Giorgia Meloni, Lilli Gruber e la cultura patriarcale

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«Abbiamo per la prima volta una donna presidente del Consiglio che però tiene a essere chiamata ‘il’ presidente del Consiglio; un mistero della fede per me, ma sarà anche questo una cultura di destra, patriarcale». A questa constatazione di Lilli Gruber, Giorgia Meloni ha risposto postando una fotografia che la ritrae insieme a figlia, madre, nonna, con questo commento: «La nuova bizzarra tesi sostenuta da Lilli Gruber nella sua trasmissione di ieri sera è che io sarei espressione di una cultura patriarcale. Come chiaramente si evince da questa foto che ritrae ben quattro generazioni di ‘cultura patriarcale’ della mia famiglia. Davvero senza parole».

In verità, le parole ci sono. La foto che Meloni avrebbe dovuto postare non era quella della sua famiglia biologica, ma della sua famiglia politica. L’aveva preparata nel 2018 Fratelli d’Italia, accostando un celebre ritratto di Giorgio Almirante ad uno di Meloni, col motto: «Da Giorgio a Giorgia», in una esplicita rivendicazione di continuità con il Movimento Sociale. Cosa pensasse della donna il partito erede del fascismo è presto detto: «Il Msi riconosce ed apprezza nella donna italiana la fedeltà a una tradizione che la vincola profondamente alla famiglia» (1948). Ancora nel 1974 le cose non cambiavano di molto: «Alla scostumatezza delle femministe noi contrapponiamo la nostra femminilità intelligente». Una femminilità, commentava allora Danielle Turone, «impastata di servilismo, di adorati pannolini, di bucati, di manine alla glicerina, di silenzi ristoratori e di attivismo casalingo sottovoce». Giorgia Meloni sarebbe nata solo tre anni dopo, ma basta allineare alcuni dei suoi slogan di oggi per capire che la cultura è sempre quella: «Io sono Giorgia: sono una donna, sono una madre, sono cristiana»; «una donna che ha fatto due figli ha già dato un grande contributo al Paese»; «è l’identità femminile ad essere sotto assedio perché si vuole distruggere la straordinaria forza simbolica della maternità». Ma, come spesso accade, il passaggio più rivelatore sta forse in un lapsus freudianissimo del 12 maggio 2023, quando, parlando agli Stati generali della natalità di fronte al papa, il Presidente del consiglio disse: «Se le donne non avranno una possibilità di realizzare il proprio destino, chiedo scusa, desiderio di maternità…». Il destino della donna!

L’idea che a definire la donna sia la maternità è, ovviamente, uno dei fondamenti della cultura patriarcale e fu esplicitata con particolare foga dal fascismo. Giovanni Gentile scrive che «nella famiglia la donna è del marito, ed è quel che è in quanto è di lui […]. La donna è colei che si dedica interamente agli altri sino a giungere al sacrificio e all’abnegazione di sé; la donna è soprattutto idealmente madre, prima di essere tale naturalmente»: e dunque era ovvio allontanare le donne da diritti, studio, insegnamento scolastico. Mussolini amava ripetere che «la guerra sta all’uomo, come la maternità alla donna»: una sentenza capace di illuminare in modo drammatico la regressione attuale della società italiana, in cui un grottesco virilismo militarista si accompagna a un’ondata inarrestabile di violenze di maschi contro donne. Il disprezzo per la pace (e i pacifisti) e il disprezzo per l’emancipazione e la libertà delle donne sono due facce della stessa medaglia: quella di un dominio maschile basato sul possesso, sul rifiuto del confronto, sull’incapacità di attribuire all’altro (o all’altra) una pari dignità, anzi un diritto all’esistenza.

È nota la violenza sulle donne praticata dal duce: «Mussolini, buon avanguardista, aveva ficcato un coltello nel braccio della giovanissima Giulia Fontanesi (dopo averla riempita di botte, e morsicata); quasi certamente ha avuto rapporti sessuali anche con la giovane figlia di Margherita Sarfatti; a Claretta Petacci aveva mollato uno schiaffo così forte da renderla sorda per giorni; aveva fatto passare per pazza Ida Dalser, aveva costretto all’aborto le sue amanti (drammaticamente celebre il caso di Bianca Ceccato, minorenne, sua assistente personale al Popolo d’Italia)» (Mirella Serri). Il confinamento della donna nel recinto della maternità e la violenza predatoria dei maschi erano, sotto il regime, strettamente legati. Come notò la deputata democristiana Anna Maria Cingolani, intervenendo alla Consulta nel 1945 (nel primo discorso parlamentare di una donna italiana): «Il fascismo ha tentato di abbrutirci con la cosiddetta politica demografica, considerandoci unicamente come fattrici di servi e di sgherri, sicché un nauseante sentore di stalla avrebbe dovuto dominare la vita familiare italiana. La nostra lotta contro la tirannide tramontata nel fango e nel sangue, ha avuto un movente eminentemente morale, poiché la malavita politica che faceva mostra di sé nelle adunate oceaniche, fatalmente sboccava nella malavita privata».

Eccolo, il nesso tra patriarcato e violenza sulle donne: ed è il nesso fondamentale della cultura da cui proviene Giorgia Meloni. Ricordarlo serve anche a ridimensionare, purtroppo, l’entusiasmo per le donne che conquistano ruoli apicali nella società e nello Stato: posto che – come dice Cingolani nello stesso discorso – «comunque peggio di quel che nel passato hanno saputo fare gli uomini le donne certo non riusciranno mai a fare», sappiamo che anche le donne possono essere «figlie sane del patriarcato». E il signor presidente del Consiglio ne è una clamorosa dimostrazione.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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