Non si possono tenere insieme Berlinguer e Veltroni. Un consiglio per Elly Schlein

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La questione morale. Sembra proprio che non riusciamo a liberarcene in questo paese, dove Tangentopoli è ormai diventata una malattia cronica e non uno stato eccezionale. Quella che un tempo sarebbe stata una notizia epocale, oggi è solo una stanca ripetizione di una forma mentis che pare aver contagiato per intero le classi dirigenti. Qualche giorno di profondo disagio, accanite discussioni sui talk show, poi si passa al prossimo giro di giostra. Ci siamo abituati alla decadenza come stile politico, ecco tutto.

Però è interessante che, in questa coazione a ripetere ultra-decennale, succeda ancora che quando ciò riguarda partiti che rivendicano di far parte del centro-sinistra la delusione si amplifica. Come se le nostre aspettative nei confronti di esponenti di sinistra fosse ancora orientata da quella “diversità” politica che è stata per molto tempo esplicitamente rivendicata.

Ora, nonostante sappia che il mio consiglio non è richiesto, mi permetto di suggerire a Elly Schlein di perdere cinque minuti del suo prezioso tempo per rileggere la celebre intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer (si può leggere per esempio qui: https://www.enricoberlinguer.it/questione-morale-berlinguer/), in cui vengono in modo esemplare discusse sia la questione morale sia la presunta diversità della sinistra. È un’intervista storica, se non altro perché è poco più giovane di me: risale al 1981. I tempi sono decisamente cambiati e la crisi dei partiti che era già argomento sulla bocca di tutti era ben diversa dalla crisi esplosa successivamente in tutto il mondo e che, in Italia, ha dovuto attraversare gli smottamenti di Tangentopoli e le sabbie mobili dell’età berlusconiana. Credo proprio che valga la pena tornare a quell’intervista – così sincera e rigorosa – per capire meglio ciò che accade adesso.

Innanzitutto, che cos’è di preciso la questione morale? Risponde Berlinguer: «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali». Vasto programma, la cui realizzazione sembra essersi perfezionata in tempi come i nostri, in cui la Rai delibera un surreale regolamento sulla (dis)par condicio che nemmeno la fantasia del peggior regime avrebbe potuto immaginare, il direttore del fu principale giornale italiano viene platealmente sfiduciato dai suoi giornalisti per atteggiamenti censori, i vertici degli istituti culturali sono scelti in base al criterio dell’amichettismo di destra e di sinistra. Quanto agli enti locali, le recenti inchieste pugliesi e piemontesi sono solo una goccia nell’oceano. Tutti questi fenomeni così diffusi e apparentemente eterogenei seguono essenzialmente lo stesso proposito: quello di occupare lo Stato.

L’attualità di queste parole mi sembra evidente. È ancora quello il motivo per cui oggi abbiamo dei partiti che sono contemporaneamente evanescenti e fortissimi. Infatti, contrariamente a quel che siamo soliti credere non sono i corpi intermedi a essere in crisi. Più precisamente: quei corpi sono fortissimi, ma lo sono nella misura in cui hanno del tutto rinunciato a porsi nello spazio della mediazione, a metà tra lo Stato e la società civile. La fine della mediazione li ha resi debolissimi nella loro capacità di rappresentare la società, ma fortissimi nella loro capacità di occupare lo Stato. Come se il vuoto creato dall’incapacità di svolgere il proprio ruolo di mediazione si fosse riempito dall’obiettivo dell’occupazione dello Stato. Che è diventato l’unica missione rimasta, all’apparenza. Continua Berlinguer: «[I partiti] sono macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere: seggi in comune, seggi in parlamento, governo centrale e governi locali, ministeri, sotto-segretariati, assessorati, banche, enti. Se no, non si muovono. Quand’anche lo volessero, così come i partiti sono diventati oggi, non ne avrebbero più le capacità». Non sembra la descrizione delle bande che si contendono senza pudore le spoglie dei pochi partiti rimasti? Le nostre élite non sono più gruppi che esercitano responsabilmente il potere, ma piuttosto se lo contendono, lo cercano con la stessa voracità di un branco di squali che segue la scia del sangue. Infatti hanno smesso di esercitarlo: forse non sono più interessati a governare, certamente non sanno più come si fa. Non ne avrebbero più le capacità, scrive Berlinguer. E come dargli torto, in questa mutazione antropologica di classi dirigenti che inseguono spasmodicamente il potere e quando ce l’hanno non sanno cosa farsene. Non sanno servirsene, se non per cercare di accumularne ancora e ancora. Sono ormai smarrite tra tracotanza e impotenza.

Ma il bello deve ancora venire. Perché la questione morale riguarda una degenerazione sistemica da cui però la sinistra sarebbe immune per tre elementi di diversità profonda. Non mi soffermo, per non tediar troppo i lettori, sui primi due (la volontà di salvaguardare la forma partito e la necessità di estendere il più possibile la partecipazione popolare). È il terzo elemento quel che giova ricordare adesso ai disorientati leader dei nostri partiti di centro sinistra. Si potrebbe riassumere in una tesi all’apparenza piuttosto banale. Per Berlinguer la questione morale è tutta questione politica: «I partiti non fanno più politica». Tesi ripetuta anche in questi giorni da autorevoli esponenti del PD, ma che forse meriterebbe di essere approfondita ulteriormente per almeno un paio di motivi.

