Emiri, nucleare e Istituto Luce

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Un osservatore situato in una galassia lontana lontana, ma in grado di assistere in tempo reale alle vicende terrene troverebbe la situazione irresistibilmente comica.

Riassumiamo: la comunità scientifica del nostro pianeta segnala in maniera inequivocabile (nel senso scientifico del termine, con misurazioni effettuate in molti modi diversi da gruppi diversi in luoghi diversi, con raffinatissimi sistemi di calcolo, con stime delle incertezze e così via) che il clima è ormai prossimo a un tracollo, ovvero a un brusco riassestarsi della circolazione atmosferica e marina, nonché del regime e della violenza delle precipitazioni; i prodromi di questo collasso sono peraltro già visibili attraverso il manifestarsi a ritmo accelerato dei cosiddetti “eventi estremi”; danni e sofferenze connessi con questi eventi estremi sono molto ingenti e si scaricano più drammaticamente sulle popolazioni più fragili (la stragrande maggioranza dell’umanità). Tutto questo è direttamente connesso col fatto che l’umanità sta modificando le proprietà fisiche dell’atmosfera con l’immissione a ritmo accelerato dei cosiddetti gas climalteranti, in particolare la CO2, che provengono, in grandissima misura, dall’uso dei combustibili fossili come carbone, petrolio e gas naturale: oggi come oggi essi coprono l’81% del fabbisogno energetico dell’umanità. Dopo decenni da che i primi razionalissimi allarmi sono stati lanciati, i governi – e, più in generale, coloro che hanno potestà di assumere decisioni relative alle politiche energetiche e all’economia della terra intera – hanno cominciato a prendere atto e a riunirsi per concordare il percorso da seguire per riprendere il controllo della situazione e porre fine in primo luogo all’uso di combustibili fossili e poi, comunque, alle devastazioni ambientali che comportano pesanti ricadute sull’umanità come tale e su tutta la biosfera. Sono così nate le Conferenze delle Parti (COP) che anno dopo anno hanno portato alla redazione di importanti dichiarazioni e liste di buoni propositi, cui non sono seguite per lo più azioni concrete, tanto è vero che la quantità di CO2 in atmosfera ha continuato a crescere in maniera accelerata e altrettanto ha fatto il riscaldamento globale.

Bene. Siamo così arrivati alla COP28, ospitata negli Emirati Arabi Uniti, a Dubai, uno fra i paesi col più alto consumo di energia pro capite che deve l’oceano di denaro in cui nuota proprio ai combustibili fossili. A presiedere la conferenza viene chiamato un signore (Sultan Ahmed Al Jaber) che è anche a capo della compagnia petrolifera nazionale di Abu Dabi e che in un’intervista dichiara che non ci sono evidenze scientifiche che il mutamento climatico in atto si fermerebbe abbandonando i combustibili fossili e che facendo a meno del petrolio torneremmo all’epoca delle caverne. Per altro la città di Dubai (come altre tra Arabia Saudita ed Emirati) è uno splendido esempio dell’opposto di quel che bisognerebbe fare per gestire in modo concreto ed equo la situazione: l’esaltazione dello spreco, del lusso e delle differenze è in ogni angolo. Chissà se l’importanza di questa conferenza è confermata dalla straordinaria partecipazione da tutto il mondo. Qualche decina di migliaia di persone (!): tutti competenti ed esperti di questioni climatiche e di economia, naturalmente. Qualche migliaio sono i tipici lobbisti retribuiti dalle grandi imprese dei fossili: chissà cosa saranno lì a difendere? Naturalmente nessuno ha fatto il bilancio del carbonio di questa gigantesca scampagnata planetaria.

Già così il nostro remoto osservatore della galassia menzionata all’inizio avrebbe abbondantemente di che sollazzarsi, ma, per noi che ci siamo dentro, la situazione ha decisamente molto più del tragico che del comico. Tuttavia bisogna riconoscere che già dal secondo giorno la COP28 un risultato lo ha ottenuto: 22 paesi si sono impegnati a triplicare la produzione di energia nucleare entro il 2050, perché questo sarebbe il modo più veloce per liberarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili. Il nostro osservatore galattico sgrana gli occhi: per realizzare una nuova centrale a partire da oggi ci vogliono, dicono le statistiche ed esempi recenti, una quindicina di anni e un sacco di soldi (da 10 a 15 miliardi di euro o, se preferite, dollari a centrale); moltiplicando per tre la produzione mondiale di energia nucleare si arriverebbe a un 12% dell’attuale consumo dell’umanità. Insomma l’energia nucleare in sé non sarebbe risolutiva; non solo, ma gli ingentissimi investimenti (tutti pubblici) richiesti sarebbero in competizione con lo sviluppo delle cosiddette rinnovabili, che, tra l’altro, se consideriamo il sole, hanno una potenzialità pari ad alcune migliaia di volte il fabbisogno umano. Consideriamo anche che le tecnologie richieste dalle rinnovabili (sole, vento e idroelettricità in primis) sono ben note e in generale l’installazione di impianti di produzione è estremamente più rapida della costruzione delle centrali nucleari; anche il problema dell’accumulo dell’energia per trasferirla dalle fasi di sovrapproduzione a quelle di penuria o assenza di produzione ha svariate soluzioni concrete ed è un tema in rapida e positiva evoluzione tecnologica.

