Primarie in tempi estremi

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Primarie

Primarie le chiamano, perché vengono prima delle elezioni “vere”. Forse, per essere onesti, dovremmo chiamarle “secondarie”, perché – sul piano della cronologia storica – vengono dopo un qualcosa che le precede, ovvero la dissoluzione delle democrazia di partito. Sono l’espediente (potremmo dire anche il “ripiego”) con cui i partiti – gli ex partiti di massa novecenteschi, in particolare il Partito per antonomasia, il Pci – hanno mascherato l’evaporazione e l’ossificazione dei tradizionali meccanismo di democrazia interna. “Centralismo democratico” si chiamava, per sintetizzare il laborioso processo per cui le decisioni, dal vertice, dal Centro, la Segreteria, il Comitato Centrale, scendevano passando per gli organismo intermedi, regionali, provinciali, federali, giù giù fino alle sezioni e persino alle cellule per poi, dopo la discussione, risalire fino in cima, in genere (ma non necessariamente) confermate. Ora, quel meccanismo in parte rituale ma in parte anche reale, è stato cancellato nel momento in cui il Partito che l’aveva incarnato con maggior sistematicità si è estinto insieme al proprio nome, senza un brandello di discussione interna, per una decisione originariamente solitaria del suo Capo (Achille Occhetto), in fretta e furia, come si fa in tempo di guerra lasciando sotto i bombardamenti le proprie case con dentro tutti i ricordi di famiglia. A una quindicina di anni da quella de-costruzione occorreva porre un qualche rimedio all’immagine di silenzio e di burocratico verticismo che aveva caratterizzato gli anni Novanta del Novecento e il primo lustro del nuovo secolo (anni di gigantesca trasformazione socio-politica consumatasi senza il minimo cenno di autoriflessione). E nacque l’idea delle “Primarie”.

PrimarieFurono Prodi e Parisi a inventarle. Anzi, per la precisione le inventò Parisi per conto di Prodi, nel 2005, prima per il pre-test regionale in Puglia, poi per la corsa a Palazzo Chigi. Arturo Parisi, praticamente coetaneo di Romano Prodi (uno del 1940 l’altro del ’39), era un tipico democristiano “progressista, prima dirigente dell’Azione Cattolica, poi della Margherita, Sottosegretario alla presidenza nel primo governo Prodi, professore ordinario di Sociologia dei fenomeni politici, Direttore dell’Istituto Cattaneo e della rivista “il Mulino”, aveva tutte le carte in regola per fabbricare quel traballante cavallo di Troia pensato per introdurre il fantasma di una qualche democrazia interna nella cittadella fortificata degli apparati di partito sopravvissuti alla fine dei rispettivi partiti. In Puglia il marchingegno funzionò così così facendo scaturire dalla lampada di Aladino il genio anomalo di un irregolare come Nichi Vendola (che prevalse col 50,9% sul più “ufficiale” Francesco Boccia e che batterà poi il centro-destrista Fitto alla guida della Regione) ma per le politiche andò come era previsto che andasse: con una partecipazione elevata (votarono 4.307.000 simpatizzanti), Prodi arrivò primo col 74% dei consensi (3.181.686 voti), seguito da Fausto Bertinotti (14,7%), Clemente Mastella (4,6%) Antonio Di Pietro (3,3%), Alfonso Pecoraro Scanio (2,2%) e Ivan Scalfarotto (0,6%). Alle elezioni politiche dell’aprile 2006 – sono trascorsi 20 anni, non so quanti lo ricordino) – l’Unione di Prodi avrebbe prevalso d’un soffio (49,81% contro 49,74% dei berlusconiani, due soli seggi di vantaggio al Senato), dando vita a uno dei governi più brevi e più travagliati della vicenda repubblicana, mentre per le regionali calabresi di un anno prima il sistema delle Primarie portò bene al centrosinistra: il suo candidato, Agazio Loiero della Margherita, prevalso nel pre-voto, vinse a mani basse la Presidenza regionale staccando di 20 punti il candidato del centro-destra.

