Dopo le europee: la necessità di un dibattito senza reticenze

La mazzata è arrivata e il fatto che fosse attesa (https://volerelaluna.it/che-fare/2024/06/05/l8-e-il-9-giugno-si-vota-per-chi/) non ne attenua la violenza. Molti – a cominciare dalla grande stampa – minimizzano. È uno sbaglio. Occorre, al contrario, ragionare con attenzione. Anche per evitare di trovarci fra tre anni, alle prossime elezioni politiche (o anche prima là dove ci saranno elezioni amministrative), nelle stesse condizioni di oggi. Per farlo – o almeno, più modestamente, per provarci – bisogna aprire un dibattitto franco e senza reticenze sul risultato elettorale, sulla situazione attuale e sulle prospettive. Ci provo, a caldo.

1. Ha vinto l’astensione. Non è stata una sorpresa. Ce lo aspettavamo e oggi tutti lo sottolineano. Più di un italiano su due non è andato a votare (e in alcune aree del Sud sono stati due su tre a disertare le urne). Non basta, peraltro, segnalarlo, magari auspicando una tempestiva inversione di tendenza. Il superamento della soglia del 50% di astenuti, preceduto negli anni da percentuali ancora più basse in diverse elezioni regionali, segna un vero e proprio cambio di sistema. Così le istituzioni rappresentano meno della metà dei cittadini e delle cittadine. E nulla autorizza a pensare che si tratti di una situazione contingente. Per molte ragioni: perché le condizioni che hanno alimentato l’astensione (in particolare il fatto di sentire non rappresentati i propri bisogni) permangono e, anzi, si aggravano; perché a partiti degradati in centri di potere, la fuga dal voto, al di là delle recriminazioni di circostanza, conviene (alimentando clientele e legami impropri); perché, sul piano dei comportamenti individuali, è assai più facile allontanarsi dal voto che tornare a praticarlo dopo averlo abbandonato. Dunque è verosimile che si stabilizzi una versione della democrazia come “governo dei meno” anziché come “governo dei più” (se non, addirittura, di tutti, come proclamato, demagogicamente, da molti). Non è detto, ma molti segnali lo fanno credere. Se sarà così, occorrerà attrezzarsi per un supplemento di riflessione sulla stessa democrazia e sulle forme della rappresentanza [su cui vedi Valentina Pazé I non rappresentati. Esclusi, arrabbiati, disillusi, Edizioni Gruppo Abele, 2024: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2024/05/13/il-divorzio-tra-rappresentanza-e-democrazia/]. In ogni caso sarà necessario misurarsi, da subito, con questo dato senza limitarsi a ripetere, a vuoto, che bisogna riportare alle urne chi le ha abbandonate.

2. La destra tiene, con il 28,8% di voti a Fratelli d’Italia e il 47,1% complessivo. Non stravince. Anzi, in cifra assoluta, Fratelli d’Italia perde, rispetto a due anni fa, quasi 700mila voti e la coalizione ne lascia per strada oltre 1.200.000. Ma, politicamente, esce dalle urne confermata e, per qualche aspetto, rafforzata. Con due elementi aggiuntivi. Anzitutto a vincere è stata la peggior destra degli ultimi decenni, che in campagna elettorale ha dato il peggio di sé, rivelando il suo volto autoritario, una sistematica occupazione del potere e un inedito atlantismo acritico e subalterno (accompagnato, nella componente leghista, da spregiudicate aperture alternative). E, poi, quella destra è oggi più forte perché affiancata – soprattutto in Francia e in Germania – da partiti gemelli dotati di un consenso altrettanto accentuato. Può darsi che l’attuale egemonia non duri: per gli schricchiolii interni alla maggioranza, diventati ormai scossoni, e perché è sempre stato così negli ultimi decenni, in cui ai grandi successi nelle elezioni europee hanno fatto seguito veri e propri crolli (così è stato, in particolare per il Pdl, giunto nel 2009 al 35,26%; per Renzi, giunto nel 2014 al 41%; e poi per la Lega di Salvini, giunta nel 2019, al 34,6%), e anche il livello dei consensi è stato assai volubile (basti pensare al raggungimento del 32% nelle politiche del 2018 da parte del M5Stelle). Può darsi, ma oggi è così e le serie storiche autorizzano speranze ma non certezze…

