Il vestito di lino di Alain Elkann e la catastrofe in cui viviamo

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La storia, raccontata da Alain Elkann nelle pagine culturali di la Repubblica, del suo viaggio in treno da Roma a Foggia in compagnia di alcuni chiassosi adolescenti graziosamente definiti “lanzichenecchi” (https://www.repubblica.it/cultura/2023/07/23/news/racconto_alain_elkann_sul_treno_per_foggia_con_i_giovani_lanzichenecchi-408733095/), meriterebbe probabilmente una scena muta o, al più, lo sbeffeggiamento del sarcasmo, come del resto è abbondantemente accaduto (vedi, per tutti, un imperdibile Marco Travaglio: https://www.leggimarcotravaglio.it/2023/07/25/alain-e-i-giovani-doggi-il-fatto-quotidiano/). Intendiamoci, non perché le sue parole non siano scandalose. Ma perché il tratto di volgarità è così greve che impone di farsi due risate. Già questo è un indizio di qualcosa che non torna. Di racconti di ricchi e potenti che ostentano la loro volgarità senza riconoscerla come tale sono pieni i giornali, quasi quotidianamente. E dove il pudore e l’imbarazzo richiederebbero la virtù del silenzio o del sarcasmo, ecco che quei ricchi e potenti si difendono, si accaniscono, moltiplicano le loro indecenze al punto da rendere scandaloso ciò che fino a un attimo prima era semplicemente imbarazzante. In fondo il prototipo di questo accanimento della volgarità di classe è l’apologo di Ruby che diventa per decisione parlamentare la nipote di Mubarak. Una storia che fino allora si prestava al sarcasmo finisce per ricadere nel grottesco. Ciò che poteva chiudersi con nient’altro che un commento amaro, un’ironia perfida, un sorriso senza speranza, si trasforma in qualcosa che al registro del comico unisce il peso del tragico, poiché i protagonisti, piuttosto che accettare la realtà, preferiscono deformarla.

Diamo atto a Elkann di essere solo un personaggio minore: non ha né la statura né la malignità per essere in grado di deformare la realtà e di farci passare dal sarcasmo al grottesco. Però almeno qualcosa di vero, nelle sue parole così bislacche, val la pena riconoscere. La storia del presente è la storia di un mondo in frantumi, di una crisi che è un passaggio epocale. Un mondo ha sostituito un altro mondo, sotto i nostri occhi. Siamo dentro una catastrofe. Che è una categoria inquietante se usata senza retorica. Il termine italiano “catastrofe” deriva – come noto – dalla parola greca katastrophé e significa “rovesciamento”, “capovolgimento”. Ecco, immagino che il racconto di Elkann volesse comunicarci questo suo smarrimento di fronte a un mondo capovolto: nei valori, nel linguaggio, negli oggetti di interesse comune.

Certo, fa specie che qualcuno che – se non altro per motivi familiari – pretenderebbe di appartenere alle élite del nostro Paese se ne accorga soltanto adesso e solo perché incontra per caso degli adolescenti che parlano e si vestono – che scandalo signora mia! – come adolescenti e non riconoscono il sacro valore del sobrio vestito di lino o di Proust in francese. Diciamo così: se avesse approfondito osservando il mondo e non rimirandosi allo specchio, Elkann avrebbe avuto un sacco di possibilità per capire che abitiamo dentro una catastrofe: tra migliaia di morti senza nome dentro un mare che porta il nostro nome, lavoratori sempre più poveri e sempre meno lavoratori, imprenditori senza scrupoli, decostruzione del welfare e tramonto della politica, una terra che sta morendo per colpa nostra. Tutte cose per cui non serve uno sguardo particolarmente raffinato e nemmeno cosmopolita. Basta guardarsi intorno, magari nel mondo reale e non alle feste certificate dagospia. A occhi normali come i miei, che certo hanno il limite di avere meno erremoscia di Elkann, che il mondo si sia fatalmente rivoltato pareva evidente per un sacco di indizi. Ma tra questi indizi noi esseri umani abituati a prendere i treni italiani in lungo e in largo e per giunta in seconda classe (che brutta gente siamo!) saremmo portati a escludere il fatto che gli adolescenti siano effettivamente adolescenti e che il vestito di lino non sia più un diritto umano universale. E forse noi poveri cristi, che la catastrofe la avvertiamo come un peso opprimente sul mondo, in quella scena riconosciamo chi ne è il vero personaggio: non i lanzichenecchi ma chi li guarda con disprezzo. La catastrofe è tutta nelle sue pose, nel suo vuoto.

