Riace, una storia italiana

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Poche migliaia di battute e le parole di Livio. Poche migliaia di battute e Chiara, una sera d’agosto, sola a raccogliere piatti e bicchieri nel ristorante “Donna Rosa” mentre Riace abbraccia la sindaca di Barcellona. Poche migliaia di battute e quella piega di dolore in fronte a Mimmo che pare incisa nella pietra e poi, improvvisa, svapora nei momenti, sempre più rari, in cui s’arrende al suo sorriso da bambino. E come faccio a mettere in poche migliaia di battute, commentando questo Riace, una storia italiana, tutta la speranza, la passione, l’orgoglio e la rabbia di cui Riace m’ha riempito l’animo in questi ultimi dieci anni?

Ci provo, provo a stringere al massimo la chiusa del mio cuore e a scrivere non più di quanto basta.

Ho in mente un’immagine. Il balcone di palazzo Pinnarò aperto in una tiepida sera di primavera, panni stesi sui fili a coprire e scoprire quel mare di bronzi e velieri e altri panni in una bacinella ancora ad aspettare. Qualcuno aveva dovuto lasciare a metà e correre altrove, in quel fare anarchico e armonioso a un tempo che è stato il lungo abbraccio di Riace alle sorelle e ai fratelli venuti a chiedere qualche briciola di conforto dopo una o più vite di lacrime, orrore e paura.

Da calabrese ho pensato e detto spesso cose truci della terra in cui sono nato e ho scelto di rimanere. Perché è una vita che mi misuro ogni giorno con l’ottusità predatoria delle sue classi dirigenti e l’ottusità servile delle sue genti. È una vita che assisto impotente allo sperpero feroce della sua bellezza, quella che si vede (e si vede sempre meno) e quella che non si vede e sta in luoghi remoti dell’animo, in ricordi che ci portiamo dietro e fatichiamo sempre più a tener vivi.

Capirete, quindi, quella sorta di manata al petto quando lessi la prima volta di un’utopia realizzata proprio qui, in questa terra che è sempre stata dieci passi avanti al resto del Paese in tutto ciò che vi è di peggio. Corsi lì subito e non potei più smettere di continuare a farlo, con le gambe e con il cuore.

Chiara Sasso – una delle tante persone la cui conoscenza è stata fra i mille regali che Riace m’ha fatto – torna ancora a scrivere di quel borgo e ce n’era un bisogno dannato. Ripercorre e integra i due libri precedenti (Trasite, favorite del 2009 e Riace terra di accoglienza del 2012), in questo Riace, una storia italiana, per Edizioni Gruppo Abele, che si conferma un riferimento editoriale imprescindibile per chi cerchi una conoscenza di questo Paese che possa squarciare le spesse coltri del mainstream dominante.

Questa volta, però, la dolcezza è preceduta dall’amaro dell’attacco potente che lo Stato italiano, la sua burocrazia, i suoi giudici hanno sferrato al microcosmo riacese e al suo sindaco.

Per chi ha vissuto giorni e anni tornando ogni volta fra vecchie pietre e vicoli che sussurrano un passato che tutti ci portiamo dentro anche senza saperlo o volerlo, anche se abbiamo quindici o vent’anni appena di vita sul groppo, per chi ha continuato a tornare per poggiare il viso a quei volti e cercare strisce di mare fra le spine dei fichi d’india, per carezzare gli asini e trovare ristoro negli occhi di quei bambini d’ambra, ebano e avorio, sapere e far sapere è necessario. Quel che è stato e quel che lo Stato ha fatto perché più non sia.

Questa recensione non è obiettiva, non potrebbe esserlo.

Io so che Lucano, il mio amico Mimmo e Riace hanno davvero accolto, io so che lì nessuno si è arricchito, conosco i prezzi personali che il sindaco “capatosta” ha pagato, conosco la piccola e dolce Cosimina che spendeva tutti i suoi giorni in quel vecchio palazzo che era il centro di tutto, ho nel naso il fumo delle ininterrotte sigarette di Tonino Petrolo, ombra taciturna di Lucano e rimango ancora sopraffatto dal ricordo di quell’aula bellissima della multiclasse, tappezzata di mani d’ogni colore disegnate da bimbi d’ogni colore.

