Un’esemplare vita da resistente

«I principi non devono dormire depositati all’interno delle coscienze, devono essere portati fuori con la parola, con lo scritto, anche con l’esempio. Soltanto conducendo una vita ineccepibile di fronte alle nuove generazioni, ti dimostri coerente con il passato e fedele a tali principi».

Ho scelto di iniziare da queste parole, che aprono l’ultimo capitolo della nuova edizione del libro di Nico Ivaldi Non mi sono mai arreso. Bruno Segre una vita da resistente (Editrice Il Punto, Piemonte in Bancarella, Torino, 2018) perché forniscono la spiegazione di qualcosa che non cessa di stupire chi, come me, ha potuto frequentemente vedere Bruno Segre in mezzo ai giovani. Quegli stessi giovani che, spesso e volentieri, sono accusati di disinteresse e di indifferenza nei confronti della storia recente non si stancano mai di sentirgli raccontare e commentare le molte vicende della sua vita dedicata a combattere ogni forma di pregiudizio, di intolleranza, di prepotenza. Perché la sua è una testimonianza lucida, onesta, mai retorica. La lunga, appassionata e appassionante, intervista di Nico Ivaldi ci permette di attraversare cento anni di storia raccontati con rigore e intelligenza da un protagonista.

L’infanzia di Bruno, nato in un’agiata famiglia medio-borghese, figlio di padre ebreo non praticante e di madre cattolica, si svolge, almeno in parte, in un tempo di vera libertà religiosa e di laicismo. Quando entra nelle scuole elementari alle pareti non è appeso il crocefisso e «chi voleva frequentare le lezioni di religione, doveva andare in un’altra aula ove riceveva, se protestante, l’insegnamento del pastore; se ebreo accadeva lo stesso (ricordo che il rabbino si chiamava Bolaffio); i cattolici andavano in parrocchia». Con il Concordato fra lo Stato e la Chiesa del 1929 le cose cambiano e diviene necessario chiedere «l’esonero dalle lezioni di catechismo».

Ma, ovviamente, il peggio deve ancora venire. Le leggi razziali sconvolgono anche la vita di questo giovane che ama lo studio, le ragazze, lo sport. Iniziano le limitazioni e le discriminazioni. Con l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno 1940, le cose peggiorano ulteriormente perché il padre, che già ha dovuto intestare la sua agenzia di assicurazioni alla moglie e subire gravi umiliazioni, viene inviato al confino e Bruno deve sostituirlo nell’attività professionale.

Riesce a laurearsi, grazie all’iscrizione a giurisprudenza avvenuta prima del 1938, ma non ha possibilità di conseguire un nuovo titolo di studio in scienze politiche e sociali, come vorrebbe, perché, a quel punto le porte dell’Università sono per lui inesorabilmente chiuse. Non può fare “pratica legale”, perché vietata agli ebrei presso studi “ariani” e si mantiene dando lezioni, compilando tesi di laurea e collaborando a settimanali con lo pseudonimo di “Sicor”.

Inizia anche a manifestare con atti inequivocabili la sua ostilità al regime e nell’inverno 1942 viene arrestato una prima volta e rinchiuso alle Nuove. Non essendoci prove a suo carico viene liberato. Con la caduta del fascismo, l’armistizio dell’8 settembre e la nascita della Resistenza, si apre anche per Bruno la via della montagna e della lotta armata, ma è nuovamente arrestato nel settembre del 1944. Viene condotto nella caserma di Via Asti, dove cercano di estorcergli i nomi di chi gli aveva dato i documenti falsi, intestati a Bruno Serra, di cui è in possesso, e trascorre quella che definisce “la notte più lunga della sua vita”. Era di notte, infatti, che i miliziani entravano per leggere i nomi di chi doveva essere condotto alla fucilazione:
«Ogni volta che chiamavano un nome mi veniva freddo, perché capivo bene che cosa ciò significasse. In carcere passai una notte terribile, la notte dell’Innominato, perché una suora, mandatami da mia sorella, venne a confortarmi e mi disse: “Ah, dottore, si prepari, partirà domattina…”». Invece, anche da via Asti Bruno riesce a uscire e, raggiunte, nel gennaio del ’45, le formazioni di “Giustizia e Libertà” a Pradleves, in valle Grana, ne fa parte fino al momento della Liberazione.

Nell’immediato dopoguerra Bruno esercita la professione di giornalista, ma, nel 1949, dopo aver superato l’esame da procuratore, decide che l’avvocatura sarà il suo futuro.