Elkann assume la posa di testimone di una catastrofe da cui vorrebbe prendere le distanze, perché nessuno gli ha detto con chiarezza che di quella catastrofe egli è parte, che ha contribuito a produrla. Non solo perché ciò che lo costringe a una via crucis ferroviaria è un ritardo infrastrutturale dovuto anche a scelte politiche condizionate dagli interessi della famiglia cui appartiene – se solo fosse sceso dal suo pulpito per studiare la storia sociale degli ultimi decenni di questo paese – ma soprattutto perché, con buona pace di Elkann, i giovani che incontra sui treni sono i suoi figli.

Ne Il Mondo di ieri, testo fondamentale per capire la distanza tra la sedicente classe culturale degli Elkann e quella di altri tempi, Zweig a un certo punto ricorda che per suo padre – simbolo concreto di ciò che si stava perdendo – «la linea fondamentale rimaneva quella: godere della ricchezza in quanto la si ha, non in quanto la si mostra». Il mondo di Elkann è invece tutto concentrato sui propri segni da mostrare. È mostrando i segni che si ottiene il prestigio: il vestito, la prima classe, Proust, i giornali, le lingue conosciute. Non c’è nulla di vero, c’è solo il mostrare dei segni. Eccola la catastrofe. Il timore più grande di Elkann è che questi segni siano ormai sostituiti da altri segni barbari. E invece la catastrofe comincia da lì: da una generazione che ha trasformato il mondo sociale e culturale in un sistema di segni che non hanno altro significato se non quello economico della prestazione, del riconoscimento, del ritorno su di sé, dello specchio. L’essenza della catastrofe Musil la affidò al celebre “teorema della assenza di forma” dell’uomo nuovo che si stava annunciando. L’uomo che vive in assenza di forma è colui che non ha più contenuti e significati comuni da condividere e a cui credere. All’uomo costretto a vivere così, non rimane che il principio economico: uno stile di vita che accetta di buon grado di vivere senza senso per esibire i propri segni, il proprio prestigio. Ma i segni non sono eterni, anch’essi appartengono al divenire della storia. Segni sostituiscono altri segni, come le mode sostituiscono le mode e i linguaggi sostituiscono i linguaggi.

La pretesa di Elkann che i suoi segni di prestigio siano ancora riconosciuti come i vessilli del potere è del tutto anti-storica. Ma non è questo il punto. Il punto è che la stessa raffigurazione di sé che Elkann propone lo rende il colpevole di ciò che sta rimproverando a quei ragazzi. La loro unica colpa è che stanno ereditando dagli Elkann di questo paese un mondo in cui per essere umani non si può far altro che accumulare segni su segni, condannati a rispettare il teorema musiliano dell’assenza di forma. Un mondo in cui persino la cultura è oggi una posa, un vestito ben tagliato, un libro da ostentare e non da leggere. Non è affatto vero che Proust sia moralmente meglio di un cappellino nero americano, se anche lui viene ridotto a nient’altro che segno. Nel mondo che Elkann consegna ai suoi figli Proust è un segno come un altro. Il disprezzo per Proust è il suo che l’ha ridotto a segno, non quello dei giovani che rivendicano di riempire il proprio vuoto con altri segni.

Più che far finta di leggere Proust, Elkann avrebbe fatto bene a prendere sul serio Brecht: «non ci serve un uragano, non ci serve un ciclone, i disastri che può provocare, noi stessi li sappiamo fare» (Wir brauchen keinen Hurrikan,/ wir brauchen keinen Taifun,/ denn was er an Schrecken tuen kann,/ das können wir selber tun). Mi scuserete se lo cito anche in tedesco, ma converrete con me che altrimenti il mio suggerimento di lettura non verrà mai preso sul serio…

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È stato presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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2 Comments on “Il vestito di lino di Alain Elkann e la catastrofe in cui viviamo”

  1. Davvero un articolo bello, che mette in giusta luce, in forma dialettica, ciò che l’articolo di Travaglio aveva trasportato nel dominio del comico-grottesco involontario. E forse dobbiamo ringraziare l’ottusità di Alain Elkann, la sua sordità totale alla pur assordante cacofonia dei tempi, per aver dato origine a più di una riflessione intelligente a partire dal suo articolo. Il quale articolo ci insegna una cosa: la voce del padrone è totalmente stonata. E anche un’altra: questa è l’età del narcisismo, che tutti contamina e che tutti travolge. La diagnosi è semplice ed ha in sé la propria cura: buttare via lo specchio (o almeno metterlo da parte) e impararare a dire “tu” e “noi”, sostituendo alla parola “inclusione” (che sembra bella e buona, ma in realtà è ambigua) la parola “apertura” (è la lezione di Capitini e non è affatto superata).

    1. Cara Giovanna, posso dire che condivido il tuo commento così tanto che lo trovo una sorta di degna conclusione dell’articolo, persino più degna della conclusione che avevo scritto? (E sì, la lezione di Capitini è quanto più dimenticata tanto meno superata). grazie dunque.

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