Addio a Carla Gobetti, la comunista ribelle che rispettava le istituzioni

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Carla Gobetti ci ha lasciato, e con lei se ne va un pezzo grande della nostra storia e della nostra vita. Era nata nel 1929 a Torino, in Borgo San Paolo (il padre, operaio Fiat, comunista, aveva pagato il suo antifascismo, lei ancora adolescente aveva dovuto aiutare la famiglia col lavoro da sarta). Nel 1950 aveva sposato Paolo Gobetti, giovanissimo partigiano GL, orfano di Piero Gobetti, e insieme avevano fatto parte della redazione dell’Unità da comunisti ribelli quali erano, anche contro la linea del partito. E infatti ne erano usciti nel ’56, senza però cessare la militanza sociale e culturale. Nel 1961 fondano, insieme a Ada Gobetti (la vedova di Piero) e a un gruppo di intellettuali torinesi il Centro Studi Piero Gobetti, custode e motore della cultura democratica antifascista. Nel 1962 realizzano il film Scioperi a Torino, eccezionale documento sulla lotta degli operai Lancia, prodromo del risveglio operaio nella capitale dell’auto (con la collaborazione di giovani come Goffredo Fofi e lo straordinario testo di Franco Fortini).
Carla lavora fianco a fianco con uomini come Norberto Bobbio, Franco Antonicelli, Giorgio Agosti, Alessandro Galante Garrone, fornendo loro supporto organizzativo – è l’anima concreta del gruppo – ma anche spingendoli sempre oltre le loro naturali prudenze e collocazioni sociali, aiutandoli a schierare il Centro ogni volta sul fronte più avanzato, che si trattasse dell’appoggio alla resistenza clandestina nella Spagna di Franco o della guerra anticoloniale algerina, del Sessantotto naturalmente (a cui il figlio Andrea partecipò attivamente) e del Vietnam come della battaglia per la democratizzazione della scuola. La ricordiamo infaticabile cacciatrice di archivi, consapevole com’era che la memoria senza il sostegno delle carte è labile. E tenace cultrice dei testimoni (la galleria di memorie degli «amici di Piero» raccolte e presentate nel film Racconto interrotto ne conserva la prova). Epica fu la battaglia che condusse per difendere e valorizzare il fondo contenente le bandiere delle organizzazioni operaie sequestrate dai fascisti e poi sepolte in un sottoscala d’archivio: le ordinò, ripulì, catalogò, perseguitando ogni decisore pubblico (inseguì il presidente Pertini fin nelle sale del Quirinale) finché non ottenne infine per quei reperti un posto d’onore al Museo del Risorgimento.
Sapeva stare senza timori reverenziali a fianco di Presidenti della Repubblica (Saragat, Pertini) e di ministri in visita ufficiale, forte della sua storia e del suo nome, mantenendo sempre il distacco che la cultura gobettiana prescrive nei confronti del potere ma anche la consapevolezza del peso che le istituzioni pubbliche hanno per l’identità di una nazione. Finché le forze l’hanno sostenuta ci ha accompagnato nella visita annuale, ogni mese di febbraio, al cimitero parigino del Pére Lachaise, sulla tomba di Piero Gobetti, muta testimonianza di quanto questo Paese debba ai propri padri eretici, costretti a morire in esilio. Ci mancherà immensamente.
l’articolo è stato pubblicato anche su Il Manifesto del 6 gennaio 2018

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "Populismo 2.0". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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