Dissacrare i confini, costruire contatti

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1. I confini del potere

Il confine più importante è quello posto al potere: nessun potere legittimo è illimitato; nessuno ha tutto il potere sugli altri; il potere esercitato senza limiti è prepotenza, offesa, violenza. Il potere, di fatto, tende ad espandersi, a sopraffare: il primo problema relativo al potere, nella vita politica, è dargli dei limiti chiari.

Lo stato costituzionale di diritto è tale perché nessun potere è assoluto, nemmeno il potere del popolo: secondo l’art. 1 Costituzione «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

La democrazia è tale non solo perché il potere è del popolo, ma perché il popolo non può fare tutto quello che vuole: non può opprimere le minoranze, non può condannare a morte, né a pene che siano «trattamenti contrari al senso di umanità» (art. 27 Cost.).

Sovrano vuol dire “superiorem non recognoscens”: ma nessuno è al di sopra di tutto, nemmeno il popolo. Populismo e sovranismo sono la pretesa di opprimere altri (all’interno o all’esterno) perché ogni potere senza regole e limiti è ingiusto. Nemmeno il potere della maggioranza è assoluto: sarebbe “dittatura della maggioranza” (Tocqueville). La democrazia non consiste nel dare tutto alla maggioranza, ma nel mantenere la libertà e le possibilità delle minoranze. La democrazia non è tanto “comanda la maggioranza”, quanto “la maggioranza non stracomanda sulle minoranze”.

La democrazia è un sistema intelligente perché tutela e coltiva sempre le alternative, dal momento che niente, neppure la migliore giustizia, è definitiva e completa. La giustizia è più della legge, perché è l’obiettivo e il limite della legge. La giustizia non è individuata sempre dalla maggioranza, ma dal lavoro continuo, ininterrotto, illimitato, della ragione e della coscienza, nel dialogo umano universale, libero, critico, sperimentale, correttivo, amante dell’umanità.

L’unica cosa al mondo che non ha limiti e confini è questa ricerca e autocorrezione continua. Il cammino verso la giustizia, per vederla e praticarla, è il cammino umano infinito. È la dimensione infinita della finitezza umana. Quindi la nostra alta dignità. Nessuno che ha una funzione di potere può disobbedire ai confini del potere. Chi ha una funzione di potere deve obbedire ai confini del potere.

2. Confini sul territorio

Erano dichiarati “sacri” i confini della Patria, perciò ad essi si sacrificavano vite umane ‒ come su un altare cruento ed esaltato ‒ per difenderli, o per allargarli con la conquista. Ritornano falsamente sacri, ora che li si difende contro profughi e migranti. Mentre i profughi hanno bisogno di noi, noi abbiamo bisogno dei migranti.

È venuta l’ora, nel mondo unificato materialmente, che i confini siano alleggeriti, siano dissacrati e naturalizzati, perché viene il tempo della vicinanza e della convivenza. È una malvagia politica quella che indurisce i confini, li rende spinosi e taglienti, cementificati, e chiude i porti – queste braccia aperte, che sono sempre stati e restano sacri per natura, come le vite che vi cercano rifugio; queste aperture da qui ad ogni orizzonte – negandovi l’approdo a chi ha bisogno: crimine di lesa umanità. È difficile dire quanto questa provincializzazione e disumanizzazione del potere, e la sua falsità, superi le violenze politiche della storia passata. Importante, davanti a una tale politica, è soffrire e reagire: soffrire com-passione per gli esclusi, reagire con in-sofferenza e in-dignazione verso gli escludenti, e con la condanna della loro politica.

Oggi, una reazione sana compare, comincia la resistenza Si moltiplicano le analisi sulla manovra cinica che ha gonfiato una falsa paura negli strati deboli e impoveriti, contro i più poveri. Ma più importanti sono le antesignane prassi civili di accoglienza, di apertura mentale e cordiale alla nuova inevitabile positiva vicinanza e convivenza dei popoli.

