Il Paese scoppia: la sinistra non può stare a guardare

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Se il 75% degli italiani pensa che sarebbe necessaria una legge per stabilire il salario orario minimo al di sotto del quale nessun padrone pubblico o privato possa scendere, mentre la maggioranza che governa il paese pensa il contrario e agisce in direzione ostinata e contraria, c’è un problema. Non da oggi, certo, come la caduta progressiva della partecipazione al voto dimostra. Il fatto è che l’opinione dei cittadini sembra essere ininfluente, che si tratti di salario o di armi da guerra, e allora tanto vale disertare le urne. Si dirà: chi non vota non ha diritto di parola. Ma perché, chi vota ce l’ha? Che il precario in ospedale o l’operaio in subappalto al cantiere navale votino o non votino, il loro parere comunque non conta e sono ben pochi a interessarsi delle loro condizioni lavorative. L’attacco ai corpi intermedi punta a formalizzare questa situazione, sterilizzando la possibilità di organizzare proteste finalizzate a ridare un peso e uno sbocco alla volontà popolare. È la postdemocrazia che si regge sugli algoritmi e sugli inganni, se stai bravo ti faccio partecipare agli utili dell’impresa che ti sfrutta e magari ti regalo anche la tessera della Cisl. Chi odia i poveri e teme chi ha ancora nel DNA l’idea che con la lotta collettiva si possa rovesciare lo stato delle cose, mette in campo tutte le sue armi. Primo, divide et impera: che il meno povero e il più povero si scannino nel cercare di arraffare l’obolo miserabile e ingannevole lanciato dalle finestre dei palazzi del governo. Le destre come il moderno Marchese del Grillo. Se si paralizza la lotta di classe dal basso verso l’alto, quel che resta è il rancore, l’invidia sociale. Un toccasana per il potere.

Tra botte di calore, bombe d’acqua e incendi dolosi, la tregua di Ferragosto (almeno per chi ha l’agio di godersi una tregua, una villa dove il finanziere annuncia in mondovisione le corna ricevute dalla manager promessa sposa, o una masseria o un resort dove ripararsi dal solleone e dagli alleati) lascia intravedere scenari inquietanti. Se il destino dei salari finisce nelle mani di Brunetta (per finta, come dicono i bambini: le mani sono sempre quelli di Giorgia Meloni) e il destino dei detenuti in quelle di Nordio, i margini di ogni improbabile concertazione crollano come il ponte Morandi. Meloni gestisce il potere come un norcinaio i cotechini e spartisce lo Stato tra i suoi litigiosi e affamati sostenitori affettandolo proprio come si fa con un insaccato. La premier che ha vinto le elezioni grazie al voto di una minoranza di cittadini deve tenere insieme centralisti e separatisti, atlantici e siberiani, destra sociale e destra turboliberista, veteroberlusconiani e neofascisti. Finora c’è riuscita per abbandono del campo dell’opposizione politica che solo in piena estate ha mandato un timido segnale di fumo a chi fatica a tirare avanti e non ha più da tempo rappresentanza politica.

Per recuperare un minimo di credibilità e ristabilire una connessione sentimentale con le fasce più deboli e disamorate della popolazione le opposizioni politiche dovrebbero farne proprie le sofferenze e riscoprire il conflitto. Intendo il conflitto con le destre, smettendo di becchettarsi come i polli di Renzo. Ne sono ancora capaci? Hanno un’idea del futuro alternativa a quella delle destre? Non basta mettere in campo tutto l’ottimismo della volontà per rispondete affermativamente. Resta, impietosa, la realtà con cui il Paese deve fare i conti: l’inflazione alle stelle come la precarietà e i salari mai così bassi, la sicurezza sul lavoro e del lavoro che sfuma come la nebbia il mattino d’autunno. La sanità pubblica viene lasciata deperire per spalancare porte e finestre a quella privata mentre i poveri rinunciano a curarsi e far studiare i loro figli in una scuola tornata classista come prima di don Milani. Anzi della Montessori. Si moltiplica la spesa in armamenti e si abbatte il welfare, si svuotano i granai e si riempiono gli arsenali, persino i rimborsi alle famiglie delle vittime del lavoro vengono dimezzati. Si cancella il reddito di cittadinanza e si moltiplicano condoni agli evasori e sgravi ai ladroni. Per gettare fumo negli occhi si finge di tassare gli extraprofitti delle banche, lo si annuncia a Borse aperte per scatenare l’ira dei banchieri e poter fare mezza marcia indietro. Per gettare la palla in tribuna sul salario minimo voluto da 3 italiani su 4 la si passa al Cnel, aspettando l’autunno e poi le europee.

Ci sarebbero tutte le condizioni per portare in piazza una protesta, cioè una speranza, un briciolo di fiducia sulla possibilità di scrivere una nuova storia. Una parte del sindacato sembra averlo capito, per esempio la Cgil che non è andata in vacanza e prepara, come può, un autunno di lotta. E le cosiddette sinistre? E le opposizioni? Quanto foriera di un impegno democratico futuro è l’unità (più o meno) raggiunta sul salario minimo? Sul terreno della democrazia il Governo Meloni dà il peggio di sé. L’odiosa esternazione del portavoce della regione Lazio De Angelis sulla strage di Bologna che nega la responsabilità fascista, racconta la realtà meglio di qualsiasi analisi puntando la torcia sul peggior immondezzaio politico: Meloni e l’esecutivo sono sotto ricatto dei neofascisti, quelli della strategia della tensione e delle stragi di Stato oggi promossi al vertice delle istituzioni. De Angelis ricatta persino il presidente mussoliniano del Senato La Russa, costretto a un passo indietro sulle sue stesse dichiarazioni: scompare la responsabilità neofascista, Meloni tace e acconsente. De Angelis sa troppo cose, conosce il rapporto tra destra bombarola e destra in doppiopetto, conosce i mandanti. Sanno che se parla finiscono nella merda tutti quanti. Dunque, resta al suo posto.

Che altro si deve aspettare, forse di abitare tutti in viale Giorgio Almirante? Il ceto medio della Ztl era troppo impegnato a combattere l’olio di palma per accorgersi che qualcuno già stava imbottigliando l’olio di ricino, suggerisce la rete. Cosa aspettano a muoversi le opposizioni politiche, che figli e nipoti vengano chiamati, pardon invitati, una settimana l’anno a fare esercitazioni militari e un’altra settimana le ronde antisbarco lungo i litorali dell’amata patria per fermare gli invasori neri e gialli sul bagnasciuga? Aspettano che figli e nipoti, se e quando avranno trovato lavoro, saranno pagati a cottimo o al nero per tutte le ore necessarie, che siano due o sessanta poco importa e da vecchi non avranno la pensione, potevano pensarci a tempo debito e farsi un’assicurazione? Se stanno aspettando che ciò avvenga vanno informati: tutto questo sta già avvenendo.

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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