Giuliano Amato e la strage di Ustica: perché 43 anni dopo?

image_pdfimage_print

Sabato 2 settembre la Repubblica, con una clamorosa intervista di Simonetta Fiori a Giuliano Amato, ha riaperto il “caso Ustica”. E lo ha fatto con squilli di tromba: titolo cubitale in prima pagina (“Ecco la verità su Ustica. Macron chieda scusa”) e rilievo a doppia pagina con supporto di foto d’epoca e di un poderoso pezzo di spalla. Rilievo certamente meritato ché Giuliano Amato è, dall’alto dei suoi 85 anni, il politico vivente più addentro ai segreti della Repubblica (che ha attraversato in tutti i ruoli apicali, escluso solo quello, più volte inutilmente perseguito, di capo dello Stato) e – come dice la denominazione di “dottor sottile” che lo accompagna – difficilmente parla a caso.

Il fatto storico cui le dichiarazioni di Amato si riferiscono è noto. Il 27 giugno 1980 alle 20.08 un DC-9 della compagnia aerea Itavia con a bordo 81 persone decollò dall’aeroporto di Bologna diretto a Palermo. L’arrivo a Punta Raisi era previsto per le 21.13 ma l’aereo non arrivò mai a destinazione. L’ultimo suo contatto radio, con la torre di controllo di Roma, avvenne alle 20.59 mentre si trovava a circa 7000 metri di altezza sul braccio di mare compreso tra le isole di Ponza e di Ustica e viaggiava alla velocità di 800 km orari. Dopo quel contatto le comunicazioni si interruppero e il DC-9 scomparve dai radar. Solo la mattina successiva a 110 km a nord di Ustica vennero avvistati una grossa chiazza di carburante, dei relitti e, poi, i corpi di alcuni passeggeri. Da allora Ustica evoca una delle molte stragi senza colpevoli accertati che hanno insanguinato l’Italia tra il dicembre 1969 (data delle bombe in piazza Fontana a Milano) e l’inizio degli anni ’80 (fino alla strage del 23 dicembre 1984 sul rapido 904).

Da allora sono passati 43 anni e l’intervista di Amato, avvenuta a freddo, è dirompente e nuova, almeno in bocca a uno dei “padri della patria” (tutti silenti negli anni, ad eccezione di Francesco Cossiga, peraltro sbrigativamente derubricato da Amato come personaggio affetto da «disturbi bipolari»). Bastino poche citazioni: «Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione. E il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario. Gheddafi fu avvertito del pericolo e non salì sul suo aereo. E il missile sganciato contro il Mig libico finì per colpire il Dc9 dell’Itavia che si inabissò con dentro ottantuno innocenti. L’ipotesi più accreditata è che quel missile sia stato lanciato da un caccia francese. […] Avrei saputo più tardi – ma senza averne prova – che era stato Bettino [Craxi] ad avvertire Gheddafi del pericolo nei cieli italiani. […] Sul “chi” le ho già detto della presumibile mano francese, che però non può non essere stata autorizzata dagli americani: è impensabile che una sporca azione come questa sia stata progettata mentre i generali americani erano impegnati a giocare a boccette. Sul perché la domanda resta aperta […]. Mi chiedo perché un giovane presidente come Macron, anche anagraficamente estraneo alla tragedia di Ustica, non voglia togliere l’onta che pesa sulla Francia. E può toglierla solo in due modi: o dimostrando che questa tesi è infondata oppure, una volta verificata la sua fondatezza, porgendo le scuse più profonde all’Italia e alle famiglie delle vittime in nome del suo governo. Il protratto silenzio non mi pare una soluzione». Parole dirompenti, si è detto. E anche, per molti versi, sorprendenti.

