi sventolato dalla retorica mussoliniana. E allora inno di Mameli à gogo, parata del 2 giugno, Milite ignoto, riabilitazione dei “vinti di ieri”, Violante che omaggia i ragazzi di Salò, Galli della Loggia che scrive libri sull’identità italiana e dirige un’intera collana del Mulino ad essa dedicata, Gian Enrico Rusconi che pubblica preoccupate ipotesi in Se cessiamo di essere italiani (Il Mulino), Benigni che recita e commenta a Sanremo Fratelli d’Italia… tutto un fervore neopatriottico vieppiù svilito e involgarito che passo passo ci ha portati a Salvini-Cetto la Qualunque (l’identificazione è di Alessandro Ferrucci) e al suo governo effettivo di questo infelice paese.

Ma esiste poi un’identità collettiva? E addirittura patriottica? E che rapporto c’è tra le identità collettive e quella individuale? Scriveva Tony Judt: “Identità è una parola pericolosa. Non ha alcun uso contemporaneo che sia rispettabile.” (Cito da Adriano Prosperi, Identità: l’altra faccia della storia, Laterza.) L’ identità è un dato anagrafico del singolo (la carta d’identità, a es.) o pertiene alla psicologia personale (il bambino cresce identificandosi): è dunque singolare e documentaria. O biologica: il corredo genetico, ormai però manipolabile. O legata al nome, ma qui si aprirebbe una questione che va da Rosenzweig a Eliot (il famoso terzo nome dei gatti…).

Forse sarebbe più corretto allora parlare di cultura, che è soggettiva e anche collettiva e plurale, ma soprattutto in continuo divenire, il che di per sé non significa progredire ma mutare. Quanti italiani, anche meno di un secolo fa, parlavano l’italiano? E le lingue locali, i dialetti, rispettano forse i patri confini? (Un italiano della Val d’Aosta tuttora si intende meglio con un francese della Val d’Isère che con un “calabrotto”, per usare la denominazione locale).
E la cultura delle classi subalterne che cosa aveva in comune con quella dei nostri grandi scrittori, da Dante in poi? Eppure sono state, e in parte ancora sono, proprio la letteratura, le arti e, almeno un tempo, il perfetto equilibrio tra natura e cultura, la spontaneità con cui le attività umane si armonizzavano con l’ambiente a sostenere nei secoli una frastagliata e caleidoscopica “identità” italiana non definibile ma riconoscibile. Il che non autorizza il disconoscimento delle culture altrui: gli scambi culturali tra popoli hanno da sempre arricchito la polifonia dell’umanità.
Mentre l’enfasi e la retorica dell’identità ci portano solo alle dittature, al razzismo e al genocidio.
Ne L’identità culturale non esiste, Einaudi, Jullien sostiene che sono proprio le differenze culturali, gli “scarti”, ad aprire uno spazio a ciò che è comune. Nella distanza si può aprire infatti un terreno di condivisione: “Scarti che non si richiudono in differenze identitarie, ma aprono un tra in cui si forma un nuovo comune.”(…) Infatti nel tra aperto dallo scarto ognuno dei due elementi, entrando in rapporto con l’altro, smette di bastare a se stesso, oltrepassa il muro che lo portava a mantenere le distanze.”
E Prosperi, nel libro citato dice: “Sarebbe meglio se invece di costruire identità di cartapesta si cercasse di capire e di affrontare i problemi reali da cui sono generati i localismi intolleranti che dominano la scena politica.” E conclude: “più che parlare di identità collettiva, è importante guardare alle fratture storiche e sociali che il nostro paese, per una serie di ragioni, ha sofferto in misura maggiore di molti altri, col risultato che le tracce delle cancellazioni e delle violenze storiche sono qui ancora visibili.”
A cominciare, si può aggiungere, da uno Stato nato tardivamente e male, corrotto in partenza e presto catapultato nella fornace del Novecento.

P.S.: Rimando chi volesse approfondire i temi qui solo sorvolati, oltre che agli scritti sopra citati, a:
Anderson, Benedict, Comunità immaginate, manifestolibri, 1996
Jullien, François, L’identità culturale non esiste, Einaudi 2018
Langer, Alexander, Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica, http://www.cencicasalab.it/node/17
Raimo, Christian, Contro l’identità italiana, Einaudi 2019
Remotti, Francesco, Contro l’identità, Laterza 2010
Revelli, Marco, Populismo 2.0, Einaudi 2017
Revelli, Marco, La politica senza politica, Einaudi 2019
WuMing 1, Terrorismo, migranti, foibe, marò, fascismo… Appunti sul vittimismo italiano, wumingfoundation.com

Lo scritto di Hannah Arendt Noi profughi si trova anche in
http://www.istitutodegasperi-emilia-romagna.it/pdf/migranti_hannah.pdf

Su You Tube il video di un intervento di Khosravi a Pistoia
https://www.youtube.com/watch?v=Cwcp7JnuxC8

About Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

Vedi tutti i post di Gianandrea Piccioli