1 maggio 1945 – 1 maggio 2019 – Alle radici di una storiografia militante

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74 anni. Prendo spavento a pensare che c’ero, anzi, che me lo ricordo quel 1 maggio del 1945. E che i testimoni di quegli avvenimenti non sono rimasti tanti. Non dico in generale, dico quelli che hanno visto ciò che ho visto io, a Trieste, in una casa da dove si vedeva la sagoma del Castello, ultima roccaforte della resistenza tedesca all’avanzata dell’esercito di liberazione yugoslavo. I maschi della mia famiglia, tranne mio padre, erano tutti sotto le armi. Mio nonno era prigioniero in Africa, ad Asmara, ma non se la passava male, mi raccontò qualche anno dopo. Ci era andato volontario nel ’36 con le truppe italiane. S’era arruolato per ottenere l’amnistia, aveva una condanna per diserzione. Allora abbandonare una nave commerciale era considerato diserzione, come fosse una nave militare. Lui, elettricista di bordo, toccato un porto degli Stati Uniti, se l’era svignata per inseguire il sogno americano. Aveva sbagliato data, era il 1929. A Trieste s’era lasciato alle spalle una moglie e quattro figli: mia madre, la prima, una donna sensibile, bella, sportiva, s’era ammalata di tubercolosi a 15 anni e avrebbe passato la vita tra sanatori e ospedali. Poi tre figli maschi, uno alto, ben piantato, calciatore semiprofessionista, arruolato nei granatieri, era prigioniero in Germania, “internato militare”, per la precisione, preso dai tedeschi l’8 settembre ad Atene e ficcato in un vagone piombato. Un altro più giovane, Giorgio, dolce e tenero ragazzo, era caduto a 21 anni a El Ghennadi in Tunisia, pochi giorni prima della resa delle truppe italiane, nel maggio del ‘42. L’ultimo, di cui non ricordo il nome, era morto di meningite a 4 anni.

Non so qual è stato il tributo di sangue che i partigiani di Tito hanno versato per conquistare Trieste prima che ci mettessero su le mani gli Alleati. Ma qualche fonte parla di migliaia di caduti sul Carso. Me li ricordo ancora, gli elmi nei boschi. Erano elmi tedeschi, molti foderati di pelle, li raccoglievo e me li ficcavo in testa, subito redarguito da mio padre, potevano averci i pidocchi. I partigiani portavano bustine, copricapi di stoffa, erano un po’ scalcagnati. Le SS, invece, com’erano tirate a lucido, P38 alla cintola, stivali senza una goccia di fango! Ma in quei giorni le ho viste tentare azioni disperate per salvare al pelle. Trieste non era più Italia, era Adriatisches Küstenland, di fatto incorporata nel Reich. Avevamo un Gauleiter, noi, il prefetto italiano contava ben poco. E anche un forno crematorio, sistemato in un’antica pilatura di riso. Il nostro è un cognome ebreo, Bologna, ma non eravamo ebrei, la famiglia di mio padre era genovese. Una famiglia numerosa, otto tra fratelli e sorelle. In quel forno crematorio ci finirono ebrei ma soprattutto antifascisti sloveni, croati, serbi, macedoni e italiani. Fu una vera guerra civile quella combattuta dall’esercito di liberazione yugoslavo. Una guerra spietata, feroce, con orrori commessi da ambo le parti, ma cominciata dai fascisti e proseguita dai nazisti e dai loro alleati ucraini, ungheresi, croati (gli ustascia), sloveni (i domobranci). Anche lo squadrismo fascista aveva avuto il suo battesimo a Trieste con l’incendio del Narodni Dom, la casa del popolo della comunità slovena, luglio 1920.