3. Hanno perso, oltre al M5Stelle (precipitato, con il 9,9% sotto la soglia delle due cifre), i tecnocrati, indicati fino a qualche tempo fa dall’establishment come i protagonisti del futuro per l’Italia e per l’Europa. Il crollo, in Francia, di Macron, massimo paladino del mercato e della guerra, ne è il segnale più evidente. Ma non è stata da meno la sconfitta, in Italia, di Renzi e Calenda, ultimi sostenitori di quell’opzione Draghi considerata fino alle scorse politiche la scelta vincente. La loro sconfitta non è stata determinata solo da errori tattici e da una poco nobile gara narcisistica. A provocarla è stato l’investimento degli elettori di centro, che non sono affatto scomparsi, in una Forza Italia sbilanciata a destra, pur orfana del fondatore-padrone e guidata da una leadership scialba e incolore. Vale anche qui quanto si è detto a proposito della volatilità del voto. Nulla è definitivo, ma è certo che, nei tempi medi, l’opzione per governi tecnici e di banchieri e per i loro supporter esce dai radar.

4. C’è un’altra, ancor più bruciante, sconfitta: quella della sinistra alternativa, presentatasi con il simbolo “Pace, terra, dignità”, che si è fermata a 513.281 voti, il 2,21% dei votanti, un elettore su 100 aventi diritto. Anche questo era un esito atteso e ne eravamo stati facili profeti, sottolineando l’improvvisazione della lista, i ritardi nella preparazione e la precarietà delle alleanze sottostanti https://volerelaluna.it/che-fare/2024/06/05/l8-e-il-9-giugno-si-vota-per-chi/). Ma una sconfitta di queste proporzioni non ha solo ragioni contingenti. È una sconfitta non solo numerica, ma anche politica, tanto più grave in quanto intervenuta benché la lista facesse riferimento a una parola d’ordine chiara e condivisibile, come il rifiuto della guerra e l’apertura di una prospettiva di pace, e comprendesse candidature credibili per storia e coerenza. Ed è una sconfitta definitiva perché fa seguito a disfatte che si ripetono, tali e quali (con la sola, parziale, eccezione della lista L’Altra Europa per Tsipras nelle europee del 2014), da quasi vent’anni. Uno sguardo d’insieme è impressionante. 2008, politiche (Camera), Sinistra Arcobaleno: 1.124.418 voti, 3,8%; 2009, europee, Rifondazione Comunista-Comunisti italiani: 1.037.862, 3,39%; 2013, politiche, Rivoluzione Civile: 765.189, 2,25%; 2014, europee, L’Altra Europa per Tsipras: 1.108.457, 4,04%; 2018, politiche, Potere al Popolo: 372.179, 1,13%; 2019, europee, La Sinistra: 469.943, 1,75%; 2022, politiche, Unione Popolare: 403.149, 1,43%. Aggiungo che, nel decennio scorso, non sono mancati i tentativi di costruire un soggetto alternativo (Alba, nel 2012; Cambiare si può, sempre nel 2012; il Brancaccio, nel 2018), ma sempre senza successo. I fatti hanno la testa dura. Lo dico senza alcun compiacimento, anche perché in molte delle esperienze richiamate sono stato più o meno intensamente coinvolto, ma quella è, ormai, una storia chiusa. Definitivamente. Non so se ci sia un posto elettorale per la sinistra alternativa ma, se c’è, non è con quegli attori e con quelle modalità. Proseguire in questa logica sarebbe un inutile e controproducente accanimento terapeutico.

