Gli schiavi dell’algoritmo e i superumani elettronici

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Yuval Noah Harari è un giovane (42 anni) storico e sociologo israeliano (antisionista), formatosi a Oxford con studi di medievalistica e attualmente docente di storia mondiale all’Università di Gerusalemme. È brillante, polemico, abile narratore. Conferenziere esperto (su Youtube si trova parecchio). Per certi versi si può paragonare al nostro Piero Angela; ai lettori più anziani potrebbe ricordare Hendrik van Loon e le sue storie.
Dai suoi libri si possono trarre frasi che fanno fare bella figura in società, e questo credo sia un motivo non secondario della sua popolarità. (“La stupidità umana è una delle forze più decisive nella storia, ma spesso la sottovalutiamo”; “Siamo liberi di fare quello che desideriamo, ma non siamo liberi di scegliere quello che desideriamo”; “Dalla padella dell’ignoranza individuale alla brace del pregiudizio di gruppo.”; “Oggi abbiamo davanti problemi globali senza avere una comunità globale.”; “L’universo non ha alcun senso. Io do senso all’ universo. Questa è la mia vocazione cosmica.” per citarne solo alcune tratte dall’ultimo libro.)

Harari possiede però anche una straordinaria capacità di mettere i dati e gli eventi della storia umana in una prospettiva globale, fornendo così al lettore una visione sintetica, panoramica e comparativa dei processi storici e sociali. Il suo primo libro (Homo sapiens – Breve storia dell’umanità, Bompiani), tradotto in 40 lingue, è un’originale storia dell’umanità che andrebbe adottata nelle scuole superiori. Il secondo (Homo deus – Breve storia del futuro, Bompiani) riprende, ampliandoli e approfondendoli, i temi dell’ultima parte del precedente, sugli sviluppi e i rischi della tecnologia informatica. Il terzo, 21 lezioni per il XXI secolo, è uscito nel 2017 nell’originale e quest’anno in Italia, sempre per Bompiani. È un po’ ripetitivo, sia rispetto ai primi due, sia all’interno: lo schema numerico delle 21 lezioni per il XXI secolo obbliga l’autore a dividere la materia in 21 capitoli, ma in tal modo sono inevitabili sovrapposizioni da un capitolo all’altro a seconda del contesto o dello sfondo in cui lo stesso argomento è trattato.
Ma anche con i limiti appena accennati, resta il fatto che i libri di Harari, insieme con Fuori controllo di Thomas Hylland Eriksen (Einaudi) e con La grande cecità di Amytav Gosh (Neri Pozza), sono a mio parere strumenti indispensabili per capire dove siamo e che cosa può attenderci.

Le tre questioni cruciali trattate nelle 21 lezioni sono il collasso ecologico ormai non più solo incombente ma in atto (quasi unanimi gli esperti prevedono che il 2050 sia il termine del non-ritorno); i rischi di una guerra nucleare tecnologica con cyborg e droni; il momento in cui l’Intelligenza Artificiale si salderà definitivamente con le biotecnologie.
Mi soffermo su quest’ultimo punto, oggetto anche di altri libri usciti recentemente e assai problematici sul tema (O’ Connell, Essere una macchina, Adelphi e Siri Hustvedt, Le illusioni della certezza, Einaudi).
Non è fantascienza, anche se un grande scrittore di fantascienza, Fredric Brown, nel suo straordinario Gli strani suicidi di Bartlesville, già nel 1961 aveva anticipato i tempi immaginando un extraterrestre catapultato dallo spazio sulla Terra e dotato della capacità di uscire da un corpo grande come un guscio di noce, entrare nella mente di uomini e animali, “copiarla” e così condizionarli.
Non siamo lontani dalla possibilità di fare uploading della nostra mente su un supporto elettronico, più sicuro e duraturo di un corpo di carne. Già ora sensori biometrici convertono i nostri processi biologici in informazioni elettroniche che poi i computer possono elaborare. E Harari fa molti esempi di quanto si fa ora e di quanto si potrà fare in tempi brevi, quando i sistemi esterni, a quel punto esoscheletri della nostra rete neuronale, saranno in grado di interferire con e controllare le nostre opinioni e le nostre emozioni.
Harari si domanda più volte se l’intelligenza artificiale e le biotecnologie alleate non stiano cercando di modificare il senso di ciò che è umano.
Del resto nella Sylicon Valley ci stanno lavorando alacremente, in particolare Ray Kurzwell ingegnere capo della Google per il digitale, e si sta diffondendo (persino in Italia) l’ideologia “transumanista”. E Ralph Merkle, sempre della Sylicon Valley, dice a O’ Connell che entro massimo 20 anni si potrà “simulare” una mente umana completa. Con tanti saluti alle interazioni mente-corpo, che invece stanno giustamente a cuore a Siri Hustvedt. E alla differenza tra mente e cervello e tra intelligenza e coscienza. Ma con speranze concrete di eternità per i miliardari del pianeta. (Così non ce ne libereremo mai. NdR). E anche: a che cosa serve, poi, una mente separata dal corpo e dagli affetti? E dalle interazioni col mondo circostante?
E Harari si pone domande più concrete e urgenti.
Innanzi tutto, ed è un problema attualissimo: chi è il padrone dei nostri dati, anzi dei nostri Big Data? A partire da quelli del DNA e da quelli sanitari, fiscali, bancari e poi giù giù fino ai nostri gusti sessuali, gastronomici, letterari, musicali ecc. ecc.? I padroni delle Reti, che ormai ci possono rovesciare come un calzino, sapendo persino quale grappa preferiamo? Lo Stato, sempre meno democratico, sempre più impotente nei fatti e perciò sempre più autoritario all’interno? Quindi la polizia e la magistratura? Noi, che in realtà dovremmo esserne i titolari? Non mi pare che l’opinione pubblica, tutta presa dalle sopravvalutate fake news, vero strumento di distrazione di massa, si preoccupi di tutelare la privacy dei cittadini, che ormai non sembrano più titolari di alcun diritto.

Un altro tema importante delle Lezioni di Harari è quello del terrorismo, meglio: della sua sopravvalutazione. Come sempre parte dai dati: dopo l’11 settembre le vittime di terrorismo in tutto il mondo sono circa 25.000 all’anno; e ogni anno muoiono 1.250.000 individui in incidenti automobilistici, 3.500.000 di diabete e glicemia alta; 7 milioni circa per malattie legate all’inquinamento atmosferico. Cioè “abbiamo più paura del terrorismo che dello zucchero”, e l’uccisione di poche persone in Belgio o a Parigi ci agita molto di più del massacro di centinaia di individui in Nigeria o in Iraq. E conclude: “Il denaro, il tempo e il capitale politico investiti nella lotta al terrorismo sono stati sottratti al controllo del riscaldamento globale, alla battaglia contro l’AIDS e alla povertà; all’azione per la pace e la prosperità nell’Africa subsahariana; o alla creazione di legami più saldi con la Russia e con la Cina.” (p.248)

Non è possibile toccare tutti i 21 temi trattati nel libro, posso solo invitare alla lettura. Ma concludo con due raccomandazioni di Harari che, nel mio piccolo, faccio mie:
“Fate particolare attenzione a queste quattro parole: sacrificio, eternità, purezza, redenzione. Se ne udite anche una sola, date l’allarme. (…) Per tutelare la vostra lucidità, traducete sempre tali sciocchezze in immagini concrete: un soldato che piange in agonia, una donna colpita e brutalizzata, un bambino che trema di paura. (pp.449 – 450)

About Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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