La telefonata di Trump: politica e soap opera

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Fortuna mio figlio che tifa Curaçao. Questo penso mentre mi accingo a scrivere ciò che seguirà e maledico le mie bolle social e le agenzie di comunicazione che seguo abitualmente. La maggior parte di esse sembrano letteralmente ossessionate da “la telefonata di Trump” e dai suoi episodi successivi. Una vera e propria soap opera, con puntate ormai quotidiane e botte e risposte tra un villano maschilista (che però è ancora l’uomo più potente del mondo) e una sua cortigiana (nel senso letterale del termine, nessuna allusione di altro genere per carità) cacciata dalla corte a cui è rimasta fedele ben oltre il tollerabile. Una storia penosa di certo, ma tutto sommato una soap opera. Non entrerà nei libri di storia e nemmeno nella memoria politica a lungo termine. Ma temo di essere l’unico a crederlo, visto il profluvio di parole solenni di cui siamo inondati. Tutti a manifestare sdegno, a proporre interpretazioni politiche sotterranee, a ventilare conseguenze irreversibili e rotture dei rapporti di amicizia tra i due Stati. Ecco, il grande inganno, il grande decadimento della politica a cui anche noi ormai ci siamo assuefatti. Personalizzare i giudizi politici, credere che gli umori instabili dei leader possano davvero decidere irreversibilmente il lungo fiume della storia, governato da correnti ben più profonde e imperiture della volubilità di un pazzo o della cedevolezza di una prima ministra che non vuole scegliere da che parte stare e finisce inevitabilmente col pagarne le conseguenze.

Trump lo sa che la politica è ormai nient’altro e ha dato spettacolo, come spesso gli accade. Ma il contesto e gli spettatori sembrano fatti apposta per dargli ragione. I lussi regali di Versailles, gli incontri a favore di camera, la fine di un’altra guerra senza che la guerra sia finita, l’ombra dei cortigiani – Macron per primo – che lo compiacciono nonostante le umiliazioni. Il trionfo del populismo, si direbbe. Ma anche la rivelazione della sua essenza che ha contagiato tutte le forme della politica. Il populismo non è più una parte che si contende la scena politica ma è la scena stessa. Lo sfondo, la cornice, il set dove girare i reels. E poi noi, che invece di contestualizzare quella telefonata all’interno di ciò che non si vede ma c’è – l’unica cosa che dovrebbe contare, il reale – preferiamo fissarci di nuovo sullo spettacolo che la programmazione trumpiana ha predeterminato per qualche giorno. Così possiamo discuterne insieme, dire la nostra su ciò che occupa le luci della ribalta, sentirci protagonisti della politica nel tempo dei social e dei talk show televisivi. Capaci di creare dal nulla un personaggio come Vannacci e pomparlo col solo obiettivo di poterlo criticare. Che sarebbe Vannacci senza La Repubblica o Gruber? Nient’altro che un baby pensionato che spara cazzate ai giardinetti pubblici, come tanti altri. La verità è che ce lo meritiamo tutto Vannacci, come ci meritiamo Meloni e Trump.

Per quanto perturbante e sgradevole essa sia, la telefonata di Trump – in effetti un ottimo titolo per una soap opera – è in piena continuità con tutto ciò che l’ha preceduta e, non ne dubito, con tutto ciò che seguirà. Non è che una rappresentazione fedele dell’essenza del populismo: la riduzione della politica a una serie incessante di riti autocelebrativi e di meccanismi di personalizzazione che sostituiscono e impediscono le analisi a lungo termine dei fenomeni storici. Non ci sono più scienziati sociali, sono stati sostituiti da Dagospia.

