La lezione di Nuto Revelli, a cent’anni dalla nascita

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Cento anni fa nasceva Nuto Revelli. Oggi vogliamo, o meglio, oggi dobbiamo ricordarlo. Ricordarlo per riflettere su ciò che ha detto e scritto (da Mai tardi a La guerra dei poveri, da L’ultimo fronte a Il popolo che manca a La strada del Davai, da Il mondo dei vinti a l’Anello forte, da Le due guerre a Il disperso di Marburg a Il prete giusto) e trarne le conseguenze.

Ricordarlo per riaffermare con lui un altro modo di fare storia dando voce a chi voce non ce l’aveva, a coloro che non sapevano di possedere quel diritto. Erano gli alpini mandati al macello in Russia da comandi criminali. Erano le donne contadine. Erano i poveri delle valli e delle campagne, era il prete bandito dalla Chiesa.

Ricordarlo per ribadire che l’autentico antifascismo allora come ora, è nell’azione, nelle scelte concrete, nell’impegno, non «nel raccontare barzellette». È perciò che nella Resistenza, la sua seconda guerra, Nuto Revelli, da partigiano, tra un combattimento e l’altro, trova il tempo per parlare con la gente della montagna e osservare che «se i morti in guerra fossero croci, in queste valli avremmo più croci che baite». Senza però scordare la prima delle sue guerre, la campagna di Russia, là dove ha inizio la sua richiesta di verità, costantemente mosso dall’esigenza di «buttare il falso per far posto al vero», preparato a pagarne il prezzo, a costo appunto di sentirsi l’animo vuoto. Ricerca di verità che ispira il suo ultimo lavoro, Il disperso di Marburg, la vicenda di un ufficiale tedesco scomparso nella periferia di Cuneo nell’estate del 1944. Una vicenda che, di là dal dramma umano, costituisce l’occasione per la ricerca dell’umano in ogni umano e dunque anche nel tedesco disumanizzato dalla guerra.

Su questi temi, e su molto altro ancora, è impegnato il Comitato nazionale per le celebrazioni del centenario della sua nascita, che ha predisposto, a partire dallo scorso 19 luglio, a Cuneo e in provincia, una serie di iniziative per il 2019 e il 2020. Tra queste il convegno internazionale su “Revelli protagonista e testimone dell’Italia contemporanea”, che si terrà a Cuneo i giorni 5-6 ottobre di quest’anno.

Torneremo su Nuto e su queste iniziative, che sono anche un modo per non perdere la speranza di un mondo migliore pur a fronte della crescente barbarie. Perché, come lui scriveva, «nel gioco lungo non è detto che i vincitori di oggi restino vincitori per sempre». Ma intanto cominciamo in un modo inconsueto che, probabilmente, a lui sarebbe piaciuto. Con una poesia di Eva Maio, che è la lirica testimonianza della prima iniziativa organizzata dal Comitato: una catena umana che, sotto i portici di Cuneo, si è passata, di mano in mano, i libri dell’autore, il 19 luglio scorso.

Lì a passarci libri

Se ci passiamo libri
di mano in mano
lì sotto i portici
e i libri sono di Nuto
se ci passiamo sguardi intensi
lì dove i suoi piedi passavano
se ci passiamo parole
franche di vita vera
se facciamo trasmigrare
da uno all’altro un po’ di quell’attenzione
ai vinti di oggi
se ci mettiamo le mani i piedi
nei problemi dei vinti di oggi
è come far risuonare i suoi passi
ancora qui
sotto i portici
e un po’ più in là
un po’ più in là
un po’ più in là.
Se ci passiamo libri
di mano in mano
qui sotto i portici di Cuneo
e i libri sono di Nuto
facciamoli vivi
con mani con piedi con sguardo
con occhi
generosi impavidi affettuosi
a questo gravido oggi
e ci facciamo come lui
un poco ruvidi
che il vero
di questo tempo è ruvido
e ci facciamo gentili
che anche oggi ciò che è buono
ha dentro strati e strati di gentilezza
che ci facciamo giusti
giorno dopo giorno
passo dopo passo.
Se ci passiamo non solo libri
se passarci i libri
i suoi libri
è come un pretesto
un prima ed un intanto
del nostro contaminarci
e umanizzarci ancora
un prima ed un intanto
di volti che ci visitano
di bellezze dette a bassa voce
allora
passarci i libri
i suoi libri
è un passarci la voglia di giustizia
e quell’ardente filo
che vuole dignità per tutti
è un passarci l’impegno
a “ri-accendere il futuro”*
adesso.

* L’espressione è tratta da Raniero La Valle, Prima che l’amore finisca, Ponte delle Grazie, 2003

Amedeo Cottino e Eva Maio

Amedeo Cottino: è stato professore di Sociologia presso le Università di Umeaa (Svezia) e di Torino. Si è occupato di diritto internazionale umanitario in qualità di esperto della Croce Rossa Internazionale. Ha scritto sul lavoro nero nell'edilizia e sulla criminalità dei colletti bianchi. Studia, tra l’altro, i temi dell'uguaglianza di fronte alla legge e della responsabilità individuale di fronte alla violenza. Eva Maio: è nata nel 1952 tra i "bricchi" della Valbormida e per 42 anni tra la Liguria e il cuneese ha insegnato nelle scuole elementari, imparando molto dai bambini. Nel frattempo ha coltivato un po' di pensiero filosofico, un po' di quello teologico, qualche ortensia, l'arte povera dell'attenzione e quella ricca dell'amicizia. Inoltre, sempre negli interstizi del frattempo, l'artigianato della parola scritta. E se è il caso, ed è sempre il caso, la cittadinanza responsabile.

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