Maggio 1945, la resa dei conti. L’Italia del Nord era in parte liberata il 26 aprile, a Trieste l’insurrezione comincia il 29 aprile, senza i comunisti, la maggioranza s’era arruolata con Tito e non sempre se l’era vista bene. Il comandante militare dell’insurrezione – cui parteciparono anche repubblichini che avevano cambiato casacca all’ultima ora – era un colonnello dell’esercito regio. Perse tre figli maschi sulle barricate, nello stesso giorno. Questo era il quadro, quando, nella notte del 30 aprile, le truppe partigiane sfondano le ultime resistenze tedesche ed entrano in città, avanzando su due direttrici, una che portava al Tribunale, sede del comando tedesco, ed una che portava al Castello di San Giusto, sede di una guarnigione ben difesa. La nostra casa stava ai margini estremi del quartiere di San Giacomo, il quartiere degli operai dei cantieri, il quartiere “rosso” per eccellenza. Per prendere il Castello i partigiani dovevano passarci davanti. A due passi dalla nostra abitazione – si sarebbe saputo dopo – c’era la sede clandestina del “Primorski Dnevnik”. Ma la mia non era una famiglia “rossa”, era mezza nera e mezza tricolore. Mio padre era fascista, perché lo fosse diventato fa parte di quegli enigmi che spiegano il disorientamento di un popolo, lui che era stato massone, chissà perché, lui dal quale ho imparato il rispetto e l’amore per il lavoro, il rispetto per la donna – assistette mia madre tutta la vita con un’abnegazione certe volte disumana, sostituendola per anni nei lavori domestici – lui che non ha mai alzato le mani su di me, che non mi ha mai impedito di fare qualunque cosa, lui che ha lavorato tutta la vita nei cantieri navali come tecnico progettista senza chiedere aumenti di stipendio perché non gli pareva dignitoso. Quest’uomo buono e mite, dal carattere introverso, tenace e ostinato come i liguri sanno essere, di un’onestà maniacale, che da ragazzo aveva patito letteralmente la fame, era irrimediabilmente fascista. Perchè? Nel maggio del 45 in quelle circostanze, in quella città, in quel quartiere, poteva finire in una foiba. Se l’avessero ammazzato, come avremmo fatto a vivere, mia madre ed io? Lei che faceva fatica a fare le scale di casa. Eravamo assuefatti al terrore, il bombardamento del 10 giugno 44 aveva fatto una strage nel nostro quartiere, 463 morti, 4.000 case distrutte o danneggiate. Quindici giorni dopo avrei fatto da privatista l’esame di ammissione alla terza elementare. E’ difficile descrivere il terrore dei bombardamenti, la sensazione di essere una formica che può venire schiacciata per caso, la galleria Sandrinelli, rifugio sicuro ma lontano, stipata di gente con masserizie, valigie, fagotti. Il 1 maggio 45 ascoltavamo la radio dire che la guerra era finita ma sotto le nostre finestre si combatteva ancora, di notte le pallottole traccianti, duelli di cecchini sui tetti, erano uno spettacolo quasi eccitante per un ragazzino di otto anni. Assistemmo alle ultime sparatorie dal balcone di casa nostra al quarto piano. I tedeschi, asseragliati nel Castello, si arresero soltanto all’arrivo delle truppe alleate, di neozelandesi. Accettarono la mediazione del vescovo, tirarono per le lunghe la trattativa, i partigiani, che avevano in pugno la città, che l’avevano liberata, rimasero con un pugno di mosche in mano. Restarono ancora per 40 giorni, inscenando cortei e manifestazioni di annessione alle nuova repubblica yugoslava, ma la diplomazia internazionale convinse Tito a ritirarsi, dovette accontentarsi dell’Istria e della Dalmazia. I caduti dell’assalto a Trieste erano morti invano. Per fortuna mio padre non era stato un fascista in vista, con cariche, responsabilità, lo era stato come tanti poveri diavoli. Ricevette minacce di morte, ma non da chissà quale giustizia partigiana, da un ragazzo, un vicino di casa, avrà avuto 17 anni, figlio di una famiglia slovena dello stabile accanto. Fu mia madre a sistemare la cosa con una telefonata. Chi afferma che le foibe nulla hanno a che fare con la guerra nazifascista ma sono state il risultato di puro odio etnico, non sa quello che dice. Per quanto accesa nazionalista fosse stata mia madre, la condizione economica in cui era cresciuta l’aveva portata a condividere l’esistenza del proletariato sloveno, in sanatorio aveva acquistato familiarità con quell’ambiente. Mio padre non fu toccato ma venne epurato dal cantiere e rimase per 14 mesi fuori, prima di essere reintegrato, dopo un processo sommario in cui il suo accusatore ritrattò le sue dichiarazioni iniziali. Di che cosa era incolpato? Di aver accusato i suoi colleghi di ‘disfattismo’ nel corso di un’animata discussione dopo la battaglia di Punta Stilo. Risulta dai verbali, conservati all’Archivio di Stato di Trieste.

