Il generale, Ken e Barbie

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Per conto mio, si potrebbe liquidare l’affaire Vannacci con poche righe. Non per sottovalutarlo, ma perché le affermazioni contenute in quel libro sono così volgari, sommarie e gravi da non richiedere nessuna particolare subtilitas explicandi. La sua storia è banale e non ha a che fare con la libertà di opinione, ma con la fedeltà di un generale alla Costituzione della Repubblica. La libertà d’opinione è una cosa troppo seria di questi tempi: curioso che quelli che insistono nel tirarla dentro a questa faccenda se ne dimentichino, per limitarmi ad alcuni esempi, quando i politici usano sistematicamente lo strumento della querela per mettere a tacere i giornalisti o quando assistiamo all’ossessiva criminalizzazione nei confronti degli anarchici o di soggetti e movimenti che propongono fisiologica conflittualità sociale. Sono disposto a discutere della grave minaccia della libertà d’opinione in tutti questi casi, ma non sono disposto a farlo in un caso come questo, che è di tutt’altro genere.

Al più, potrei aggiungere che questa storia riflette un limite dell’opinione pubblica “progressista”, che si manifesta un’altra volta miope e autoreferenziale. Miope, perché le affermazioni di Vannacci sono gravissime quanto mediocri e avergli fornito una tale cassa di risonanza ha voluto dire sottrarre dalle prime pagine dei giornali l’attenzione sul massacro sociale che proprio in questi giorni si sta preparando con l’occasione della prossima manovra di bilancio. Anticipo qui quel che mi sembra il punto fondamentale che vorrei trattare: la sinistra dovrebbe far esplodere la contraddizione della destra, che è quella di tenere insieme una tendenza centripeta (il conservatorismo paternalistico) e un’altra centrifuga (il neoliberismo iperindividualizzante e mercificante). Cioè dovrebbe approfittare di ogni occasione per mettere in luce questa contraddizione, non per ombreggiarla e nasconderla. Ma l’opinione pubblica progressista si manifesta anche autoreferenziale, perché è ormai a immagine e somiglianza di uno studio televisivo: decide il soggetto principale del copione senza che tutto questo abbia attinenza con ciò che è prioritario nella società italiana. Tanto alla fine il copione prevede che la discussione avvenga tra i soliti noti e venga amplificata dalle televisioni. Un costruttivismo sociale che è masochista e, soprattutto, scorretto: la realtà costruita non sostituisce la realtà reale. Il libro di Vannacci non è un fenomeno di costume né un fenomeno di massa. È un prodotto di nicchia e del tutto elitario, che tuttalpiù può essere un sintomo ma non è certo la causa di un conservatorismo strisciante che attraversa la società, e con altrettanta certezza appartiene alla destra di governo.

Anticipo già l’obiezione: ma come faccio a sostenere che sia un prodotto di nicchia se è primo nella classifica dei libri venduti? Basta stare ai numeri e le prospettive si modificano. L’oggetto della nostra diffusa preoccupazione ha venduto più o meno venticinquemila copie. Non dirò che i tiktoker italiani più famosi – la cui ignoranza si esprime spesso con idee non troppo dissimili dal nostro generale – viaggiano sui venti milioni di followers. Preferisco fare un altro confronto, molto più interessante. Il film Barbie è stato visto nel nostro Paese da 2,5 milioni di spettatori, prevalentemente giovani. Per chi non lo sapesse, quel film è una messa in scena – in piena continuità col capitalismo contemporaneo – della critica al patriarcato. E la sua trama (sto spoilerando, si salvi chi può e chi ci tiene) si basa precisamente su un doppio rovesciamento. Il mondo delle Barbie viene descritto – in maniera decisamente subdola – come un mondo al contrario rispetto all’ordine del patriarcato. Dunque un primo rovesciamento per cui ciò che è anormale nella realtà diventa ciò che è normale nel film, per usare categorie che da circa cinquant’anni non userebbe più nessuno a parte il nostro generale. A un certo punto della storia giunge il secondo rovesciamento. Ken, avendo provato il frutto dell’albero della conoscenza, rovescia quell’ordine narrativo in nome di un ordine che è esplicitamente quello del patriarcato. Insomma, se la prende col mondo al contrario e fa di tutto per raddrizzarlo, come il generale Vannacci. Che in effetti somiglia molto a Ken: un mix di mascolinità tossica, ignoranza unita a presunzione, culto della violenza, disprezzo per ogni alterità a partire dalla sottomissione della prima alterità della donna, machismo per cui persino l’obesità diventa un riferimento polemico. Come se la norma del maschio debba essere Ken e non quegli uomini fuori forma e con la pancia al posto della tartaruga (scusate il biografismo un po’ risentito).

Ecco, da adesso in poi lo chiamerò per comodità il generale Ken. Un concentrato di conservatorismo che persino il capitalismo contemporaneo ha già da un pezzo superato, come Barbie dimostra. Perché il cuore del film è il conflitto che mette Barbie contro Ken. Ma questo conflitto è portato avanti a partire da argomenti tipicamente neoliberisti. Una rappresentazione perfetta di quella ambiguità di un certo femminismo che viene evocata magistralmente da molti anni da Nancy Fraser: «A mio parere, questa ambivalenza del femminismo in questi ultimi anni si è risolta a favore della seconda impostazione, quella liberista-individualista. Ma non perché noi donne siamo state vittime passive di seduzioni neoliberiste. Al contrario, noi stesse abbiamo direttamente contribuito a far raggiungere al capitalismo questo stadio di sviluppo».