Bisogna riconoscere che in quei primi esperimenti il regolamento stabilito da Parisi era ancora relativamente strutturato: le candidature dovevano essere sostenute dalla sottoscrizione da parte di almeno 10.000 cittadini dotati dell’elettorato attivo distribuiti in almeno 10 regioni; per votare occorreva pagare un contributo di almeno un euro, presentare la propria tessera elettorale unitamente a un documento d’identità e sottoscrivere il “Progetto” dell’Unione. Poi le maglie si sarebbero fatte più larghe, man mano che il numero dei partecipanti diminuiva. Nell’ottobre del 2007, quando le primarie furono usate per scegliere il Segretario del neonato Partito democratico i partecipanti furono 3 milioni e mezzo (un milione in meno rispetto a due anni prima): vinse Walter Veltroni con 2.667.000 voti (il 75,8% contro il 12,9% di Rosy Bindi e l’11,1% di Enrico Letta, e fu, come ben sappiamo, una sciagura. Nel 2009, 3 milioni di partecipanti – un altro mezzo milione in meno – vinse invece Bersani con 1.660.000 consensi (il 53%, contro il 34,5% di Franceschini e il 12,5 di Marino). Il 26 febbraio del 2026, l’ultima tornata di Primarie del Pd, si presenteranno ai gazebo poco più di un milione di partecipanti (3 milioni e mezzo in meno rispetto all’origine, giusto per avere un’idea della misura del logoramento di questo strumento), dando la vittoria all’ outsider Elly Schlein (587.000 voti) contro il candidato ufficiale del partito Stefano Bonaccini (505.000) che aveva invece prevalso nel voto interno degli iscritti.

Devo dire che a me, queste primarie all’italiana, non hanno mai particolarmente convinto. Anzi, le ho sempre guardate con un misto di diffidenza e di sincero fastidio. Intanto perché, come ho detto, rappresentano una sorta di surrogato di democrazia in un tempo di rassegnazione facile. Una finzione di protagonismo per non ammettere la propria impotenza. Insomma, una resa al poco che passa il convento, in un momento in cui il monopolio della decisione da parte di oligarchie eterodirette appare impermeabile. In secondo luogo perché nel loro meccanismo stesso, esse favoriscono quel processo di personalizzazione della politica e della leadership che costituisce la peste delle post-democrazie oltre-novecentesche: la scelta del candidato a Capo del governo per le elezioni politiche implica di per sé l’adesione alla logica perversa del “premierato” che a parole si dice di voler respingere in quanto anti-costituzionale (e in effetti lo è) ma che di fatto si conferma, escludendo a priori quel processo di scelta del Capo del Governo da parte del Parlamento nell’ambito della sua dimensione collegiale attraverso la discussione e la negoziazione, come Costituzione comanda (non per nulla Parisi aveva affiancato Mariotto Segni nella dissennata campagna referendaria dei primi anni ’90). Infine, perché la progressiva deriva di de-regolazione delle procedure delle primarie “all’italiana”, e di assenza di filtri all’accesso, per cui tutti, non solo gli elettori amici ma anche quelli degli avversari possono parteciparvi, apre la strada a incursioni “esterne”, a Opa ostili si potrebbe dire in linguaggio borsistico, gravemente distorsive del principio democratico.

Un breve aneddoto può confermare quest’ultimo “bug”. Nel dicembre del 2013, naufragata la segreteria Bersani travolta dal successo “grillino”, si confrontavano nelle primarie del Pd – per votare nelle quali non era neppur più necessario sottoscrivere un Programma ma bastava firmare un registro chiamato pomposamente “Albo” – tre candidati: l’astro nascente Matteo Renzi, Gianni Cuperlo e Pippo Civati. Io naturalmente me ne tenevo alla larga, non avendo nessuna intenzione di votare quel partito, ma per strada, non lontano da un gazebo, incrociai un vecchio conoscente che sapevo essere da sempre elettore di destra, un po’ Lega un po’ Berlusconi, sempre comunque da quella parte. Camminava soddisfatto sottobraccio alla moglie, e quando mi vide, sfoderando un sorriso smagliante, “Siamo andati a votare!” esclamò. E vedendo la mia espressione perplessa aggiunse: “Naturalmente Renzi!”. Allora la cosa mi indignò, oggi mi fa spuntare un mesto sorriso, ma resta terribilmente vera. Nel voto degli iscritti Renzi aveva preso il 45%, Cuperlo il 39 e Civati il 9% (una differenza tra il vincitore e il secondo di soli 6 punti percentuali e di meno di 20.000 voti); nei gazebo la distanza era cresciuta a quasi 50 punti percentuali (Renzi stravince col 67%, Cuperlo scende al 18%, Civati al 14%). Tra il milione e 900mila voti del “Bullo di Rignano” e i poco più di 500mila del sobrio Cuperlo corre la differenza di quasi un milione e mezzo di voti, un’alluvione in cui distinguere i veri simpatizzanti e i flussi spurii è impossibile, ma la dimensione di questi ultimi deve essere stata imponente se non decisiva.

