Toghe rosse e calzini azzurri

Le esternazioni della presidente del Consiglio, del ministro Salvini e del loro entourage di comprimari e cortigiani in reazione ai decreti del Tribunale di Catania (in https://www.questionegiustizia.it/articolo/nota-trib-catania/) che hanno negato la convalida del trattenimento nel centro per richiedenti asilo di Pozzallo di tre migranti non sono note di colore o semplici messaggi agli elettori (attuali e potenziali) per spostare su altri la responsabilità del fallimento delle proprie politiche migratorie. A fronte di provvedimenti che affermano principi di diritto consolidati e quasi ovvi (https://volerelaluna.it/commenti/2023/10/02/migranti-i-giudici-applicano-la-costituzione-e-bocciano-il-governo/), dirsi “basiti” o frugare nelle parole e negli scritti dei giudice che li ha emessi per trovare “qualcosa di sinistra” è in tutta evidenza un fuor d’opera. Non è, peraltro, una novità ma segue un copione sperimentato ed ha obiettivi precisi. I provvedimenti giudiziari si possono – e spesso si devono – criticare. Ma non è la stessa cosa, in mancanza di argomenti per criticare i provvedimenti, delegittimare il giudice per le sue idee, per la sua partecipazione al dibattito pubblico, per le sue “appartenenze” sindacali o correntizie o, addirittura, per i suoi legami familiari, le sue caratteristiche fisiche, il suo abbigliamento. Il tutto confidando su una anomala proprietà transitiva in forza della quale delegittimando il giudice si delegittimano anche le sue decisioni.

Oggi è la volta di una giudice a cui si contestano le convinzioni politiche del marito (sic!) e la partecipazione a una manifestazione di cinque anni fa a sostegno dei diritti (costituzionali) dei migranti trattenuti sulla nave Diciotti, nel corso della quale altri (non lei) schernivano con grida e insulti il ministro dell’interno e la polizia. Nulla di censurabile neppure sul piano dell’opportunità: il comportamento del magistrato era stato, a quanto risulta, corretto e civile; la manifestazione non riguardava il trattenimento nei centri per richiedenti asilo (introdotto solo in epoca successiva) ma la questione, totalmente diversa, della mancata autorizzazione allo sbarco, poi risolta, all’esito di provvedimenti giudiziari e sanitari, in maniera conforme alle richieste dei manifestanti; il solo aspetto comune alle due vicende è l’inserirsi nella gestione del fenomeno migratorio. E ciò anche a prescindere dal fatto – pur decisivo – che la terzietà richiesta al giudice è la rigorosa estraneità agli interessi delle parti in causa e non certo un’indifferenza ai principi e ai valori, impossibile e, in ogni caso, assai poco auspicabile.

Ma la vicenda ne ricorda molte altre, delle quali costituisce copia. Basti citare, per tutte, quella del giudice del Tribunale di Milano che, il 3 ottobre 2009, condannò la Fininvest a risarcire alla Cir i danni sofferti per la corruzione del giudice Vittorio Metta e il conseguente condizionamento del giudizio relativo al “lodo Mondadori”. Al deposito della sentenza fece seguito una sequenza impressionante di aggressioni mediatiche nei confronti del giudice: pesantemente attaccato sul piano personale da Silvio Berlusconi (dominus della Fininvest e, dunque, parte soccombente nel giudizio), additato come “eversore” dai capigruppo parlamentari della maggioranza (interessati alle sorti di un’impresa privata più che alla salute delle istituzioni), proposto come “bersaglio” (con l’indicazione dell’indirizzo e del numero telefonico) da un quotidiano di proprietà della famiglia del premier, fatto oggetto di pedinamento e di un conseguente servizio televisivo irridente e offensivo fondato sul nulla (rectius, sul colore dei suoi calzini azzurri) da una rete televisiva di proprietà dello stesso presidente del Consiglio.