E, infatti, questa avventura umana e professionale non solo dura settant’anni, ma diviene anche il fulcro delle sue grandi battaglie civili e politiche. Una delle più importanti riguarda l’obiezione di coscienza, che inizia quando il filosofo Aldo Capitini, la cui azione si ispira all’insegnamento gandhiano della nonviolenza, gli chiede di difendere un suo convinto seguace, Pietro Pinna. Il processo inizia il 31 agosto 1949 alla presenza di una folla enorme, di giornalisti e fotografi, ma anche di polizia e carabinieri, in un clima che Bruno così descrive: «Si era in piena guerra fredda e, nella pubblicistica reazionaria, gli obiettori erano considerati disfattisti, che creavano discredito nei confronti dell’Esercito. Anche la Chiesa cattolica era apertamente ostile all’obiezione di coscienza, considerata il cavallo di Troia dei comunisti».

Pinna non ottiene l’assoluzione con formula piena richiesta dal suo avvocato, ma è condannato a dieci mesi di reclusione. Tuttavia, dopo alterne vicende, l’Esercito decide di far cessare il chiasso legato al suo nome: un medico militare gli diagnostica un’inesistente “nevrosi cardiaca” e apre così la via del congedo. E Bruno continua difendere gli obiettori, fino a quando nel 1972 è votata la legge che riconosce l’obiezione di coscienza al servizio militare obbligatorio, poi definitivamente abolito nel 2005.

Un’altra grande, vittoriosa battaglia di Segre è sicuramente quella per il divorzio. Una battaglia in cui si butta a capofitto, convinto che la patria del diritto non potesse continuare ad avere una legislazione basata «su un concetto patriarcale e autoritario della famiglia che prescindeva dalla realtà dei sentimenti che univano o dividevano i vari componenti della famiglia stessa». Molto amico di Loris Fortuna, fonda la sezione torinese della Lega Italiana per il Divorzio ed è attivissimo nella campagna per promuovere l’approvazione della legge 898/1970 e in quella successiva per sostenere le ragioni del NO nel referendum per la sua abrogazione. Scrive che la campagna antidivorzista altro non è che un’offensiva «della destra politica ed economica per ottenere , attraverso la sconfitta delle forze laiche e progressiste, una svolta reazionaria in Italia» e giunge a noleggiare un aereo per lanciare volantini su Torino e invitare la cittadinanza a partecipare al comizio che Loris Fortuna tiene alla vigilia del voto del 1974.

Non si può qui rievocare analiticamente la sua costante attività sia nel giornalismo – L’incontro ha sospeso le pubblicazioni solo alla fine del 2018 – sia nell’associazionismo laico. L’intervista permette di ricostruire il percorso di Bruno nell’associazione del libero pensiero “Giordano Bruno” e nella Socrem (Società per la Cremazione), nonché il suo ingresso nella Massoneria, di cui dà una valutazione caratterizzata da luci e ombre.

Una cosa è certa: in ogni momento della sua vita Bruno è un laico militante, che combatte attivamente le ingerenze della Chiesa cattolica nella vita italiana. Anche le vicende successive al “neo-Concordato” Craxi-Casaroli lo vedono protagonista, in particolare nel Comitato per la laicità della scuola, un’organizzazione che documenta e contrasta gli assai discutibili risultati della tortuosa “via di mezzo” – avvalersi o non avvalersi – che si è scelta per evitare di scontentare il Vaticano. Mentre il rispetto del dettato costituzionale avrebbe dovuto portare alla totale “facoltatività” dell’insegnamento religioso: fuori dell’orario scolastico e a spese dell’istituzione ecclesiastica.

Segre è anche un militante socialista. Nel 1953 si iscrive al PSU di Romita e nel 1956 al Partito Socialista Italiano, in cui svolge un’intensa attività politica, che nel 1975 lo porta anche a occupare un seggio in Consiglio comunale e a svolgere il ruolo di capogruppo.

Eppure, anche nel fervore di una vita pubblica e professionale che non sembra conoscere soste, Segre è riuscito a coltivare la sua passione per la lettura e per ogni forma di conoscenza. Come non sottolineare che in Non mi sono mai arreso la filosofia, la storia, la letteratura fanno da contrappunto a tutte le vicende narrate? Tra i numerosi pensatori, gli scrittori, i poeti citati spicca Guido Gozzano, un poeta che ha accompagnato Bruno per tutta la vita e i cui versi tratti da I sonetti del ritorno gli permettono di sintetizzare, forse, anche il suo ateismo: «A me che vivo senza fedi, senza l’immaginosa favola d’un Dio…».

Nell’ultimo capitolo, Segre traccia un bilancio approfondito della sua vita, si esprime con molto equilibrio sulla vecchiaia e sulla morte e prova a immaginare quale potrebbe essere un ideale, pacifico mondo futuro. Anche sotto questo aspetto il libro rappresenta un vero e proprio dono.

Grazie, Bruno per la tua onestà, il tuo coraggio, le tue speranze.