Le tribolazioni di un elettore Strega

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I romanzi candidati per il Premio Strega 2019 sono dodici, con una prevalenza numerica delle scrittrici (7) sugli scrittori (5). Tra questi dodici ogni elettore può sceglierne tre e i cinque che avranno ricevuto più voti al primo round affronteranno una seconda votazione (in questo turno ogni elettore ha un solo voto a disposizione) che il 4 luglio stabilirà il vincitore tra i cinque finalisti eletti nella votazione precedente.
Superfluo raccontare per l’ennesima volta l’assedio ai votanti da parte degli uffici stampa delle case editrici e degli amici degli autori lungo una specie di catena di sant’Antonio che tintinna ogni anno per circa 4-5 mesi: in proposito c’è tutta un’aneddotica strepitosa che si rinnova ogni volta. Quest’ anno, poi, alcuni editori (La nave di Teseo ed Einaudi) partecipano addirittura con botte di due libri ciascuno e conseguente schizofrenia degli addetti stampa, non oso immaginare con quanta soddisfazione da parte degli autori e dei loro sostenitori.

Sembra che per lo Strega 2019 il favorito sia M, il figlio del secolo, di Antonio Scurati, primo di tre tomi dedicati a Benito Mussolini e presentato dall’editore come “Il primo romanzo sul fascismo raccontato attraverso Benito Mussolini: il figlio di un secolo che ci ha reso quello che siamo”, qualunque cosa quest’ ultima frase voglia dire. Questo primo tomo conta 830 pagine e copre gli anni che vanno dal 1919 al 1924. Suppongo che l’opera completa sarà di circa 2500 pagine: un monstrum, alla latina, cioè qualcosa di portentoso che oltrepassa i limiti della normalità. Ma un libro importante, anche dal punto di vista formale, e già di successo.
Ma non intendo qui entrare nel merito dei singoli libri in lizza. Dichiaro soltanto che quello che a me è sembrato il più interessante è Nero ananas di Valerio Aiolli (Voland editore). Una storia costruita come un thriller per ripercorrere le vicende italiane dalla bomba di piazza Fontana (12 dicembre 1969) alla bomba alla Questura di Milano (17 maggio 1973) intrecciandole con una storia famigliare raccontata da un bambino che nel susseguirsi delle pagine diventerà adolescente. Il montaggio è perfetto, dietro i personaggi con soprannomi è facile individuare Rumor, Dossetti, Fanfani, Delfo Zorzi, Gianfranco Bertoli, Franco Freda e tanti altri protagonisti ormai dimenticati di quegli anni di piombo (e di sommosse come quella di Reggio Calabria); la grande storia si riflette sul privato quotidiano di un nucleo borghese tipicamente italiano anche negli intrecci regionali che lo compongono: padre e nonna calabresi, madre fiorentina. Alla voce del ragazzo che racconta in prima persona si alternano altre voci più quella, esterna, del narratore, secondo un’orchestrazione complessa e sapiente. E in 346 pagine che si divorano (evento raro di questi tempi) il lettore si immerge nell’ oscura storia italiana, dalla Guerra fredda agli Anni di piombo, tra agenti di potenze straniere, servizi segreti nostrani, fascisti, anarchici o sbandati sedicenti tali, movimenti da cui poi usciranno le Brigate Rosse. Una storia torbida e tragica, mai definitivamente chiarita, parallela a quella ufficiale e talvolta infiltrata da organizzazioni criminali storiche e nuove.

A parte il tour de force di Scurati, che fa storia a sé e di per sé, colpisce quest’anno il ritorno, o la prevalenza, del familismo: in 6 romanzi su 12 la narrazione è in prima persona e in 3 di questi 6 la prima persona si espone spesso impudicamente e/o narcisisticamente. Da un po’ di anni questa modalità narrativa, se così si può ancora definire, si chiama autofiction: la forma romanzo è finita, il mitico narratore onnisciente non esiste più, la letteratura non è più in grado di rispecchiare la realtà né di filtrarla attraverso la soggettività dell’autore, allora facciamo la narrazione della nostra biografia, reale o supposta (Freud non è passato invano). E si portano anche esempi nobili che vanno da Agostino d’ Ippona a Rousseau. Ma morto il romanzo, o abilmente confezionato come un falso d’epoca (tra i concorrenti allo Strega è il caso del bel libro di Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Mondadori) sembra che ormai sia venuta a mancare pure la narrazione. O, meglio, la narratività ormai si disperde in altri canali o piattaforme, serie televisive innanzi tutto. Allora si racconta “esponendo sui banchi del mercato le proprie busecche” come diceva il grande Cesare Garboli, che pure di narcisisimo era maestro. Ma non è Walter Siti chi vuole. E tra i dodici finalisti solo Covacich (Di chi è questo cuore, La nave di Teseo) può permettersi una scrittura in prima persona senza cadere nel “busecchismo” paventato da Garboli. Altrimenti si finisce per essere una brutta copia di Teresa Ciabatti, per di più senza le sue ossessioni. O si rischia di scrivere storie tutte uguali, ripetitive anche nei particolari. E, soprattutto, che non interessano nemmeno i parenti stretti dell’autore.

Ma al di là di tutte le teorie letterarie e considerando invece i dodici libri dello Strega come un campione anche sociologicamente significativo, forse molti di essi si possono leggere soprattutto come un ulteriore sintomo della malattia contemporanea: il narcisismo o, se si preferisce, l’autoriferimento o il solipsismo. Anche sapendo che la prima persona è una finzione retorico-letteraria e non corrisponde quasi mai a un soggetto reale, o comunque ritenendo che la trascrizione letteraria sia sufficiente a trasmettere un elaborato simulacro di realtà, resta l’inquietante impressione che la pagina sia come un selfie stampato su carta anziché spedito col cellulare. Crollata ogni forma di mediazione, quindi anche di elaborazione interiore, senza riferimenti politici che non siano pavloviani, di mero stimolo-risposta, ormai si tende a comunicare di fatto solo sé stessi, ridotti alla nuda vita. Forse anche per nascondersi, o per cercarsi, in una sorta di mise en abîme della propria individualità smarrita.
Probabilmente proprio per questo, nonostante il moltiplicarsi dei premi e l’inflazione di feste e mostre e fiere del libro, la narrativa è in crisi e molti lettori delusi preferiscono la rassicurante finzione dei romanzi “di genere”.

About Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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