Quello odierno è, dunque, uno sgradevole déjà vu, che ricalca, del resto, una storia esemplare raccontata da Piero Calamandrei in Elogio dei giudici scritto da un avvocato (risalente al 1935, anno XIII dell’era fascista). Un miliardario non riesce a fermare il processo contro suo figlio, che con l’auto ha sfracellato contro un muro un povero passante. Al difensore il miliardario raccomanda ripetutamente di non badare a spese, purché cessi lo “sconcio” del processo. L’avvocato cerca di spiegargli che «la giustizia non è una merce in vendita» e che «quel giudice è una persona per bene…». Ma il miliardario salta su sdegnato: «Ho capito. Lei non me lo vuol confessare: abbiamo avuto la sfortuna di cadere in mano di un giudice criptocomunista». Quello che a Calamandrei appariva un paradosso è, oggi, realtà quotidiana. Ed è chiaro a tutti – o almeno dovrebbe esserlo – che il problema non sono né le “toghe rosse” né i “calzini azzurri” ma i provvedimenti e le sentenze sgradite e l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri.

Per due ragioni fondamentali.

Primo. La finalità degli attacchi agli autori di decisioni sgradite è chiara. I giudici dei gradi successivi e tutti i magistrati preposti (ora o in futuro) ad analoghi processi o analoghe indagini devono sapere che cosa accadrà loro in caso di decisioni o provvedimenti difformi dai desiderata del principe. Ciò che, oggi come in altre epoche della storia, appare intollerabile al principe è che un giudice, un “piccolo giudice”, possa, applicando la legge, intaccare o anche semplicemente lambire il suo potere, i suoi interessi, le sue politiche. È questo che va impedito. In qualunque modo.

Secondo. C’è, nella delegittimazione dei giudici che non rispondono alle aspettative del principe, qualcosa che va oltre le vicende specifiche. Il ruolo della giurisdizione nelle società complesse è cambiato: ovunque, pur nelle diversità dei sistemi giudiziari e dello status di giudici e pubblici ministeri. Basta guardare a quel che è accaduto e accade negli ultimi anni non solo in Italia ma, ancor più, negli Stati Uniti e in Brasile, in Francia e nel Regno Unito, in Spagna e in Giappone e via seguitando. La complessità delle società ha proiettato la giurisdizione in una dimensione nuova: quella di garante del diritto dei cittadini alla legalità anche nei confronti dei poteri forti, sia privati che pubblici. Ciò pur senza dimenticare – almeno da parte della magistratura più attenta e consapevole – che non spetta alla giurisdizione risolvere stabilmente le patologie del sistema e che l’intervento giudiziario può e deve rimuovere ingiustizie e illegalità in atto, ma che il motore del “vivere giusto” sta in azioni e provvedimenti della politica, estranei alle aule di giustizia. L’espansione selvaggia di poteri illegali, poi, ha fatto il resto: la giurisdizione ha gradualmente assunto un ruolo non solo di tutela della legalità esistente, ma altresì di promozione della legalità irrealizzata. Nell’opera di controllo del potere mediante l’affermazione della legalità, l’assunzione da parte del diritto e della giurisdizione di un ruolo di rilievo è un fatto fisiologico e non di supplenza o di protagonismo individuale. Si è aperto così un conflitto, a volte aspro, tra giurisdizione e politica non solo su patologie del sistema (come la corruzione e le mafie), ma anche su temi in cui l’esercizio del potere si intreccia con i diritti dei singoli: l’immigrazione, il lavoro, l’ambiente etc. In questa situazione c’è chi – la destra in modo compatto, ma anche settori significativi di quella che ancora si definisce sinistra – non fa mistero di mal tollerare le disposizioni costituzionali secondo cui «I giudici sono soggetti soltanto alla legge» (art. 101, secondo comma, Costituzione), «la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» (art. 104, primo comma) e «i magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni» (art. 107, terzo comma). Con l’auspicio di ritornare alla situazione precostituzionale secondo cui «la giustizia emana dal Re, ed è amministrata in nome suo dai Giudici che Egli istituisce» (art. 68 Statuto albertino) e «l’interpretazione delle leggi, in modo per tutti obbligatorio, spetta esclusivamente al Potere legislativo» (art. 73).

Queste le grandi questioni implicate da vicende che si vorrebbero far passare come limitate e circoscritte.

Gli autori

Livio Pepino

Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, "Forti con i deboli" (Rizzoli, 2012), "Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa" (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), "Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli" (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e "Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo" (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

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