Tutto il potere a un solo partito

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15 mesi sono trascorsi. Un governo accompagnato da previsioni tenebrose si è insediato con una maggioranza parlamentare strabordante. Dentro di noi, accanto al timore che le previsioni potessero avverarsi, la muta speranza nella disarticolazione tipica della solita commedia politica all’italiana: altre coalizioni di destra si sono affacciate sull’altare del governo e i danni sono stati limitati: da un lato, per la loro inconsistenza politica e, dall’altro, per la necessità di trovare un equilibrio più che tra culture, tra gruppi di potere diversi e in conflitto tra di loro.

È la storia della seconda repubblica, in fondo. Già dalla sua fondazione: il primo Governo Berlusconi. Passato alla storia per due motivi: perché è l’unico governo italiano in cui erano presenti in modo diretto ed esplicito esponenti del Movimento Sociale Italiano e perché durò meno di otto mesi per divergenze tra gli alleati che tutti ricordiamo. Sono passati trent’anni. In quel governo c’erano missini del calibro di Pinuccio Tatarella e Altero Matteoli. C’era anche la figura inquietante di Domenico Fisichella, che in poco più di un decennio passa con nonchalance dalla legittimazione culturale del fascismo alla militanza ne La Margherita, anticipando i tempi della contrapposizione tra élites e popolo e non più tra destra e sinistra. È utile ricordarle quella storia, anche se doloroso. Perché in quella nascita c’era l’annuncio di tutto: una nuova classe dirigente sguaiata e platealmente in conflitto d’interesse, un’ostinata demolizione di ogni forma di garanzia istituzionale in vista dell’occupazione sistematica di tutti i posti del potere, la contraffazione della storia repubblicana che trasforma i comunisti in nemici e i fascisti in brave persone da ringraziare, un cupio dissolvi che metteva tutti contro tutti, come i bambini che non mangiano cioccolata da un bel po’ e quando possono ricominciare la vogliono tutta per sé, senza lasciare neanche le briciole.

Tutto appare intatto, se confrontiamo l’allora con ciò che accade dopo questi 15 mesi. I fascisti di seconda generazione sono anche più orgogliosi di rivendicare le proprie radici e i propri bracci tesi e, a osservare la classe dirigente attuale, persino un incidente della storia politica come Irene Pivetti può suscitare nostalgia. La missione di conquistare il dominio culturale e di occupare i posti del potere, che a quei tempi era solo all’inizio, è adesso ostinata e severa come quando si arriva agli ultimi giri di una vite e il cacciavite va forzato per far progredire la faccenda. Un paese arreso da decenni, sedotto dalla controrivoluzione berlusconiana e orgoglioso di aver fatto del conflitto d’interesse il criterio più diffuso per selezionare le classi dirigenti, piegato da gruppi di potere che reclamano meritocrazia dal basso della loro vergognosa genealogia.

Quasi tutto appare intatto, per la verità. Perché almeno due differenze le possiamo riconoscere.

La prima è che ciò che a quei tempi si nascondeva oggi si esibisce. Quel governo cadde anche per il malcontento popolare – di cui si appropriò Bossi – dinanzi a una classe dirigente che si autoassolveva e cercava in tutte le maniere di farsi le leggi che le garantissero di poter essere al di sopra di ogni legge. Tutto si poteva fare – e infatti molto si è fatto in questi decenni – ma non tutto si poteva esibire, confessare, dichiarare con orgoglio. Una resistenza da qualche parte ancora c’era, un disturbo elementare ma sgradevole, un grillo parlante che rovinava la voce del padrone. Oggi il governo sta rivoltando la democrazia con lo stesso accanimento di un cacciavite piantato nella carne viva della nostra storia. E se il nostro sguardo si rivolge in avanti, per riuscire a credere che all’orizzonte ci sia, imprecisato, un argine a quel che Marco Revelli con la solita lucidità definisce “questione democratica” (https://volerelaluna.it/controcanto/2024/01/11/meloni-24-a-che-punto-e-la-notte/) non basta nemmeno più l’ottimismo della volontà, serve ormai solo un atto di fede.

L’elenco di quest’ostentazione antidemocratica è infinito: dal doppio attacco alla costituzione repubblicana e parlamentare – la tracotanza di chi non si accontenta solo di una riforma, ma le vuole tutte e subito – alle leggi bavaglio che, anche qui in maniera congiunta, si propongono lo stesso obiettivo sia per i magistrati che per i giornalisti: continuate pure a fare il vostro mestiere, ma attaccate i deboli e i senza potere. I potenti e coloro che governano, quelli non potete più intercettarli, accusarli, controllarli. Una polifonia dell’inquietudine, per cui si prospettano leggi che criminalizzano quei pochi strumenti rimasti a chi non ha nulla: il diritto di sciopero, di protesta, anche soltanto di associazione e nello stesso tempo si cancella la corruzione per decreto (https://volerelaluna.it/commenti/2024/01/19/la-corruzione-cancellata-per-decreto/). A qualcuno sia dato tutto e qualcun altro non rimanga nulla.