Ecco perché la discussione che intasa i canali dei media e monopolizza l’attenzione degli addetti ai lavori (Elly o Antonio, Conte o Schlein…) non mi scalda il cuore più di tanto, anzi, se devo essere sincero, mi infastidisce parecchio. E insieme mi preoccupa, in quanto è conferma di quella “politica senza politica” a cui avevo dedicato qualche anno fa un libro (Einaudi 2019). E di quella erosione della sostanza democratica – la democrazia ridotta a feticcio – su cui sono tornato in uno recente (La democrazia è antiquata, Laterza 2026). Seguirei volentieri la tentazione di fare come ho fatto tutte le altre volte, ovvero di staccare la spina, stare in disparte e guardare di nascosto l’effetto che fa come nella canzone sul leone a zonzo, aspettando che passi a’ nuttata. Scelta igienica, se non fosse che non viviamo in tempi normali. E neppure in tempi difficili, che lasciano tuttavia una qualche uscita di sicurezza al dispotismo del “Politico”. Viviamo tempi estremi  Una banda nera al governo sempre più incarognita, che se vincesse con la forza o con la frode, a colpi di mano sui media e di riforma elettorale, non farebbe più prigionieri, punterebbe al bersaglio grosso (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale, organi di garanzia…). E la GUERRA alle porte. La Guerra, quella vera, grande, terribile. Non le guerre pur atroci e cruente ai confini, ma la guerra in casa, la guerra di tutti, la guerra mondiale e totale a cui le Cancellerie europee lavorano alacremente da tempo, e ora con passo sempre più pesante e accelerato. In congiunture come questa – “estreme”, appunto – non possiamo trascurare nulla. Anche la più sottile crepa nella superficie liscia di una storia apparentemente già decisa, può servire per aprire la breccia, inceppare il meccanismo, sabotare il dispositivo distruttivo. E forse persino un istituto fittizio e ipocrita, fatto per celare e surrogare, potrebbe diventare lo strumento per una presa di posizione ostinata e contraria a quella voluta dall’alto. Il voto, solitamente vuoto (si perdoni il bisticcio)  potrebbe diventare la condotta attraverso cui veicolare la forza esplosiva di un diniego che viene dal profondo. Se anziché la funzione di scegliere il futuro leader di un fantomatico campo politico che aspira genericamente al governo, le Primarie si imponessero come l’occasione per pronunciarsi sulla questione ultima (o prima) del tempo presente: il NO alla Guerra, No al riarmo. Questione preliminare, perché non avrebbe senso formulare un qualsivoglia programma, se non si scioglie quel dilemma. Non ci sarebbe la minima risorsa per programmare un nuovo welfare, una sanità più efficiente, un’istruzione più adeguata, infrastrutture, diritti, salari…, se non ci si libera dal gioco asfissiante della spesa militare e della mobilitazione totale delle società in vista della guerra. Non c’è discussione sul programma se non si decide, PRIMA e come CONDIZIONE ESISTENZIALE, quel doppio NO, da cui tutto il resto dipende.

Bene, se sapremo trasformare il voto delle Primarie in un voto contro la guerra e il riarmo, allora, forse, avremmo saputo trarre il massimo dal minimo a cui siamo arrivati, quasi a fine corsa.  

 

Gli autori

Marco Revelli

E' titolare delle cattedre di Scienza della politica, presso il Dipartimento di studi giuridici, politici, economici e sociali dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", si è occupato tra l'altro dell'analisi dei processi produttivi (fordismo, post-fordismo, globalizzazione), della "cultura di destra" e, più in genere, delle forme politiche del Novecento e dell'"Oltre-novecento". La sua opera più recente: "La sinistra impossibile da spiegare a mia figlia". È coautore con Scipione Guarracino e Peppino Ortoleva di uno dei più diffusi manuali scolastici di storia moderna e contemporanea (Bruno Mondadori, 1ª ed. 1993).

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3 Comments on “Primarie in tempi estremi”

  1. Analisi che condivido, la conclusione però è molto problematica. Il doppio NO richiede un personaggio “autentico”, non coinvolto in storie passate discutibili (…Conte?).

  2. Ad un’ analisi convincente si contrappone una conclusione che va nel senso opposto, invece di incaricare uno strumento collettivo come il programma di coalizione di affermare le priorità irrinunciabili, si delega questa funzione al vincitore delle primarie. Un modo per fare rientrare dalla finestra quello che si allontanava dalla porta.. ….

  3. grazie della sua importantissima riflessione. concretamente, ci sta propondo 1. prendere i gazebo como uno spunto per una mobilitazione diffusa e radicata nei territori, contro la guerra. e 2. tapparsi il naso e votare Conte?

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