La vicinanza è accresciuta, per necessità, dalle tirannie e dalle guerre che scacciano i poveri dalle loro case e terre, dal degrado della terra, che affama, e spinge dove si spera di vivere meglio; ma è dovuta anche – in positivo ‒ alla comunicazione tra i popoli e al dialogo tra le culture e le forme di vita.

I confini duri, esaltati, tagliano l’umanità come il machete nel genocidio in Rwanda. Il confine più duro è il “fronte” di guerra, dove una parte nega e colpisce l’altra. Ma oggi la guerra non è più su un confine territoriale, è universalizzata, dal cielo alla terra, da vicino e da lontano, contro tutta una terra abitata: è guerra contro i popoli. La distruttività è totale, minacciati siamo tutti. Il confine di guerra è dovunque, la guerra è nella volontà di potenza e di rapina, è nei calcoli disumani, nella tecnocrazia con scopi non umani.

Si può sperare, si deve sperare attivamente ‒ se riusciremo ad evitare la catastrofe nucleare e ambientale, e a spegnere gli spiriti di odio ‒ che l’umanità proceda all’unità nella diversità, all’universalismo diversificato, alla pluralità delle vie verso il compimento umano.

Ma ora, nell’immediato, bisogna disobbedire alle politiche crudeli, soprattutto liberare i poveri dall’inganno del pifferaio che li scatena contro altri poveri, per usarli come servi del proprio potere. Dare al popolo un nemico, quello che sta di là dal fiume, serve ad adescarne gli istinti più rozzi, ignoranti della nuova realtà. Il tema politico è più che mai: quale umanità? Forse, se ci aiutiamo tutti, riusciremo. La politica è il vivere insieme, quindi è coscienza di umanità, prima che potere, prima che soluzione di problemi.

Ai confini induriti, inferociti, bisogna disobbedire, in nome dell’unità umana: molteplice e dialettica, ma unità. Questo è il prodigio e il valore della civiltà planetaria: liberamente insieme nella libera diversità.

3. Confini tra noi persone

Ecco un cammino per noi: lo straniero diventa un vicino, il confine si chiama vicinato. Ogni con-fine è un con-tatto, occasione di incontro. Il limite mio e il limite tuo com-baciano. Dobbiamo rispettarci, e possiamo anche toccarci, uscire dalla miseria della distanza e chiusura.

Questo vale anche per i nostri corpi, che si toccano felicemente quando riconoscono il limite e il rispetto, l’alterità. L’alterità ci dà consistenza più che estraneità. La violenza fisica, criminale, sessuale, è disobbedienza al confine-diritto personale, che è sacro, in quanto superiore ad ogni volontà di potenza.

Lo scontro è la negazione dell’incontro. Il nemico mi nega nel mio essere, mi annulla, come io annullo lui. Fare fronti di inimicizia, fare nemico il diverso, chiamare “invasione” l’incontro, è tagliare l’umanità: non rompe solo la comunità dei popoli, ma la nostra personale umanità. La quale si nutre alla fonte dell’umanità universale, madre di tutti noi, fisicamente, culturalmente, spiritualmente.

I confini personali distinguono ma con-giungono, con-giungono ma non con-fondono. Io devo limitarmi perché tu viva, per non invaderti, non occuparti; e così tu devi limitarti per non prendermi, non occuparmi, non conquistarmi. Libertà e solidarietà sono una congiunzione articolata, come la “insocievole socievolezza” vista da Kant, come le articolazioni del nostro corpo, capacità di differente azione. Né l’una né l’altra sono tutto. Sono tutto insieme. Io vivo grazie a te, se mi riconosci e ti fermi davanti a me. Tu vivi grazie a me se ti riconosco e mi fermo davanti a te. Mi fermo, ti fermi, dove ci incontriamo, dove facciamo un insieme di liberi non solitari, nel dialogo e nella collaborazione.

