Ambientalismo e coerenza

Ho deciso di cambiare la mia qualifica di blogger su Il Fatto Quotidiano: da “Ambientalista e scrittore” a “Divulgatore in campo ambientale e sociale”. Sì, credo proprio che lo farò.

La ragione non è presto detta, nel senso che ci vorrebbero cartelle e cartelle per spiegarla. Cerco di riassumere.

Anche se il termine “ambientalista” mi si potrebbe attagliare, nel senso che effettivamente qualcosa cerco di fare per la tutela della natura nel mio piccolo, mi sembra che l’incoerenza del mio stile di vita sia tale da vanificare il mio attivismo. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato quando ho letto e visto le raccapriccianti immagini della distruzione delle foreste in Costa d’Avorio per fare posto a piantagioni di cacao). Ma come, e io che vado pazzo per la cioccolata fin da quando ero bimbo!

Ecco un altro motivo per cui mi debbo sentire in colpa. Oltre agli altri innumerevoli già a me ben noti e fonti di turbamento.

Per tutta la vita ho usato un mezzo di locomozione privato. Certo, avevo le mie ragioni, non ultima quella di andare a vivere in campagna, pur lavorando in città. Ma la realtà è che mi sono reso responsabile di un tot di inquinamento e di riscaldamento globale.

A tavola non sono esente da colpe, non riesco a essere vegano. Al cioccolato, poi, non so rinunciare. Sì, non compro prodotti con olio di palma, la Nutella mi fa schifo, ma è ben poca cosa. Ovvio, non vado a mangiare da Mc Donald, ci mancherebbe. Certo, non mi sono mai fatto costruire una casa nuova, con relativo consumo di suolo, ma questo è il minimo. Così come è il minimo fare una rigorosa raccolta differenziata.

Per il resto, sono seduto al desco, come tutti, e il mio stile di vita è intollerabile per il pianeta. In sostanza, io contribuisco abbondantemente all’impronta ecologica italiana: «Se tutti gli abitanti della Terra consumassero le risorse come fanno gli italiani, avremmo bisogno di 2,6 pianeti Terra» (si veda Global Footprint Network). Ecco.

Quindi basta dire che difendo l’ambiente: l’ambiente si difende con le opere prima che con le parole. E io non lo faccio. Non basta non andare a caccia, non basta non andare a pesca, non basta non strappare fiori, non basta combattere il TAV. Mi sento in colpa, ma tanto. E chissenefrega se tutti gli ambientalisti sono incoerenti (perché lo sono, li conosco bene). Come diceva De André: «Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».

Il problema in fondo siamo noi, noi uomini. Nessuna nostra azione è a impatto zero. Hans Jonas affermava: «Agisci in modo tale che gli effetti della tua azione siano compatibili con la continuazione di una vita autenticamente umana». Ben detto, ma è possibile questo? È possibile la libertà, intesa nel fare solo ciò che non ha impatti per gli uomini e il pianeta? Forse no, magari aboliamola addirittura questa parola: “libertà”, il suo valore positivo non esiste.

Pensiamoci mentre sediamo alla tavola dei ricchi, con tutti i nostri bei diritti e il nostro ben-essere. Mentre molti sono lì fuori che bussano alla porta per potercisi sedere.

Gli autori

Fabio Balocco

Fabio Balocco, nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (in quiescenza), ma la sua passione è, da sempre, la difesa dell’ambiente, in particolare montano. Ha collaborato, tra l’altro, con “La Rivista della Montagna”, “Alp”, “Meridiani Montagne”, “Montagnard”. Ha scritto con altri autori: "Piste o peste"; "Disastro autostrada"; "Torino. Oltre le apparenze"; "Verde clandestino"; "Loro e noi. Storie di umani e altri animali"; "Il mare privato". Come unico autore: "Regole minime per sopravvivere"; “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino”; "Lontano da Farinetti. Storie di Langhe e dintorni"; "Per gioco. Voci e numeri del gioco d'azzardo". Collabora dal 2011, in qualità di blogger in campo ambientale e sociale, con Il Fatto Quotidiano.

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