Ucraina: quelle di Mattarella e Meloni sono parole di guerra

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Che fine ha fatto l’articolo 11 della Costituzione? Quell’articolo che – come ricordava Meuccio Ruini, presidente della commissione che materialmente scrisse il testo della Costituzione – non rifiuta, ma «ripudia» la guerra, a volerne marcare la definitiva condanna giuridica e morale?

Impossibile non chiederselo dopo la tappa italiana del tour europeo di Volodymyr Zelensky. Come i commentatori hanno sottolineato fin da subito, la consonanza con cui i vertici istituzionali italiani hanno accolto il leader ucraino è stata perfetta. «Quello che oggi gli ucraini stanno facendo, lo stanno facendo per l’Europa nel suo complesso. I loro sacrifici sono sacrifici che vengono fatti per difendere anche la nostra libertà». «Per tutto il tempo necessario, e oltre, la nostra nazione continuerà a fornire assistenza bilaterale e multilaterale e ci sarà la nostra convinta adesione agli accordi per l’applicazione delle sanzioni e il nostro sostegno alla pace, purché sia una pace giusta. Non siamo così ipocriti da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione. No a nessuna pace ingiusta, imposta all’Ucraina. Qualsiasi accordo di pace dovrà essere condiviso dal popolo ucraino e l’Italia contribuirà a questa direzione». Così la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Piena la sponda assicuratole dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Riconfermo il pieno sostegno dell’Italia all’Ucraina sul piano degli aiuti militari, finanziario, umanitario e della ricostruzione, sul breve e lungo termine. Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale. La pace, per la quale tutti lavoriamo, deve ripristinare la giustizia e il diritto internazionale. Deve essere una pace vera e non una resa». E dunque: dal momento che la nostra libertà è anch’essa esposta all’attacco del nemico (un modo più elegante per ribadire, propagandisticamente, che il vero obiettivo di Putin non è Kiev: è Lisbona), continueremo ad armare l’Ucraina senza limiti di tempo, rifiutando qualsiasi mediazione possa concedere alcunché alla Russia.

Una sintonia, quella tra Meloni e Mattarella, davvero impressionante: non solo nei concetti espressi, persino nelle parole utilizzate. Con la sola, significativa, sbavatura di una Meloni che si fa prendere la mano e finisce per lasciarsi sfuggire il vero obiettivo strategico dell’Occidente a guida Nato (con l’Unione europea sempre più ridotta a mera appendice economica): «Scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Esattamente quel che, sin dal primo invio di armi, avevano paventato i pacifisti: che, ridotta l’iniziativa occidentale alla sola dimensione militare, il condivisibile obiettivo della difesa dell’Ucraina finisse col trasformarsi nell’avventuristico obiettivo della sconfitta della Russia. Nella sconfitta, cioè, di una potenza nucleare, con tutti i rischi di conseguenze senza ritorno che ciò comporta.

È chiaro che siamo completamente al di fuori dal dettato dell’articolo 11 della Costituzione: una disposizione che ripudia la guerra non solo «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», ma anche come «mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Proprio quello che stiamo, invece, facendo in Ucraina, con il rifiuto di parlare di pace se non alle nostre condizioni. È lo strano destino della giustizia applicata alla violenza bellica: che si parli di «guerra giusta», com’era quando a muovere le ostilità era l’Occidente, o di «pace giusta», com’è oggi che a scatenare la violenza sono i nostri avversari, alla fine la giustizia invocata dai potenti sul campo di battaglia non serve mai a far cessare le ostilità, sempre e soltanto a continuarle. È evidente l’intento di disinnescare l’iniziativa diplomatica del Vaticano, al quale hanno congiuntamente contribuito, in un ben riuscito gioco di squadra, Palazzo Chigi, Quirinale e Palazzo Marinskij (sede della Presidenza ucraina).

Giova richiamare, per contrasto, alla memoria le alte parole pronunciate in Assemblea costituente, l’8 marzo 1947, da Ugo Damiani, rappresentante del Movimento unionista italiano: «La guerra, questa follia, questo crimine che sempre ha perseguitato nei secoli l’umanità – perché l’umanità è stata sempre lontana, ed è ancora lontana, da quella forma di civiltà che sia veramente degna dello spirito umano – noi vogliamo eliminarla per sempre, e quindi rinunziamo a questi mezzi di conquista, perché riconosciamo che tutti i contrasti, che qualsiasi contrasto, per quanto grave, per quanto aspro, può sempre essere risolto col ragionamento, poiché il ragionamento – dobbiamo riconoscerlo – rappresenta l’arma più poderosa dell’uomo. Noi rinunziamo alla guerra; non vogliamo più sentirne parlare. Vogliamo lavorare pacificamente; non vogliamo più la violenza. E quest’odio alla violenza, questo odio alla guerra sarà appunto l’orientamento nuovo del popolo».

Proprio il ragionamento – «l’arma più poderosa dell’uomo» – è quel che, fin dalle prime settimane, avrebbe potuto portare alla conclusione del conflitto con un accordo di pace, come svelato dall’ex primo ministro israeliano Naftali Bennet, la cui promettente mediazione fu affossata da Biden e Johnson con l’intento di riportare la Russia alla posizione di subalternità cui era stata ridotta alla fine della guerra fredda. Con il risultato che, giunti a questo punto, per l’Occidente, e per l’Italia, la prospettiva di un accordo di pace che, come tutti gli accordi di pace, riconosca qualcosa all’uno e all’altro contendente, è diventata un rischio più pericoloso della prosecuzione della guerra. Accettare adesso una pace che dovesse riconoscere alla Russia la Crimea e, in una forma o in un’altra, almeno alcuni dei territori di confine abitati da popolazioni russofone significherebbe dover spiegare perché non la si è accettata sin da subito. Costringerebbe a giustificare l’ingiustificabile: le decine di migliaia di morti e feriti e le immani distruzioni nel frattempo prodotte dai combattimenti. Implicherebbe, in definitiva, dover ammettere di essersi spinti sull’orlo dell’abisso morale spalancato dalla Russia, avendo accettato il rischio di cadervi dentro noi stessi.

È per questo che la mediazione di un’autorità (anche) morale come quella di Papa Francesco era, ed è, così importante. Ed è per questo che la posizione assunta dall’Italia in occasione della visita di Zelensky è così deplorevole: non soltanto perché ignora il dovere costituzionale di promuovere e partecipare alle trattative di pace, ma soprattutto perché contribuisce a farci fare un ulteriore passo verso l’abisso pronto a inghiottire il mondo.