Sono stati anni veramente duri, vissuti in un territorio dove le cose difficili sono ancora più difficili, in una famiglia che oscillava tra la condizione sottoproletaria e quella di piccola borghesia. Quando mio zio tornò sano e salvo dalla prigionia, visse fino alla fine degli anni 50 assieme alla sua compagna e a mia nonna in una casa a Montebello, di fronte all’ippodromo, senza servizi. Lì avrebbe abitato anche mio nonno, tornato dall’Africa nel 53, per qualche anno prima di andarsene.
Dell’altro mio zio si sapeva soltanto che era “disperso”. Il dolore per la sua morte era reso ancora più acuto dal tormento di pensarlo senza sepoltura. Solo 66 anni dopo, quando tutti i membri della mia famiglia triestina erano scomparsi, venni a sapere che i suoi resti erano conservati nell’Ossario dei Caduti d’Oltremare di Bari.
La luce di quella primavera/estate del 45 mi è conficcata ancora oggi nel ricordo come la più luminosa di tutte le primavere successive. Ricordo la felicità di poter uscire di casa senza timori. Avevo voglia soprattutto di giocare perché noi, nati alla fine degli anni 30, non avevamo avuto tempo di essere bambini. Appena acquisita la coscienza di esistere, ci eravamo trovati in mezzo a una guerra mondiale. Si potrebbe pensare che a guerra finita avessimo bisogno soprattutto di dimenticare, di rimuovere il passato, ma era difficile togliersi il ronzio dei motori delle fortezze volanti dalle orecchie. Penso di aver scelto la storia come disciplina di studio perché volevo rendermi conto delle contraddizioni in mezzo alle quali avevo vissuto, volevo capire perché mio padre era diventato fascista, perché lo era diventata la maggioranza del popolo italiano, volevo capire perché aveva vinto il nazismo in Germania, perché gli operai dei cantieri erano diventati comunisti, perché tra italiani e slavi c’era stato tanto odio nelle nostre regioni, perché Tito era riuscito a mettere in piedi un esercito barcamenandosi tra Churchill e Stalin, perché, perché… Trieste è un grumo talvolta inestricabile di contraddizioni e di incroci di culture, società, memorie, di rancori, nostalgie, stupidità. Volevo capire l’esistenza sottoproletaria di mia nonna, quella piccolo borghese della nostra famiglia monoreddito, quella roba lì che la sociologia chiama “la mobilità sociale” come funziona? Volevo capire me stesso, trovare una ratio in quel che mi stava attorno perché mi era apparso tutto, tutto, dal primo momento in cui avevo cominciato a ragionare – come una tragica follìa. Non riesco a immaginare come si possa fare storia con una mentalità accademica, per fare un concorso, per avere titoli. Forse per me è stato solo un modo per uscire da un trauma, un modo, poco ortodosso, per aiutarmi a sopravvivere. Poi c’è la questione del comunismo. L’ho studiato, con passione, ma direttamente l’ho conosciuto sotto le vesti di qualcosa che poteva voler uccidere mio padre. Potevo capire le sue ragioni, ma è un’altra cosa che farne parte. Ho visto i comunisti ammazzarsi tra di loro, quelli yugoslavi far fuori quelli italiani che sulla questione di Trieste volevano che decidesse un referendum. Quando Tito è uscito dal Cominform quelli stalinisti voler ammazzare quelli titini. Gli operai dei cantieri di Monfalcone, entusiasti di costruire il socialismo in Yugoslavia, mandati nel gulag di Goli Otok perché s’erano schierati con Stalin. Per questo ho visto nell’operaismo una prospettiva post-comunista, non ho mai condiviso l’atteggiamento di tanti compagni che si consideravano, in quanto operaisti, i “veri” comunisti. Io volevo la liberazione dal regime capitalista e dal regime comunista, volevo entrare in una nuova èra, che poi sarebbe stata del postfordismo e lì trovare nuove, originali forme di emancipazione, di liberazione, inventate da noi, non riprese pappagallescamente dalle formule della Terza Internazionale. Pertanto il mio operaismo doveva essere intriso di elementi anarchici, libertari, consiliaristi, non leninisti. Preferivo il libero pensiero, diffidavo del dogma. Mi sentivo più vicino alla spiritualità cristiana che all’ottuso settarismo politico. Dopo 74 anni, penso che sia andata così, penso che per quelli della mia generazione, sulle spalle dei quali, ancora bambini, la storia s’era abbattuta come una valanga, non ci fosse altra via d’uscita.
Sergio Bologna