Per non parlare della cultura. Questa destra – e per la verità lo stile del governo è ben imitato da molte amministrazioni locali – sembra essere sopraffatta da una sorta di fame atavica: una bulimica pretesa di occupare tutti i posti, anche quelli più insignificanti, quelli semplicemente simbolici, quelli che dovrebbero essere di garanzia. Una faccenda penosa, a ben guardare. Perché questo è anche il paese in cui apparentemente la cultura è in mano alla sinistra, però l’egemonia culturale è da tempo della destra. La nomina del direttore del Teatro di Roma non sposta di certo un bel niente rispetto alla stratificazione culturale del nostro Paese. E allora, perché questo accanimento? Appunto, per una tracotanza mista a ignoranza, per un riflesso condizionato per cui tutto ciò che è pubblico o deve essere svenduto o deve essere controllato e sfruttato. La democrazia non è più quello spazio necessariamente più ampio del suo governo, l’obiettivo è adesso che non vi sia nessun territorio non dominato da chi governa. Un riflesso condizionato che ha un nome ed evoca una storia, non è necessario essere profeti di sventura per capirlo.

Ma è la seconda differenza che per certi versi inquieta di più. Mi dispiace dover dare ragione alla Lega, ma stavolta mi tocca farlo. Qualche giorno fa qualcuno di loro ha sostenuto che si sente la mancanza di Berlusconi e della sua generosità. È vero. Tra i tanti difetti che aveva il cavaliere, c’era però la consapevolezza della necessità di tenere insieme la coalizione della destra. Del resto imparò immediatamente la lezione di quel primo fugace governo. Berlusconi riuscì così per decenni a intrappolarci in una narrazione piena di nemici esterni – i comunisti – e di alleati interni. Sarà appena il caso di ricordare che il modo preferito in cui Berlusconi tratteneva a sé i propri alleati non era propriamente privo di ombre. Se lo poteva permettere, di essere generoso con i suoi alleati. Ma in forza di quella generosità per decenni abbiamo avuto timore della destra al governo e, al contempo, abbiamo sperato che la natura di coalizione potesse frenare i disegni più antidemocratici che venivano prefigurati. In un certo senso ci è andata anche bene.

Oggi mi pare che Meloni sia mossa da una tracotanza che per certi versi è ancora più intollerabile. Il disegno a cui assistiamo è quello di avere non solo nemici esterni, ma anche nemici interni. Certo, come è accaduto a Berlusconi alla fine del 1994, magari sarà proprio la presunzione di poter annientare anche i nemici interni che scalfirà la distopia meloniana e la farà precipitare. Possiamo certamente sperarlo, anche se le percentuali di consenso del proprio partito rispetto agli altri sono tali da rendere credibile e non presuntuoso il tentativo di sostituzione di una destra di coalizione con una destra egemonizzata da un solo partito. Infatti è questa la battaglia politica che Meloni vuole affrontare in vista delle prossime elezioni (con il contributo eventuale di Schlein che, candidandosi, legittimerebbe l’identificazione della destra con Meloni). Personalizzare ancor di più la contesa, prendere tutto per sé e per i propri improbabili generali non lasciando neanche le briciole non solo ai propri nemici esterni ma anche a quelli interni. Un uomo solo al comando. Non è più la destra che vuole prendersi tutto, ma un solo partito.

È necessario ricordarlo cos’è, uno Stato ridotto al governo di un solo partito guidato da un unico capo? Sono trent’anni che assistiamo affranti alla spartizione delle spoglie della democrazia. Ma adesso mi pare ci sia qualcosa di più, una linea di confine che viene superata. Quella storia che a parole non viene rinnegata, nei fatti viene riproposta. Ciò a cui stiamo assistendo inermi non è una semplice questione estetica o anche la riproposizione della storica questione morale di Berlinguer. È la questione democratica, niente di più e, soprattutto, niente di meno.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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One Comment on “Tutto il potere a un solo partito”

  1. Gentile Sergio Labate buongiorno,
    grazie e complimenti per la perfetta seppur tenebrosa sintesi.
    Purtroppo sono d’accordo con lei: non ci rimane che un atto di fede per sperare che le cose cambino.
    Il guaio è che non si vede alternativa all’orizzonte.
    Il PD è da sempre una finta sinistra al servizio della logica capitalista che ai cittadini lascia quel poco che non può togliere. Per dire, alla votazione del DDL “eco-vandali”, un disegno di legge che attacca la società civile attiva contro il collasso climatico, i capipartito dell’opposizione Schlein e Conte non si sono nemmeno presentati al voto.
    Sinistra Italiana e Verdi sono relegati ai margini e, dunque, ininfluenti. Io starei ancor più a sinistra…
    C’è comunque anche un problema culturale: non bisogna mai generalizzare ma vedo tanta ignoranza ed egoismo in circolazione. Ognuno bada a conservare quel poco di “benessere” che gli rimane, gli altri crepino pure.
    Non mi considero un pessimista ma realista, per questo sono pronto al peggio.
    Grazie ancora e buon lavoro, Stefano Poli

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