Qualcuno dirà che non c’è nulla di nuovo e che sono troppo caustico. Che la politica è sempre stata liturgia e i rapporti tra Stati sono spesso stati simbolizzati da fotografie, strette di mano, rapporti personali tra coloro che letteralmente incarnano le rispettive nazioni. La politica è sempre stata anche liturgia e Versailles sta lì a ricordarcelo. I palazzi servivano per far festa, per celebrare il proprio status. L’accoglienza di cui Macron è così fiero non è semplice galateo, ma è la politica come ritualità. Ma la differenza tra Luigi XIV e Trump è troppo facile da vedere: per il primo la politica era esercizio effettivo del potere, per il secondo è solo celebrazione autoreferenziale di sé. Non importa ciò che faccio – e infatti posso contraddirmi infinite volte – ma che possa farlo, che io possa fare tutto. Trump è travolto dal suo stesso populismo, non si accorge che è così interessato ad apparire potente da disinteressarsi degli effetti del suo potere. Ha barattato il proprio potere con la celebrazione narcisistica di se stesso: tutto ciò che accade è solo un pretesto per celebrarsi. Non c’è più nulla da festeggiare se non la festa stessa. Nessuno gli crede più: siamo dentro una soap opera dove tutti non fanno che recitare. Eccolo il punto. Ciò per cui Trump dileggia Meloni non sarebbe altro che ciò che Trump fa sempre: vendersi, falsificare il mondo, godere contemplando la propria potenza molto più che esercitandola. In fondo anche Trump non sa fare altro che “implorare”: un passaggio televisivo, un colpo di scena, una pubblicità alla propria potenza come merce da cui trarre profitto. Per questo non importa se siano vere o meno le sue accuse, in ogni caso stanno dentro la trasformazione della politica in spettacolo, dove tutti implorano e usano il potere per una comparsata. Lo fa incessantemente l’uomo più potente del mondo, figuriamoci se non lo fanno i suoi cortigiani. Un potere così impegnato a celebrare se stesso da mettere in secondo piano le proprie azioni reali.

E sta qui la tragedia, di Trump, di Meloni e soprattutto nostra. Perché Trump non è affatto meno potente di Luigi XIV, è soltanto più irresponsabile: i suoi annunci hanno delle conseguenze tragiche delle quali sembra quasi non interessarsi più. E anche noi preferiamo concentrarci su ciò che lo spettacolo della politica decide di farci guardare, mentre intanto qualcosa di reale accade. Mentre sprechiamo fiumi di parole per interpretare la ritualità autoreferenziale di Trump e le contraddizioni di Meloni, gli annunci che si smentiscono quotidianamente, le fotografie recitate o reali, gli accordi di pace che non sono accordi di pace, intanto accade la vita oppressa di milioni di persone. Che è schiacciata dal peso insopportabile dell’irresponsabilità di coloro che li condannano a morte per l’ebbrezza di una fotografia o di un annuncio ostentato di fronte al mondo. La guerra in Iran è finita, annuncia Trump, e che importa se accade ciò che tutti sapevano sarebbe avvenuto: abbandoniamo i poveri iraniani in uno stato di cose ancor più tragico di prima? Come è accaduto per Gaza, gli annunci di un accordo diventano la nostra agenda politica, mentre nell’ombra della realtà la gente continua a morire. La politica come talk-show ha le sue luci della ribalta e noi ne siamo irresistibilmente attratti, forse non possiamo non esserlo. Ma ha anche la sua ombra tragica: le vittime della storia che il potente produce senza nemmeno pensarci, quasi per pigrizia. Semplicemente non gli interessa più delle conseguenze reali delle sue decisioni, delle sue parole. Che molte persone muoiano o meno è ormai un dettaglio, un piccolo vizio di forma che tanto resta ai margini, nell’ombra appunto. Le luci della ribalta sono tutte per gli annunci, le feste, le foto, i riti. Fuori, nell’ombra dove abitano gli invisibili, ci sta la storia tragica che non si arresta, che produce vittime approfittando della nostra distrazione, delle nostre telefonate e delle nostre foto, implorate o meno che siano.