 

 

    

La prima foto mostra il bombardamento del mio quartiere, il 10.06.44. avevo 7 anni ed ero là sotto.
La seconda, partigiani yugoslavi nelle vie di Trieste, è di Mario Magajna, l’unico fotografo embedded delle formazioni partigiane

About Sergio Bologna

Sergio Bologna (Trieste, 1937). Studia alla Facoltà di Lettere dell’Università di Trieste poi, dopo un soggiorno di studio a Magonza, alla Statale di Milano dove si laurea in storia. Già da studente inizia la sua attività di traduttore ( L’anima e le forme di G. Lukacs, Resistenza e resa di D. Bonhoeffer, I russi a Berlino di E. Kuby, Nazionalsocialismo. Documenti di W. Hofer). Nel 1961 entra a far parte dei “Quaderni Rossi”, nel 1964 è tra i fondatori di “Classe Operaia”, negli stessi anni inizia la lunga collaborazione con i “Quaderni piacentini”. La sua tesi di laurea è pubblicata da Feltrinelli nel 1967 con il titolo La chiesa confessante sotto il nazismo, 1933-1936. Dopo una breve esperienza lavorativa presso la Direzione Pubblicità e Stampa dell’Olivetti (suoi colleghi sono Franco Fortini e Giovanni Giudici) passa all'insegnamento universitario, prima a Trento poi a Padova (è il primo docente a introdurre all’Università i corsi delle 150 ore). Al culmine di un'intensa militanza politica nei movimenti della fine degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta fonda e dirige la rivista “Primo Maggio”. Lasciata l'Università dall'inizio degli anni Ottanta si specializza in consulenze su problematiche marittimo-portuali e trasportistiche, mentre prosegue l'attività editoriale (consistente la sua produzione in lingua tedesca come redattore della rivista “1999. Zeitschrift für die Sozialgeschichte des XX. und XXI. Jahrhundertes"). Nel 1991 fonda la rivista “Altre ragioni” con Franco Fortini, Michele Ranchetti, Edoarda Masi, Giovanni Cesareo e numerosi ex collaboratori di “Primo Maggio” e di “Quaderni Piacentini” nel cui ambito scrive il saggio Nazismo e classe operaia (ristampato da Il Manifestolibri nel 1994) ed i due saggi sul lavoro autonomo pubblicati nel volume Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia (Feltrinelli 1997). Fonda Lumhi (Libera Università di Milano e del suo Hinterland) e successivamente l’Associazione Consulenti Terziario Avanzato (ACTA), di cui scrive il Manifesto programmatico. Tra le sue più recenti pubblicazioni: Ceti medi senza futuro? Scritti e appunti sul lavoro e altro (Derive&Approdi, 2007), Vita da Freelance con Dario Banfi (Feltrineli, 2011), Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo-portuale (edito nel 2010 dalla casa editrice dell’Università Bocconi).

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