Ovviamente i 22 dell’accordo di Dubai sono tutti paesi che hanno già in casa delle centrali nucleari. Per lo più (sicuramente nel caso della Francia, degli Stati Uniti e del Regno Unito) una buona parte delle loro centrali sono “vecchie” ossia prossime alla data della dismissione (la vita utile di una centrale a fissione è dell’ordine dei 40 anni anche se in qualche caso la si prolunga di un’altra decina d’anni a scapito della sicurezza), con la prospettiva di costi elevatissimi legati allo smantellamento o decommissioning che dir si voglia. Ecco che qui, come accade a un tossicodipendente, questi governanti si danno da fare per illudersi di superare le difficoltà lanciando una nuova dose che gli permetta, secondo loro, di gestire economicamente i costi indotti della vecchia. È ormai risaputo che, dal punto di vista dell’economia tradizionale, il nucleare non è competitivo e nemmeno conveniente: lo si può mantenere in vita solo con grandissime iniezioni di denaro pubblico erogato a debito delle generazioni future (sempre che le future generazioni non vengano prima travolte dall’imminente collasso climatico).

Sul nucleare in sé non starò qui a ripetere cose già scritte in questa o in altra sede (cfr. A. Tartaglia, Spaccare l’atomo in quattro. Contro la favola del nucleare, Edizioni Gruppo Abele, 2022) e su cui c’è ormai una vasta letteratura. Mi limito a ricordare che la fissione nucleare lascia necessariamente in eredità le scorie che comprendono i prodotti della fissione, sono radioattive e costituiscono un problema per migliaia di anni. Nella propaganda lanciata alla grande in tutte le sedi questo aspetto come tutti quelli connessi con la sicurezza, la connessione con le applicazioni militari e le diseconomie viene minimizzato o liquidato con favole prive di consistenza scientifica prospettando meravigliose soluzioni che “è vero che non ci sono ancora ma che di certo arriveranno”. L’offensiva mediatica dei nuclearisti internazionali è realmente a tutto campo con articoli di giornale, interviste, dichiarazioni, “consigli” discretamente forniti a coloro che contano, e chi più ne ha più ne metta. Sono arrivati anche ad arruolare un noto regista come Oliver Stone con il suo Nuclear now, lungo documentario propagandistico che sarebbe interessante comparare a quelli prodotti ai tempi di Stalin per esaltare le conquiste del socialismo reale. Nuclear now, presentato al Turin Film Festival e già rilanciato da circuiti televisivi come La7, illustra le magnifiche sorti e progressive del nucleare, vera energia pulita e unico antidoto agli incombenti mutamenti climatici; naturalmente non viene riportata nessuna analisi, tecnicamente fondata, sui problemi e sulla insostenibilità a breve e lungo termine dell’energia da fissione e si riproducono solo roboanti elogi da Istituto Luce: quanto ai problemi, be’ la radioattività non è poi così pericolosa (?!); le scorie sono poche e sono ben custodite (?!); a Chernobyl non è poi che ci siano stati così tanti morti (sic!), certo di meno di quelli dovuti ai combustibili fossili; in futuro prolifereranno i piccoli reattori da condominio (proprio così!). In complesso poi si adombra elegantemente l’idea che dietro l’opposizione popolare alle centrali ci siano i grandi operatori del fossile.

In realtà è facile verificare che le lobby internazionali del nucleare includono proprio i potentati del fossile: tra i 22 paesi dell’accordo intercorso alla COP28 ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti (quelli del già citato Sultan Ahmed Al Jaber); tra i fautori a spada tratta del nucleare, qui da noi, c’è ENI, che intanto trivella mezzo mondo per ricavare sempre più petrolio e gas da vendere (e da bruciare). La logica è abbastanza semplice: l’economia globale non si tocca, la crescita materiale è ineludibile e sacrosanta, per l’intanto si va avanti a bruciare più fossili possibile facendo affari alla grande; siccome però si sa che le fonti fossili, continuando al ritmo di sfruttamento attuale, avranno i giorni contati (la durata delle riserve economicamente sfruttabili è stimata essere di qualche decennio) ci si muove per promuovere a larga scala una fonte che possa permettere di continuare in primis a fare affari con l’energia e le opere correlate (sia pure a carico delle finanze degli Stati) e poi di alimentare uno stile di vita fisicamente insostenibile che però assicura condizioni di assoluto privilegio a chi controlla flussi e investimenti. Ciò che dà estremamente fastidio, per lo meno a me, è utilizzare come ostaggi per le argomentazioni pro nucleare i poveri di questo mondo: “non vorremo mica impedir loro di diventare come noi”. Eppure le statistiche (e la fisica) dicono che l’economia della crescita competitiva, del consumismo irrazionale, dell’usa e getta fanno dovunque crescere le disuguaglianze. Se si vuole recuperare l’equilibrio occorre porre mano al paradigma economico dominante: questo però in primo luogo mette in discussione la posizione di coloro che hanno i massimi vantaggi diretti e immediati e questi, che dispongono di enormi risorse monetarie, investono alla grande nella disinformazione di massa e nelle azioni di lobbying nei confronti dei decisori istituzionali a vario titolo piuttosto sensibili anch’essi al qui e ora (domani si vedrà…). La società ideale prospettata da Mr. Stone è quella americana (senza far caso al fatto che tocca rilevanti record di iniquità interna e di sistematico spreco di risorse) intesa come modello universale per altro ineludibile e necessario.