5. Hanno, per contro, incrementato i voti, sia in cifra assoluta che in percentuale, il Partito democratico e l’Alleanza Verdi e Sinistra. Il primo ha ottenuto 5.638.130 voti, pari al 24,11%, con una crescita, rispetto alle elezioni politiche del 2022, di 289.454 voti e di 4,71 punti percentuali; Alleanza Verdi e Sinistra, a sua volta, ha riportato 1.584.885 voti, pari al 6,78%, con una crescita dalle politiche di 563.077 voti e di 3,14 punti percentuali. Si tratta di un risultato certamente positivo, ben lontano, però, dal colmare lo scarto tra la maggioranza di destra e il centro sinistra. C’è peraltro, su questo versante, un dato significativo che conferma una novità già emersa in sede di formazione delle liste (https://volerelaluna.it/che-fare/2024/06/05/l8-e-il-9-giugno-si-vota-per-chi/ ). Nel voto hanno ottenuto un successo particolare alcuni candidati non solo estranei agli apparati (circostanza, questa, non inedita) ma portatori di una linea politica autonoma o addirittura divergente rispetto ai partiti di riferimento. È il caso di Cecilia Strada e Marco Tarquinio, la cui impostazione pacifista intransigente confligge con quella del Partito democratico, e di Ilaria Salis e Domenico Lucano, la cui storia personale si intreccia solo in parte (o per nulla) con quella dell’Alleana Verdi e Sinistra. Gli elettori sembrano essere andati oltre la scelta, non priva di strumentalità, dei partiti, e ciò rimanda a una possibile spinta nel senso della trasformazione di tali partiti in contenitori eterogenei sul modello americano. È presto per dirlo e sarebbe, in ogni caso, una trasformazione discutibile. Ma certo sarebbe una variante di non poco rilievo sulla scena politica.

6. All’esito di questa (sommaria) analisi torno alla questione iniziale. E noi? Quali effetti ha su di noi – Volere la Luna e movimenti simili – questo esito elettorale? Alcune cose sono, per me, chiare e confermate, o addirittura rafforzate dal voto. Due su tutte. Primo. La politica non si esaurisce nel momento elettorale, che ne è solo un frammento. Oggi è più che mai richiesto un surplus di impegno nel sociale e nel territorio perché il (necessario) cambiamento della politica passa inevitabilmente attraverso il cambiamento di stili di vita e di rapporti interpersonali. Di più: il voto conferma che, anche elettoralmente, non bastano alleanze dell’ultima ora se manca un radicamento sociale profondo. Secondo. Il rifiuto della guerra non è stato, nelle scelte degli elettori, un discrimine: è vero che hanno perso, in Europa, i maggiori paladini dell’intervento armato in Ucraina (Macron e Scholz), ma è altrettanto vero che, nel nostro Paese, le due forze che avevano nel simbolo il riferimento alla pace (M5Stelle e Pace Terra Dignità) sono state entrambe sconfitte. Non solo: le (poche) sinistre radicali vincenti in Europa (in Danimarca, Finlandia e Svezia) hanno vinto con un programma molto sbilanciato nel senso della fornitura di armi all’Ucraina (scelta – aggiungo – condivisa, al di là delle previsioni, dal Fronte popolare che si sta costituendo in Francia per contrastare l’avanzamento delle destre). Non c’è di che essere soddisfatti. Ma non c’è scelta: l’opzione pacifista – oggi come sempre nella storia – è la sola possibile per un diverso assetto internazionale e per lo stesso futuro dell’umanità e, per questo, deve essere il riferimento fondamentale per ogni forza realmente di sinistra. Detto questo, si aprono le incertezze. Scrive Marco Revelli nella sua puntuale analisi del risultato elettorale, partendo dalla constatazione che il voto giovanile è stato, in Italia, più orientato a sinistra: «Il tempo lavorerebbe per noi, se avessimo tempo… Se non incombesse lo scasso della Costituzione, l’aberrazione del Premierato, l’autonomia differenziata… Se l’Italia morente non minacciasse in culla l’Italia che potrebbe essere, riproponendoci il motto marxiano secondo cui le mort saisit le vif» (https://volerelaluna.it/commenti/2024/06/13/elezioni-a-che-punto-e-la-notte/). Non so dire se sia esatto il primo corno dell’affermazione, ché i giovani non sono una categoria ma una condizione contingente e, soprattutto, invecchiano (trasferendosi spesso con l’età in altre classi di votanti)… Ma certo è fondato il secondo. Mentre cerchiamo – cosa doverosa e ineliminabile – di costruire un nuovo modo di fare politica e dei soggetti capaci di praticarlo, intorno a noi c’è un cumulo di macerie, continua la guerra, ritorna il fascismo, aumentano le disuguaglianze, cresce la repressione e si profilano riforme costituzionali che sono la base di un assetto autoritario. In questa situazione non ho ricette né, tanto meno, bacchette magiche, ma penso che non possiamo permetterci di stare alla finestra neppure sul versante delle istituzioni. Che fare, dunque? Non certo – lo dico a scanso di equivoci – praticare forme di entrismo in partiti che sono corresponsabili dell’attuale degrado. E tuttavia anche con loro dovremo, forse, confrontarci e misurarci, seppur dall’esterno. In ogni caso, conviene almeno cominciare a parlarne.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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2 Comments on “Dopo le europee: la necessità di un dibattito senza reticenze”

