Il 1° maggio che ci attende

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Che 1° maggio sarà, quello che ci attende? Se il 25 aprile smette di essere la festa della Liberazione per trasformarsi nella festa della libertà, come da anni – e oggi con maggior veemenza – pretende la destra; se non potremo più dirci antifascisti senza aggiungere “e anche anticomunisti”, come sostiene l’Unione europea decretando l’equiparazione tra ogni totalitarismo, fascismo e comunismo pari sono; se per educare le nuove generazioni si arriva a issare la bandiera a stelle e strisce sul carro armato che apre i cancelli di Auschwitz; se questo è il trend, la via maestra per il nuovo mondo, allora il 1° maggio potrebbe trasformarsi da festa dei lavoratori a festa dei padroni e dei lavoratori. Tanto più che siamo governati da chi il giorno stesso dell’insediamento ha giurato: “non creeremo problemi a chi vuol fare”. E i padroni vogliono fare, chi può negarlo? E a volte anche loro hanno fatto cose buone, come quel tale che garantiva l’arrivo in orario dei treni.

Semmai, chi si ostina a non lasciar fare a chi vuol fare sono quelli che pagano sulla loro pelle il fare dei padroni. Quei lavoratori ostinati che hanno addirittura disseppellito l’arma otto-novecentesca dello sciopero quando lo sanno tutti che la lotta di classe è finita e, per dirla tutta, l’hanno vinta i padroni. Cosa fa chi vuol fare? Impugnando leggi promulgate prima dal centrosinistra (il jobs act di Renzi) e poi dalla destra (i subappalti a cascata targati Meloni), esternalizza il lavoro frantumando la filiera produttiva cosicché può avvalersi di manodopera sottocosto, con sempre meno diritti, meno controlli, meno sicurezza e al tempo stesso dire con sicumera: noi abbiamo le mani pulite. Perché quel metalmeccanico travolto da un carrello, quel siderurgico bruciato vivo, quell’operaia tessile risucchiata dalla macchina a cui lavorava, quel muratore precipitato all’impalcatura o travolto da una trave, insomma la grande maggioranza dei 1.500 morti ammazzati ogni anno sul lavoro non dipendevano dalla ditta madre ma da un’altra in appalto, o da un’altra ancora in subappalto. Tanto la ditta madre non ha responsabilità sulla sua filiera, cioè su chi lavora per lei. E quel giovane licenziato, ingiustamente secondo il giudice, potrà essere risarcito con quattro soldi ma l’azienda colpevole non sarà tenuta a riassumerlo. E se un rider viene travolto da un tram mentre pedala a tutta birra per portarci la pizza a casa, e deve farlo in gran fretta per tagliare i tempi e sperare di racimolare il minimo vitale a fine giornata, non potrà prendersela (se è ancora vivo) con il padrone perché è una partita iva, uno dei famosi lavoratori autonomi che dipendono in tutto e per tutto dall’algoritmo del padrone.

In questo 1° maggio dobbiamo chiederci cos’è il lavoro, cosa è diventato? Cos’è l’ha spiegato con una formula che mantiene una certa attualità Denis Diderot 260 anni fa sull’Encyclopédie: «Un’occupazione quotidiana a cui l’uomo è condannato per bisogno, e a cui al tempo stesso deve la salute, la sussistenza, la serenità, il buon senso e forse la virtù». Storicamente il movimento operaio ha detto viva il lavoro quando il lavoro mancava, era un bene prezioso da conquistare o difendere con le unghie e con i denti e ha detto abbasso il lavoro nelle fasi di piena occupazione, quando si poteva permettere di occuparsi della sua qualità. Il rapporto con lo sfruttamento varia con il variare delle condizioni materiali e sociali di chi lo subisce, e naturalmente dei rapporti di forza. Lo stesso vale per la domanda che si ripete ciclicamente: liberare il lavoro o liberarsi dal lavoro? Qui la risposta può essere cercata nella rilettura dei classici: liberare il lavoro dal profitto, perché il problema non è il lavoro in sé ma il capitalismo. E quando il capitalismo assume i connotati del liberismo non può che portare alla guerra.

Oggi le condizioni materiali dei lavoratori dipendenti sono peggiorate, una alla volta le conquiste degli anni Settanta – dallo Statuto alla sicurezza, dalla salute all’insieme dei diritti strappati con la lotta – sono finite sotto attacco, picconate. La controrivoluzione capitalistica è iniziata dopo la sconfitta alla Fiat del 1980 (si disse che gli operai e i sindacati avevano preso troppo, volevano la luna ed era arrivato il momento di domarli e riportarli sulla terra). Non lo dissero solo i padroni e la destra. È lì che è iniziata un’altra storia e il lavoro dipendente è stato oscurato, è diventato invisibile per quasi tutti, anche a sinistra, una sinistra che smettendo di essere popolare ha spalancato le porte al populismo, e progressivamente si è aperto un fossato ormai quasi invalicabile tra i lavoratori e la politica, e le urne oggi vengono disertate. Se poi passa nell’immaginario collettivo che il nemico non è più il padrone ma chi sta un po’ peggio di te, chi ha meno diritti, ecco pronta la guerra tra poveri che cancella la solidarietà. Chi lavora è povero, i soldi dello Stato che provengono in larghissima parte dalle tasse dei lavoratori dipendenti e dai pensionati vengono utilizzati per foraggiare un’economia di guerra e il welfare langue, e anche il diritto alla salute e all’integrità fisica e morale se ne va.

Il passaggio dal rancore sordo alla rabbia è complicato, chiede tempi lunghi e i tempi non ci sono. Il lavoratore non ha più rappresentanza politica, quella sindacale vacilla. Anche quel che restava dell’unità sindacale sta venendo meno – quella costruita dal basso nell’esperienza consiliare era stata presto immolata dal realismo politicista delle confederazioni sindacali, sotto la spinta di una sinistra cieca – e oggi gli scioperi generali portano la firma soltanto della Cgil e della Uil, avendo ormai la Cisl rinunciato a uno dei suoi valori fondativi: l’autonomia dai governi, dai partiti e dai padroni. Alle manifestazioni e agli scioperi contro il jobs act e contro la precarizzazione e la frammentazione del lavoro, il segretario generale della Cisl risponde che il jobs act, per la cui abolizione la Cgil sta raccogliendo le firme, è “la migliore riforma del lavoro mai fatta”. Di fronte allo sconvolgimento dell’economia provocato, prima ancora che dall’innovazione tecnologica, dall’irruzione in campo dell’intelligenza artificiale e dalla questione ambientale, dal ritorno alla guerra su cui l’economia viene modellata insieme alle relazioni tra le persone, servirebbe un salto di paradigma, del livello pari a quello fatto a fine anni Cinquanta da Giuseppe Di Vittorio dopo la sconfitta della Fiom alla Fiat. Servirebbe puntare sulla ricostruzione della solidarietà come catalizzatore per una nuova reazione sociale.

Per ridare visibilità a chi lavora, a chi il lavoro ha perso, a chi non l’ha ancora trovato se non emigrando come facevano i nostri nonni bisognerà tornare agli antichi valori, quelli su cui è nata la festa del 1° maggio: solidarietà, pace e internazionalismo.

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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