Innanzitutto, questa tesi è un j’accuse in primo luogo rivolto a Conte, più che a Schlein. Perché una delle tante conseguenze dannose del passaggio vorticoso dei primi grillini è stato averci costretto a rovesciare i termini del discorso fino al punto di pensare che la questione morale sia la causa di quella politica e non piuttosto il contrario. Che basta aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, sostituire i professionisti con dei dilettanti della politica, ritirare gli assessori da una giunta per emendare politicamente la politica. Precisamente lo stesso errore che sta facendo adesso Conte, nel disperato tentativo elettorale di un eterno ritorno all’anti-politica della prima ora. Bisognerebbe imparare dalla propria storia, specie se così recente. La sostituzione dei corrotti coi cittadini non solo non è servita ma ha accentuato la questione morale, in mancanza di ogni ancoraggio politico.

Qui veniamo al secondo motivo, che riguarda proprio il PD. Che contrariamente alla narrazione che fa di se stesso, è per certi versi assai simile al M5S dell’origine. Quest’ultimo era un insieme di dilettanti senza politica comune, il PD assomiglia troppo spesso a un insieme di professionisti senza politica comune. Certo, i dilettanti sono più simpatici dei professionisti. Ma la sostanza non cambia. C’è una parola che è stata usata da Schlein e che mi ha colpito. La segretaria ha detto che non ammette attacchi alla sua «comunità». Argomento non solo comprensibile, ma anche auspicabile. Che altro dovrebbe essere un partito politico al suo interno se non una comunità? Solo che la categoria di “comunità” – come è noto – è perlomeno ambigua. Fa riferimento a un insieme di persone tenute insieme da legami forti fondata saldamente su valori comuni. Ora, il problema del PD è che nell’atto della sua fondazione – lo vedremo alla fine – c’è la rinuncia a quei valori comuni. In una comunità si può stare insieme in tanti, non in troppi. Ed è proprio questo il senso profondo della supposta diversità della sinistra rivendicata da Berlinguer. Se la questione morale è l’effetto di una crisi politica, quest’ultima è legata alla perdita di alcuni valori comuni che facevano del Pci il punto di riferimento di una parte del Paese. Val la pena riportare per intero il passaggio dell’intervista in cui Berlinguer espone il contenuto politico di questo terzo motivo di diversità della sinistra: «Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche – e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC – non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di inoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?».

Ora, confesso che starei a commentare queste parole per pagine intere. Rappresentano una sintesi della nobiltà e della miseria di Berlinguer. Ma evidentemente non è questo il momento. Potrei però sintetizzare così: l’attualità di queste parole è legata al fatto che esse sembrano racchiudere perfettamente ciò che più tardi il PD avrebbe potuto essere e non è stato. Un partito che si arrende di fronte all’ineluttabilità del capitalismo (sbagliando completamente, ma questa è solo la mia opinione) ma che riconosce almeno la necessità di una critica al capitalismo come meccanismo sociale. Insomma, che resta di sinistra perché non interpreta questo capitalismo ormai imbattibile come la soluzione alle diseguaglianze, ma come la loro causa. Il fatto che non si possa più immaginare di uscire dal capitalismo non lo rende necessariamente buono e giusto. Ci penseranno – quindici anni dopo – le “terze vie” di Veltroni, Blair, Clinton ecc. a demolire questo minimo ma resistente nocciolo di sinistra che era rimasto nel cuore del riformismo di Berlinguer e a legittimare moralmente il capitalismo come soluzione di tutti i mali.

Ecco il consiglio non richiesto. Io non sono certamente un fan di Veltroni e non lo sono neanche di Berlinguer. Ma Schlein – se vuole risolvere la questione morale – deve scegliere se il PD vuole seguire le orme dell’uno o dell’altro. Non possono stare insieme, infatti. Con tutte le critiche che posso rivolgere a Berlinguer (e sono infinite), credo che avesse individuato chiaramente quale dovesse essere lo strumento per arginare la questione morale, all’interno di una sinistra ormai rassegnata ad essere riformista. Affidarsi a questo nocciolo di anti-capitalismo minimale, per cui quel partito avrebbe dovuto trasformare la propria funzione di rappresentanza delle parti non privilegiate della società, non avrebbe dovuto dimenticarla. Fare di questa pregiudiziale politica l’ultimo argine della diversità della sinistra dalla destra, mentre tutto intorno il capitalismo marciava e anche il Pci si rassegnava al suo trionfo. La “vocazione maggioritaria” con cui Veltroni inaugura la stagione del PD è invece la presunzione di pensare che un partito non debba più rappresentare una parte, ma possa rappresentare tutti o, meglio, chiunque. Una comunità che rinuncia a valori condivisi per inseguire l’ebbrezza del potere, nient’altro. Per certi versi mi verrebbe da difendere gli improbabili politici del PD che in queste settimane sono stati beccati con le mani nel sacco. Che altro avrebbero dovuto fare, dentro un partito che ha come unica vocazione quella di «occupare lo Stato», in ogni modo e a qualunque modo? La vocazione maggioritaria è la questione morale, né più né meno. Veltroni ha fondato il PD sulla rimozione forzata di quella “diversità” politica che invece Berlinguer rivendicava come unico argine.

Non sono cose che mi riguardano e il consiglio arriva da un osservatore del tutto esterno. Ma non si possono tenere insieme Berlinguer e Veltroni. E non si può risolvere la questione morale se non si riconosce che essa non è che il peccato originale della fondazione del PD. Può un partito sopravvivere riconoscendo che il proprio atto fondativo è la propria condanna? Bella domanda, però non tocca a me rispondere, ma a Schlein. Non la invidio: io mi sono solo limitato a darle un consiglio, non potendo più dare il cattivo esempio.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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