  1. Quando si esprime un’opinione non ci si guarda attorno per vedere se è condivisa anche da altri. E, se per caso ci si accorge di essere da soli a esprimerla, si sta zitti.
    Quando si esprime un’opinione la si esprime a testa alta e a viso aperto.
    Lo stesso vale per il voto. Non si vota qualcuno o un partito solo perché quel qualcuno o quel partito hanno il consenso di una certa maggioranza (a cui noi prontamente ci uniamo per paura di rimanere da soli).
    Si vota chi esprime più precisamente le nostre idee, anche a costo di essere in pochi.
    Questo è il fondamento della democrazia (e della partecipazione che, infatti, sta andando sempre più a ramengo).
    Democrazia cancellata dal sistema elettorale maggioritario.
    Democrazia che, a quanto vedo, è stata cancellata perfino dal nostro “sistema di pensare”. Perché quando le “alleanze sottostanti” condizionano il nostro voto (piuttosto che seguirlo in una mediazione tra partiti dopo il voto), vuol dire che la democrazia è morta. E quindi le strade sono solo due: o si diventa “realisti” oppure non si va proprio a votare.

  2. Si liquidano con troppa fretta i risultati di PD e AVS, probabilmente perché non omogenei alle scelte dell’autore dell’articolo.
    In realtà il PD ha guadagnato voti perché la Schlein ha dato la sensazione di provare a “cambiare pagina”, almeno parzialmente e per gradi (errore fondamentale dimenticarsi che è stata eletta dov’è non dall’apparato di partito, che continua ad esistere ed era giunto a coltivare le posizioni negative che sappiamo): le stesse candidature di Strada e Tarquinio non vanno liquidate con superficialità, fanno parte del lento progredire (credo e voglio augurarmi) verso atteggiamenti nuovi e diversi dal passato ad esempio lettiano…
    Non parliamo poi di AVS.
    L’esplosione di voti è stata certamente prdotta dalle straordinarie (ciascuna per se) candidature offerte, da Salis a Lucano ma anche a Marino a Orlando a Smeriglio ai Verdi con esperienze europee ai rappresentanti di Friday for Future…
    La scelta di non candidare solo “gente di partito” ha pagato straordinariamente in termini di voti e vedremo cosa darà in termini di presenza politica sulla scena europea, a rappresenta un atto di coraggio e di servizio al movimento che raramente si registrano: sorvolarci denuncia un atteggiamento “di parte” che finisce per essere miope e -questo si- senza prospettive.

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