Redditometro? Sì, anzi no

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Se per il Governo Meloni «le tasse sono un pizzo di Stato», è ovvio che ogni strumento utile a individuare gli evasori sia considerato “il grande fratello” fiscale. Dunque, il redditometro non s’ha da fare, soprattutto a un mese dal voto. Anche perché vale sempre la promessa iniziale fatta dalla presidente del Consiglio subito dopo l’insediamento a Palazzo Chigi: «Non disturberemo chi vuol fare».

Figuriamoci: imprenditori e prenditori, orafi con redditi dichiarati di latta ed evasori seriali meritano rispetto e condoni, è tutta gente che vuol fare, e fa. Fa un buco nelle casse dello Stato che oscilla tra gli 80 e i 100 miliardi annui. Ma Giorgia Meloni sa come fare per riempire quel buco. Mica individuando i furbetti e i furboni, mica tassando gli extraprofitti di banche, aziende farmaceutiche ed energetiche, anche in quel caso l’annuncio dell’odiata imposta straordinaria è durato il volgere di una giornata. Al contrario, per mettere una toppa al buco si aumenta l’Iva sui pannolini e il latte in polvere, strangolando la sanità pubblica e se qualcuno ha un’urgenza si rivolga a quella privata. È la solita storia del pane e delle brioches di Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena. Per fortuna ci sono sempre quelli che le tasse le pagano alla fonte – a prescindere, direbbe Totò – come i lavoratori dipendenti e i pensionati per consentire a orafi, prenditori e imprenditori di fare il bene del Paese, o per lo meno il bene di Giorgia Meloni e dei suoi fratelli. Fratelli piccoli, però, mai il grande fratello. I fratelli piccoli votano, come i taxisti e i balneari, vanno coccolati e non perseguitati, sono mica studenti che protestano o operai che scioperano, tanto più che i nemici, operai in testa, a votare non ci vanno più perché hanno le balle piene di pagare le tasse (cioè la moribonda sanità e gli asili) per chi non le paga, o magari le paga nell’ospitale principato di Monaco. A votare non ci vanno più perché non si sentono rappresentai da nessuno, odiano la politica, non intravedono alternative per migliorare la loro condizione di poveri pur lavorando. Un capolavoro politico, spingere a votare solo chi ha da difendere molto ma molto di più delle proprie catene.

Quando di nascosto il sottosegretario meloniano Maurizio Leo se n’è uscito con il decreto sul redditometro, i compagni di merenda dei fratelli hanno visto rosso e sono scoppiati: mai il grande fratello! Se uno denuncia al fisco 11 mila euro l’anno e ha la Lamborghini e la villa a Cortina e a Pietrasanta saranno pure fatti suoi, no? Tirare fuori adesso il redditometro è come mettere una vipera nell’urna, dicono i rivoltosi che in meno di 12 ore vincono la partita e il redditometro non c’è più, come la pancia nel codino pubblicitario del Carosello dell’olio Sasso. Le spese dei cittadini non si devono controllare, così come le tangenti vanno pagate possibilmente cash per evitare di finire come Toti. E guai a facilitare i pignoramenti dei conti di chi deve soldi al fisco, piuttosto un nuovo condono, una comoda rateizzazione, uno sconticino.

Non che i governi precedenti a quello più di destra della storia repubblicana italiana abbiano fatto fuoco e fiamme per combattere l’evasione. La novità sta nel fatto che mentre quelli lo facevano di nascosto e a parole alzavano la spada contro gli evasori, il governo fascio-leghista-berlusconiano li premia con la medaglia al valore. Il prodotto d’eccellenza del governo del made in Italy è proprio l’evasione fiscale.

Passate le elezioni, però, resterà il buco. Destinato ad allargarsi se si vorranno onorare gli impegni presi con la Nato di raddoppiare la spesa per gli armamenti. Quelli che fanno i conti in casa agli Stati nazionali e preferiscono che spendano i soldi per i missili piuttosto che per le risonanze magnetiche dicono che per i nostri conti pubblici serviranno 60 miliardi in due anni e per tappare il buco al Governo Meloni non basterà aumentare di un altro 1% l’Iva sui pannolini, il latte in polvere e i ticket sanitari. Ma domani è un altro giorno e «chi vuol essere lieto, sia, di doman non c’è certezza».

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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