Fra l’altro il nucleare (pulito, s’intende) che dovrebbe alimentare quel modello, ahimè, avrebbe a sua volta una durata misurabile in decenni, più o meno come il petrolio, ma, decennio dopo decennio, con un po’ di gas-petrolio-carbone e di pulitissimo nucleare un po’ avanti si va. Finito questo tempo senza cambiar nulla, be’, qualcos’altro si troverà (la “scienza” magica farà qualche miracolo) e si potrà continuare imperterriti sulla strada del “sempre di più soprattutto per me”. Insomma: cambiare tutto perché nulla cambi.

C’è da dire che questa offensiva generalizzata, a tutto campo, per la promozione e il rilancio del nucleare ha anche un po’ una connotazione vagamente isterica. Sembra che chi è ai vertici del vero potere, quello del denaro, cominci a sentirsi un po’ inquieto di fronte alle minacce di tracollo climatico e a una sia pur lenta e a volte non del tutto razionale presa di coscienza della natura del problema dell’insostenibilità del nostro paradigma sociale ed economico globalizzato. Nell’aria si annusa l’odore di cambiamenti necessari che, fuori dagli aspetti tecnologici, rischiano di risultare ineludibili. Se la transizione di cui tanto si parla viene gestita con saggezza l’intera umanità ne trae vantaggio, ma se la logica del “qui e ora” e del “prima io” prevale, allora ci si può aspettare che, in parallelo e ancor prima del tracollo climatico, si arrivi a forme di collasso politico sociale oltreché materiale (tradotto: conflitti e guerre più o meno devastanti) che possono trasformare l’evoluzione in una catastrofe.

Ormai la COP28 è divenuta un’enorme tragedia buffa che funge o vorrebbe fungere da oppio dei popoli ed è del tutto in mano a chi, avendo moltissimo, non intende rinunciare a nulla e anzi vorrebbe avere sempre di più. E poi, come diceva Luigi XV di Francia: “après moi le déluge” o meglio “dopo di me il collasso climatico”. Una progressiva presa di coscienza potrà aiutarci ad evitare i guai peggiori e a mitigare l’impatto di quelli che sono ormai ineludibili o già in corso.

Gli autori

Angelo Tartaglia

Angelo Tartaglia è professore emerito di Fisica presso il Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia del Politecnico di Torino. Si occupa, tra l’altro, di impatto delle attività umane sull’ambiente, di effetto serra e di perturbazioni dell’atmosfera generate da immissioni di gas. Da anni è impegnato nell’applicazione della logica dei sistemi ai problemi trasportistici, con particolare riferimento al progetto delle ferrovie ad Alta Velocità. È consulente della Unione Montana Val Susa e del Comune di Torino sulle questioni del TAV.

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One Comment on “Emiri, nucleare e Istituto Luce”

  1. Se come accenna giustamente Angelo il vero potere è quello del Denaro e fatichiamo a intuire lo scenario che si prospetta, allora chiediamoci se stiamo intuendo la sua sostanza mutante. Le iniezioni di denaro pubblico a debito che dovrebbero sostenere il nucleare… quale debito? Quello per cui Draghi s’è già giocata una volta la carta del “whatever it takes”? Sì, e sarà giocata la stessa carta! Non lo potrebbero fare infinite volte, se non contassero di cambiare sempre il mazzo fingendo di tenerlo costante. Siamo noi, infatti, a pensar di averlo costante nel nostro portafogli, al più contenti di concentrarlo in un chip (al software e all’hardware ci pensano i Draghi e i dinosauri, noi siamo più avanti nell’evoluzione, crediamo di essere già sopravvissuti ai meteoriti…).
    Intanto, si brucia ma prima si trivella. Si stipa il gas. E visto che si deve far guerra, cosa sarà mai la CO2, tanto più che il metano…? Jet da combattimento e carrarmati a difendere le grotte delle scorie nucleari da orde di macchine elettriche intelligenti…

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