Ci dice Emmanuel Levinas: si ha coscienza di sé solo nell’incontro con l’altro. Il volto dell’altro è specchio del mio. Non vedo e non ho coscienza del mio volto, del mio essere, se non vedendo e riconoscendo il tuo. Un esempio banale, scusate: io vedo nel volto dei miei coetanei il mio invecchiare, che non vedo sul mio.

Tra me e te c’è un confine, che rispetto, che non valico, ma ecco che io mi ritrovo anche di là dal confine, riconoscendomi in te. E viceversa. Differenti, abbiamo in comune l’essere umani. Su questo si basa l’universale “regola d’oro”, il principio etico presente, in formulazioni assai simili, in tutte le civiltà, le morali, le religioni: «Tratta gli altri come vorresti essere trattato tu. Non fare agli altri quel che non vorresti che fosse fatto a te». La ragione di questo respiro per vivere, è l’uguaglianza di valore tra tutti noi, attraverso tutte le possibili differenze; è l’unità nell’alterità.

Sul tema dei confini e contatti tra le culture, tra le spiritualità umane, ci limitiamo ora a segnalare quella linea di pensiero universalista-pluralista, fondamento della pace plurale, espressa da alcune maggiori voci, attraverso tempi e luoghi, nelle culture greco-romana, cinese, indiana, biblica, cristiana, islamica, rinascimentale, riformata-evangelica, moderna pluralista, gandhiana, ecumenica (un autore che ha ricapitolato e promosso questo pensiero è Pier Cesare Bori, Per un percorso etico tra culture, Carocci 2003; Pluralità delle vie, Feltrinelli, 2000; Universalismo come pluralità delle vie, Marietti 2004).

I confini – territoriali, culturali, sociali, interpersonali – sono indicatori delle ricca colorata varietà umana. Usare i confini come taglienti e negatori vuol dire offendere l’umanità in ciascuna persona e in ciascuna forma di civiltà umana.

In questo cammino di civilizzazione, l’Italia può vantare il grande art. 3 della Costituzione, che afferma l’uguale dignità delle persone, senza alcuna discriminazione, senza tagli che ammettano alcuni ed escludano altri. Se c’è qualcosa di sacro (senza uso di questo termine) nella nostra Costituzione, è questo art. 3, così forte che impegna la Repubblica, cioè la politica, cioè obbliga ogni governo, a «rimuovere gli ostacoli» che di fatto limitano questo valore, perciò sono indebiti confini dell’eguaglianza: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge», con esclusione di ogni discriminazione. Le discriminazioni escluse sono tali che qui si deve intendere “cittadini” non in senso nazionale, di sangue, né burocratico, di registrati allo stato civile, come non è da intendere i cittadini uomini e non donne, ma nel semplice significato di esseri umani.

Tanto è vero che, poiché troviamo tra le distinzioni escluse costituzionalmente anche la razza, anche le condizioni personali e sociali, dobbiamo giudicare che una politica governativa, come l’attuale, che riduca a reato la condizione dello straniero non registrato, che respinga migranti bisognosi di riparo e li sequestri fuori dai “porti chiusi”, che respinga profughi in paesi che li maltrattano gravemente, sia una politica che viola profondamente l’art. 3 della Costituzione, perciò davvero una politica illegittima, da contrastare, a cui resistere e disobbedire, in forma democratica e nonviolenta, cioè con la forza della non-collaborazione all’ingiustizia.

E ciò, nonostante il consenso popolare contrario al patto costituzionale. Così come nessun consenso popolare potrebbe introdurre la pena di morte, esclusa dall’art. 27 Cost. (tolta anche, con la legge 25 ottobre 2007, l’eccezione crudele delle leggi militari di guerra).