Sul versante giudiziario quella di Ustica è tuttora una strage senza colpevoli. Ad essa sono seguiti ben dieci processi, penali (uno per la strage e uno nei confronti di ufficiali di primo piano dell’Aeronautica militare imputati di alto tradimento e falsa testimonianza) e civili (promossi da parenti delle vittime e dal proprietario della Compagnia Itavia contro i Ministeri della Difesa e dei Trasporti), che hanno portato, in sede istruttoria e nei vari gradi di giudizio, a 20 sentenze dal cui intreccio emerge in modo univoco che il DC9 è stato coinvolto in un’operazione di intercettamento aereo, condotta nei confronti di un velivolo libico, che volava nella sua ombra per non essere avvistato dai radar, da aerei verosimilmente statunitensi o francesi. Nessun cedimento strutturale dell’aereo dunque, come pure inizialmente sostenuto da molti anche in sede politica, e nessuna esplosione di ordigni collocati all’interno del DC-9, secondo una tesi fatta balenare da una prima falsa rivendicazione e adombrata per anni (fino alla prima perizia disposta in sede penale dal giudice istruttore di Roma). Resta incerto solo se l’esplosione del DC-9 venne provocata dallo scontro con uno degli aerei coinvolti nell’intercettamento o dal lancio di un missile: in ogni caso in uno scenario caratterizzato da un andirivieni di jet militari di diversa nazionalità che nessuno vide sol perché tutti finsero di non vedere (nell’immediato e nell’esame delle immagini dei radar).

Le parole odierne di Giuliano Amato sono in buona parte consonanti con quanto emerso in sede giudiziaria. E tuttavia gli elementi nuovi sono molti: l’esistenza di un piano per eliminare il presidente libico Gheddafi, la consapevolezza del leader socialista Bettino Craxi e (a quanto par di capire) dell’allora presidente del Consiglio Cossiga, le esercitazioni simulate della Nato, la responsabilità della Francia con la copertura degli Stati Uniti e della Nato e via elencando. Non solo ma sono parole che rompono un atteggiamento istituzionale che ha consapevolmente allontanato l’accertamento della verità con un’azione di depistaggio (oggi confermata da Amato) dispiegatasi attraverso la diffusione di false ipotesi ricostruttive, la mancanza di ogni collaborazione delle autorità militari con gli inquirenti, il rinvio di anni nel recupero del relitto dell’aereo, l’occultamento, la manipolazione e la distruzione di documenti e di altri materiali probatori, fino al condizionamento degli accertamenti peritali disposti nel procedimento penale, al punto da far dire al giudice istruttore del processo che «le attività dei periti incaricati delle perizie principali […] sono state non poche volte disturbate da interferenze ed anche inquinate da interventi di ambienti di imputati e consulenti di parte dell’Aeronautica militare, interferenze ed interventi generati da rapporti e collegamenti tra periti d’ufficio e ufficiali dell’Arma, che hanno determinato nei primi – per insipienza, infedeltà, incapacità morali e conoscitive ‒ degli stati di subordinazione e dipendenza in totale contrasto con il dovere di indipendenza d’ogni ufficio del giudice». A fronte dei continui depistaggi, i frammenti di verità acquisiti sono emersi solo grazie alle sollecitazioni del Comitato per la Verità su Ustica (attivo nel 1986-87) e dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica (dal 1988) e ad alcune inchieste giornalistiche (effetto di quella che Giorgio Bocca definì la «breve stagione del sogno» del giornalismo italiano «quando il risanamento delle imprese editoriali avviato dalla riforma del 1981 portò […] a un ritrovato dinamismo della stampa e soprattutto alla ricerca di autonomia e di un rapporto dialettico con il potere politico»).

In questo quadro l’odierna intervista di Giuliano Amato – tra i politici più attenti, negli anni, alla vicenda di Ustica – porta conferme di grande rilievo a quanto accertato in sede giudiziaria, consacra le responsabilità della nostra politica e dei nostri comandi militari nell’occultamento delle prove, apre uno scorcio illuminante sul modo di operare della Nato nel cosiddetto scacchiere Mediterraneo. C’è di che compiacersi per l’emergere di ulteriori dati utili all’accertamento dei fatti ma resta, sullo sfondo, una domanda inquietante, la sola che la – pur brava – Simonetta Fiori non ha formulato: perché solo ora, 43 anni dopo, e con quali obiettivi? Per di più in un’estate in cui si è cercato di rileggere, lanciando evidenti messaggi trasversali, la strage di Bologna di un mese dopo e con l’inconsueta e non necessaria chiamata in causa del presidente Macron. Non amo le dietrologie né i complottismi ma mi è difficile pensare che un silenzio di decenni sia stato rotto per una folgorazione sulla via di Damasco. E non credo basti dire “meglio tardi che mai”. La domanda sul perché è non solo legittima ma doverosa. Se resterà senza risposta non ci sarà di che rallegrarsene.

Gli autori

Guarda gli altri post di: