Chi vuole colonizzare anche le mummie del Museo Egizio?

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Nella sesta tesi sul concetto di storia (1942), Walter Benjamin scrive che «neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere». Neppure le mummie del Museo Egizio di Torino sembrano al sicuro dalla vittoria di questa estrema destra di matrice fascista, che si salda con la precedente vittoria di una destra economica che ha smontato lo Stato stesso, imponendo il pensiero unico della privatizzazione. Si legge tutto questo, a ben guardare, nella violenta campagna contro il direttore dell’Egizio Christian Greco.

Il gene di Neanderthal non spiega (forse) solo la mortalità lombarda da Covid, ma anche il livello cavernicolo dei leghisti e dei fratellitalioti che odiano un direttore che prova (con successo) a decolonizzare un museo che nacque sottraendo all’Egitto, e a tutto il continente africano, un patrimonio capitale. Le aperture del museo alla comunità egiziana piemontese, e più in generale a quella arabofona in Italia, sono passi preziosi di un percorso che dovrebbe portare i musei italiani ad aprirsi «a tutti», come la Costituzione dice della scuola. Il terrore dei fascio-cavernicoli è evidente: in quelle sale si comincia a intravedere che una società multiculturale è non solo possibile, ma perfino più bella, umana, ricca e aperta al futuro di una asfittica e astratta celebrazione dell’identità italiana usata come una clava (per di più usata da un personale politico che ha serie difficoltà perfino con la lingua italiana). Si capisce che Greco non sia il tipo ideale di direttore, per questa destra orribile: che a Firenze medita di candidare a sindaco il direttore degli Uffizi Eike Schmidt, appena sorpreso a mettere in cattedra un terrorista nero (affidandogli una conferenza su Caravaggio, la legge e l’onore…).

Difendendo Greco, molti osservatori democratici hanno aggiunto che le pretese della destra sarebbero anche inattuabili perché l’Egizio è un ente di diritto privato. Ma questo non è vero: e anzi qua vengono alla luce gli effetti della vittoria dell’altra destra, quella neoliberista.

Alle 11.30 del 6 ottobre 2004 il Museo Egizio di Torino fu «il primo grande museo italiano a diventare Fondazione: una scelta – esultò il ministro Giuliano Urbani, Governo Berlusconi II – che renderà possibile una gestione più efficiente e moderna». La Fondazione a cui è stato conferito quell’inestimabile patrimonio pubblico per la durata di trent’anni è composta da Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Piemonte, Provincia di Torino, Città di Torino, Compagnia di San Paolo e Fondazione Cassa di Risparmio di Torino. Il primo consiglio di amministrazione assunse il direttore del museo senza nemmeno consultare il Comitato Scientifico, composto da egittologi illustri. Ma ciò che rese subito ben chiaro cosa significasse il passaggio da museo dello Stato a museo di una fondazione di diritto privato fu il nome del presidente, che non fu quello di un serio egittologo ignoto al grande pubblico (benché il regolamento di Urbani sancisse che egli avrebbe presieduto anche il comitato scientifico), bensì quello di un membro della famiglia Agnelli, e padre dell’allora vicepresidente della Fiat: lo stazzonato Alain Elkann, poi divenuto famoso come nemico mortale dei nuovi lanzichenecchi. Finito, nel 2012, il memorabile mandato di quest’ultimo, il posto è toccato ad Evelina Christillin. Naturalmente la scelta cadde su un’altra componente dell’oligarchia torinese (in una regressione dei musei pubblici verso l’antico regime), ma bisogna riconoscere che Christillin ha guidato la fondazione con saggezza, riuscendo ad assicurarle un direttore di prim’ordine come Greco: sotto la loro guida l’Egizio è tornato a svolgere, e assai bene, un servizio pubblico intellettuale (per usare un’espressione di Antonio Gramsci). Basta questo breve sunto della storia recente del museo per far capire quale sia il problema: tutto dipende dalla personalità del presidente, e dalle decisioni del consiglio d’amministrazione. Se MiC e Regione Piemonte volessero cacciare il direttore, anche contro il parere del Comune, con chi si schiererebbero i rappresentanti in consiglio di amministrazione delle fondazioni bancarie? È davvero difficile immaginare una ferma opposizione di queste ultime al potere esecutivo, e dunque alla fine sarà comunque la politica a decidere se fermarsi o se andare fino in fondo. E non basta. La riforma dei musei di Dario Franceschini (celebrata quasi da tutti coloro che oggi giustamente insorgono a favore di Greco) ha preso a modello proprio la fondazione dell’Egizio: affidando anche agli enti locali i consigli di amministrazione e i consigli scientifici dei grandi musei nazionali, e mettendo saldamente nelle mani del ministro stesso la nomina dei direttori dei musei di fascia A, scelti da una terna preparata da una commissione in cui il ministro ha sempre avuto suoi autorevoli emissari. In questo modo, si è passati dal concorso pubblico (garanzia di oggettività, e di indipendenza) a una soggezione diretta dei musei al potere politico, con esiti clamorosamente grotteschi, come per esempio la trasformazione di Pompei in una specie di sala stampa del governo Renzi, e oggi di quello Meloni.

È dunque giusto, e necessario, difendere oggi Greco e il Museo Egizio, e lottare perché i nipotini del duce si accontentino della mummia di Predappio: ma se vogliamo essere credibili, e onesti, dobbiamo anche denunciare i disastri della (non)sinistra che ha privatizzato il patrimonio, e lo ha usato come strumento di propaganda.