Barbie è l’esempio di un’emancipazione di genere che diviene complice del capitalismo e che prende le distanze dalle idee del generale Ken in nome dell’impostazione liberista-individualista. Faccio un esempio. Nel fluire delle sue farneticazioni, il generale Ken rivendica una società in cui ci siano «meno asili nido» (sic!) e «più donne madri». Ecco, quest’idea non è inaccettabile solo per noi, ma lo è anche per il capitalismo contemporaneo, di cui un tratto distintivo è precisamente l’estensione dello sfruttamento economico alle donne. La femminilizzazione del lavoro è uno dei caratteri portanti del capitalismo flessibile. Per cui possiamo dire tranquillamente che nel mondo al contrario di Barbie non si vogliono più donne madri perché si vogliono più donne mercificate, precarizzate, sfruttate e senza alcuna protezione sociale (quindi non si vogliono donne madri ma non si vuole neanche investire troppo in asili nido, che è l’unica cosa che davvero conta per il generale Ken).

E dunque, se le cose stanno così, i numeri che ho citato prima diventano ancora più importanti, specie se rapportati con il dato generazionale. Che è l’unica lente autentica che ci permette di mettere nella giusta prospettiva quanto le farneticazioni di Vannacci siano condivise in questo paese. Può anche darsi che siano persino maggioranza della società presente, ma certamente non lo saranno della società futura. Sarà per questo che, molto più dei fanatici venticinquemila che leggeranno Vannacci, io temo quei milioni di giovani che non saranno d’accordo con il generale Ken ma, disgraziatamente e in molti casi, non lo saranno in nome della mercificazione e dell’individualismo di Barbie e del suo modello ipercapitalistico, in cui il patriarcato ha semplicemente cambiato nome.

Sta proprio qui il cuore politico della questione. Ken e Barbie sono due facce della stessa medaglia. Una medaglia che definiamo destra. La destra di oggi è questa contraddizione tra conservatorismo moralistico e capitalismo iperindividualista. Una sinistra che si illude di poter contrastare Ken assumendo le sembianze di Barbie non ha capito molto di se stessa e della società. Se non siamo in grado di chiamare destra questa contraddizione tenuta insieme, faremo il gioco o di di Ken o di Barbie. Che, a conti fatti, è sempre lo stesso gioco, quello dei privilegiati contro gli oppressi, dei ricchi contro i poveri, dei pochi contro i molti, del maschilismo contro il femminismo.

L’affaire Ken – scusate, volevo scrivere l’affaire Vannacci – ha dunque una sua utilità indiretta. Serve a farci capire con chiarezza che la destra è attraversata strutturalmente da una contraddizione sociale che noi dovremo prima o poi deciderci a far esplodere. Ma serve anche a metterci a nudo di fronte a una sinistra che rischia sempre di restare preda della sindrome di Barbie, illudendosi che si possa criticare la destra conservatrice senza dire una parola sul capitalismo di cui essa è cane da guardia e fedele servitore.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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2 Comments on “Il generale, Ken e Barbie”

  1. Vannacci si commenta da solo.
    Sul film di Barbie invece sono perplessa. Sono d’accordo che sia il capitalismo con le sue logiche interne foriero di sfruttamento e oppressione e che non ci sia liberazione senza mettere questo sistema in discussione. Perché non sono gli uomini a mettersi un po’ in discussione e scardinare certe dinamiche? Perché non sono i “compagni di sinistra” i primi a schierarsi contro certe logiche? Saremo anche noi sfruttate e piegate alle logiche capitalistiche, certo, ma non capisco perché lo si può accettare finché è un uomo a trarne vantaggio e nel momento in cui sono io, femmina, a riprodurre un sistema (sbagliato e storto, ma pur sempre il sistema in cui tutti viviamo) è più sbagliato, è più dannoso. Perché oltre a dover vivere in un sistema che non mi giova (in generale e in particolare per il mio sesso/genere) devo anche essere più consapevole e più brava e devo rinunciare e sacrificarmi per la causa. Boh, magari facessero qualcosa anche loro? Che di potere e posizioni di vantaggio ne hanno… Non credo che Barbie faccia male e tiri su un’orda di capitalisti neo-liberisti più di altri prodotti, ma è sicuramente un prodotto commerciale. È un film di Hollywood che può salvarci? No, però aiuta a riflettere e mettere in discussioni certe tematiche. Non tutte, certamente, e con delle storture importanti di cui bisogna essere consapevoli, ma è comunque un prodotto valido.

    1. Credo anche io che il film Barbie sia un prodotto valido, non da un punto di vista politico ma da uno psicologico, per motivi di cui non starò qui a scrivere.
      Da quello politico non sono d’accordo con lei, Lucia perché:
      – aspettarsi dal carnefice che si ravveda è proprio psicologicamente impossibile, oltre al fatto che non è detto che corrisponda all’emancipazione della vittima;
      – fin quando un diritto sarà “concesso” non sarà realmente un diritto;
      – se allude ad un femminismo che è il potere delle femmine (quali? Quelle nate o quelle che si identificano come tali?) sui maschi, bé le basterà cambiare genere e troverà il mondo dei suoi sogni: in fondo, i più saggi hanno detto che per cambiare il mondo occorreva cambiare se stessi 🤪. Scherzi a parte, credo che potremmo ambire a qualcosa di più che ad un gattopardiano trasformismo.

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