Ecco, confine ‒ nel senso di limite invalicabile che l’Italia si è dato in Costituzione, e che non possiamo superare senza violare qualcosa di veramente sacro ‒ è la discriminazione tra gli esseri umani, perciò la riduzione dei diritti personali inviolabili degli stranieri. Davanti a tale violazione la politica deve retrocedere. Superare questo confine è perdere senso umano. Come la ringhiera del balcone è il vero salutare confine del mio spazio abitabile, vivibile. Non mi impedisce: mi protegge dal cadere. Il divieto costituzionale protegge la civiltà etico-politica italiana dal precipitare nell’imbarbarimento neo-fascista e nazional-razzista.

I limiti delle possibilità pratiche di accoglienza di profughi e migranti sono problemi reali, ma non è giustificabile, davanti alla legge fondamentale della Patria, che si riducano volontariamente quelle possibilità, mancando a doveri di solidarietà nella Patria umana, che costituiscono la civiltà di un popolo.

Ai confini escludenti e respingenti bisogna disobbedire. Ai confini punti d’incontro bisogna collaborare.

4. Confini dentro di noi

Ma il tema non è solo politico. C’è un confine anche dentro di noi. «Io stesso sono altro da me, ospite, migrante, estraneo a me stesso» (Carlo Bolpin, Io straniero a me stesso, rivista Esodo, n.1, 2019). Qualcuno mi avverte: guardiamo anche il Salvini che è in noi. Co-scienza, ri-flessione, de-cisione: sono atti di ritorno su noi stessi, atti di controllo e di scelta sul confine tra ciò che vogliamo e ciò che non vogliamo essere, tra ciò che dobbiamo o non dobbiamo essere; sono atti di controllo sul vero o il falso di noi stessi, sulla differenza tra umano e disumano, tra giusto e ingiusto in noi, perché la decisione intima personale si rifletta anche, mediante la collaborazione morale, nell’ethos comune e nella politica.

Se non chiariamo il confine personale interno, non abbiamo accesso alla coscienza umana universale. Allora si ricorre a identitarismi parziali e contrapposti, a falsi universali, per esempio, all’idea del suprematismo razziale bianco, oggi rappresentata da uomini di potere tanto quanto dai terroristi. Dal barbaro nazista Blut und Boden («sangue e suolo», «sangue e terra») al rozzo “America first”, “Prima gli italiani”, “Prima l’Italia” c’è la continuità di una miserabile riduzione umana, che tutti ci offende.

La coscienza umana universale, assimilata nelle coscienze personali, è la più profonda garanzia del rispetto anche dei propri diritti e dignità, dei diritti e della dignità del proprio popolo, cultura, civiltà. Io mi sento ben riconosciuto e rispettato nella mia dignità e diritti, se avverto che tu hai coscienza della dignità di ogni altra persona umana, prima di me. Così, la tua garanzia del mio rispetto per te, ben prima che nella legge, sta nella mia coscienza del valore di ogni persona, quindi del valore tuo.

Oggi ‒ nell’incontro dei popoli, nel comune rischio dei danni ambientali irreparabili, e delle guerre alimentate dai suprematismi e dal libero criminale mercato di armi, e dalla proliferazione e non proibizione anche di quelle total-distruttive ‒ l’opera politica e civile più necessaria è abbassare i confini escludenti, gettare ponti di conoscenza, di riconoscimento e di accoglienza solidale, tra le culture, tra le persone, perché il destino umano è sempre più comune, inseparabile. A questo argine universale alla disumanizzazione, è nostro dovere, e anche sana convenienza, obbedire attivamente.

È l’intervento svolto nel seminario “I confini della disobbedienza”
(Torino, 6 maggio 2019)

About Enrico Peyretti

Enrico Peyretti, già docente di storia e filosofia nei licei, svolge attività come ricercatore per la pace nel Centro Studi Domenico Sereno Regis di Torino, sede dell'IPRI (Italian Peace Research Institute). È membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Università piemontesi. È un riferimento all'interno del Movimento nonviolento e del Movimento Internazionale di Riconciliazione.

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