È proprio questo il punto ed è la più grande delle nostre colpe. Pensare di fare opposizione a questo ordine del mondo accettandone l’egemonia culturale, la spettacolarizzazione della politica, le luci della ribalta e i primi attori che saturano tutti gli spazi comunicativi mentre nell’ombra gli invisibili vengono sacrificati dal sadismo del neocapitalismo. Pensare di occupare la scena assecondandole le regole. E infatti anche i “nostri” intellettuali di riferimento sono ormai quelli che stanno di là di questo confine ontologico tra la politica come spettacolo e la politica come dominio, tra le telefonate di Trump e i genocidi di Netanyahu. Che illusione colpevole: credere che si possano difendere gli invisibili frequentando la scena decisa da coloro che li stanno sterminando, invece di combattere per spostare le luci, per ribaltare quei confini, per uscire da questo perverso gioco di specchi in cui ci piace stare, anche perdendoci l’evidenza delle cose. Che in questo caso è molto chiara e non difficile: non sarà una stretta di mano rinnegata a mettere in crisi un rapporto che è diventato un vicolo cieco politico per la scelta di Meloni di tergiversare e non scegliere da che parte stare. Anzi, più precisamente: di continuare per mesi a recitare la parte del cavallo di Troia di Trump dentro il contesto europeo. Ma in questo modo ha finito con lo spazientire tutti, sia quelli che tradiva sia quello che a cui non dimostrava fedeltà incondizionata. Non sarà una telefonata o una foto rubata a modificare il senso politico di questa storia e le questioni irrisolte che essa pone. Non c’è altro: la questione politica che c’era prima di quella foto è rimasta intatta dopo questa foto. Perché questa è la politica, mentre questa roba qui di cui ci riempiamo la bocca da giorni è spettacolo. E serve a spostare l’attenzione e lasciare gli indifesi alla mercé dei sadici.

Il problema è che – se anche volessi distrarmi da questa ossessione per la telefonata di Trump – la mia bolla sembra essere già dilaniata da un’altra faccenda che non resterà, in questo caso, nei libri di letteratura. La disgraziata uscita di Michele Mari nei confronti di Michela Murgia. A parte che quando sento discutere della cosa penso sempre a quanto siamo disinteressati al mondo che vorremmo rappresentare: il 99,9 % degli italiani manco sanno chi siano Mari e Murgia e continuano ogni istante a ripristinare il patriarcato quotidiano in cui stiamo di nuovo precipitando, mi pare evidente l’analogia. Quelle parole possono essere giudicate – se si vuole essere misericordiosi – come una caduta di stile oppure – ad essere più severi e forse più giusti – come il segno di un’intelligenza geniale con le parole ma meno con la vita. Ma io non mi aspetto da Mari – che considero uno dei pochi scrittori italiani viventi degni di essere letti – che sia una brava persona, mi aspetto che scriva dei bei libri. E continuerò a leggere i suoi libri, anche se adesso so che può essere sgradevole umanamente. Così come non ho nessuna aspettativa rispetto alle buone maniere di Trump, ma la mia critica politica sarà sempre concentrata sul tentativo di far spostare l’attenzione e le luci della ribalta: Trump non è un pessimo politico perché è un villano, ma perché è responsabile di genocidi, guerre e atti sociali di sadismo generalizzato. E temo che il fatto che ci concentriamo sulla sua maleducazione serva a farci dimenticare le sue vere colpe, tanto quanto affidare la nostra decisione sul fatto che Mari debba o meno essere letto (o debba o meno concorrere allo Strega) alla personalizzazione spettacolare che ne siamo facendo serve solo a non occuparci delle qualità letterarie dei nostri narratori.

Ecco perché preferisco ancora il calcio. Svenduto, mercificato, poco credibile. Ma il Curaçao ha pareggiato e mio figlio guardando il video dei festeggiamenti si è messo a ballare. Scusatemi, ho di meglio da fare che usare le mie parole per avere un posticino illuminato dalle luci della ribalta. Preferisco stare con gli invisibili e ballare per un attimo con mio figlio e la squadra del Curaçao.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di “Libertà e Giustizia”. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella, 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi, 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice, 2019). Ha recentemente pubblicato il volume: "Lavoro e modernità. Un saggio filosofico" (Ets, 2025).

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One Comment on “La telefonata di Trump: politica e soap opera”

  1. “Che la politica è sempre stata liturgia e i rapporti tra Stati sono spesso stati simbolizzati da fotografie, strette di mano, rapporti personali tra coloro che letteralmente incarnano le rispettive nazioni. La politica è sempre stata anche liturgia e Versailles sta lì a ricordarcelo”.
    L’Iran non vuole fare parte di questa “liturgia” e mi godo la faccia umiliata di JD Vance che, spaesato, chiede spiegazioni. Guardate attentamente: https://t.me/lantidiplomatico/55151 …senza nulla togliere al ballo per Curaçao.

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