Ho avuto fra le mani le banconote locali con i volti di Peppino Impastato, Dario Fo, Mandela e Gramsci, uno strumento fra i mille con cui è stata riconosciuta dignità ai nuovi riacesi. La dignità, in quel caso, di poter scegliere da soli gli indumenti con cui coprirsi o i cibi da cucinare, invece che prendere il cibo, spesso avariato e immangiabile, somministrato da mille gestori con le carte a posto in mille SPRAR della penisola. Quella moneta che consentiva loro anche di non subire i tempi morti della burocrazia, «perché i neonati vogliono il latte ogni giorno», come Mimmo diceva spesso.

Ho letto le surreali contestazioni degli ispettori ministeriali – la prima addirittura redatta da chi viveva un noto conflitto d’interesse – che rimarcavano le assenze di certificati di agibilità in povere case dei primi del secolo scorso, abbandonate dagli emigranti calabresi e ristrutturate per i migranti del sud del mondo; che stigmatizzavano il mancato espletamento di gare, dopo che per oltre quindici anni la loro stessa Prefettura e il loro stesso Ministero hanno chiesto a Lucano di accogliere urgentemente le centinaia di persone dell’ultimo sbarco in attesa sulle banchine dei moli.

Ho letto pure le relazioni ispettive del gennaio 2017 e la prosa quasi lirica con cui in esse si elogiava il modello di accoglienza creato a Riace e si sollecitava l’immediato sblocco dei fondi, ma queste ho potuto leggerle solo oltre un anno dopo il loro deposito (a differenza delle prime, negative, transitate alla stampa di destra pressoché in tempo reale). Solo dopo che Mimmo, al reiterato rifiuto della Prefettura di rilasciarne una copia, ha sporto denuncia presso la Procura di Reggio Calabria. Solo allora infatti, e appena una settimana dopo la denuncia, quelle relazioni positive sono state consegnate al sindaco.

Ho letto ancora di come gli altri ispettori lamentassero la fatiscenza delle abitazioni, quelle stesse che avevo visto con i miei occhi così tante volte e che ho descritto come identiche alle tante case umili, ma decorose, di calabresi onesti e non benestanti. Quelle stesse case che abbiamo mostrato nel video di “ispezione popolare” realizzato pochi giorni dopo l’ultima ispezione negativa e che è agevolmente rinvenibile in rete. Così che ognuno potesse vederle quelle case e il modo in cui erano abitate dai migranti. Vedere con gli occhi e toccare con le mani, come si sarebbe dovuto fare per conoscere davvero e non limitarsi spulciare occhiuti le carte come han fatto gli ispettori. Come si son limitati a fare i miei colleghi giudici. Consentitemi di dirlo e di dirvi che è un pensiero non solo mio, ma condiviso da tantissimi, anche magistrati, che più volte, come me e anche insieme a me, hanno visto con gli occhi e con le mani toccato.

Oggi è arrivata sui media anche la motivazione dell’ordinanza del riesame che paradossalmente attenua la misura cautelare rendendola in realtà ancor più afflittiva. Toglie Mimmo dagli arresti nella sua casa e lo esilia da Riace. Dal luogo in cui è nato, dove ha avuto la sua formazione sentimentale nelle lotte studentesche degli anni ’80 e nella vicinanza alla chiesa eretica che combatteva quella mafiosa di don Stilo. Dal luogo cui ha dato cuore e anima negli ultimi venti anni. Un’ordinanza davvero straniante, nella quale un profluvio di aggettivi fa da schermo – come troppo spesso accade – a una fragilità estrema delle argomentazioni giuridiche.

Verrà il processo, come scrive Pepino nella splendida prefazione, e sarà un processo nel quale echeggieranno le parole di Calamandrei, in cui ci si batterà ancora perché nelle norme del codice penale sia trasfuso il sangue vivo dei valori costituzionali, ma intanto rimane sulla magistratura italiana lo stigma d’esser stata artefice del colpo quasi mortale inferto a quell’“utopia realizzata” che mezzo mondo ha visto a Riace.

Quasi mortale, perché «c’eravamo, ci siamo e ci saremo sempre», come dice lo striscione realizzato da Zerocalcare per la manifestazione No TAV di Torino, piaccia o non piaccia al papà della paura che oggi occupa le confortevoli stanze del Viminale.

C’eravamo, ci siamo e ci saremo sempre e verremo ancora a Riace a trovare conforto in quel «panorama che non ha eguali» che è ogni essere umano, come dice il mio amico e compagno Mimmo Lucano nel suo epilogo a questo importante libricino.

Emilio Sirianni

Emilio Sirianni, magistrato, è presidente della sezione lavoro della Corte d’appello di Catanzaro e segretario della sezione locale di Magistratura democratica

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