Cutro e non solo: chi è responsabile delle stragi in mare

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Al di là delle colpe specifiche delle nostre autorità per le omissioni di soccorso, sono le nostre leggi e il clima politico e culturale da esse generato le vere responsabili delle catastrofi in mare a cui assistiamo. Giorgia Meloni tenta di scaricare queste responsabilità sugli scafisti, predisponendo per loro pene fino a 30 anni e, soprattutto, sostenendo che occorre fermare i migranti, impedendo loro di partire.

Ignora, evidentemente, che migrare è un diritto fondamentale, stabilito dagli articoli 13 e 14 della Dichiarazione universale dei diritti umani, dall’articolo 12 del Patto internazionale del 16 dicembre 1966 e perfino dall’articolo 35 della nostra Costituzione, e sarebbe perciò un illecito ostacolarne l’esercizio. Non solo. È anche il più antico dei diritti fondamentali, essendo stato proclamato fin dal 1539 da Francisco De Vitoria a sostegno della conquista del “nuovo mondo”, quando erano solo gli europei a “emigrare” per colonizzare e depredare il resto del pianeta. Allora questo diritto fu accompagnato dal diritto di muovere guerra contro chiunque si fosse opposto al suo legittimo esercizio: cosa che fu fatta, con la distruzione delle civiltà precolombiane e il massacro di decine di milioni di indigeni. Oggi che l’asimmetria si è capovolta e l’esercizio del diritto di emigrare è diventato la sola alternativa di vita per milioni di disperati che fuggono dai loro paesi, dapprima depredati dalle nostre conquiste e oggi sconvolti dalle guerre, dalla miseria e dallo sfruttamento determinati dalle nostre politiche, non solo se ne è dimenticato il fondamento nella nostra stessa tradizione, ma lo si reprime con la stessa ferocia con cui lo si brandì alle origini della civiltà moderna a scopo di rapina e colonizzazione.

C’è d’altro canto un altro aspetto della politica migratoria di questo Governo che ne segnala l’ostilità ai salvataggi in mare. Esso si è manifestato con il cosiddetto “decreto ONG” dello scorso febbraio, che riprendendo la linea Salvini, condiziona l’abilitazione delle navi a salvare le persone in mare a una serie di insensati requisiti burocratici, introduce ostacoli ai salvataggi, come il divieto dei cosiddetti salvataggi multipli, e prevede, per i comandanti che violino queste assurde prescrizioni, sanzioni da 10 a 50.000 euro, il fermo per due mesi e, nei casi di reiterazione delle violazioni, la confisca della nave utilizzata per i salvataggi.

È un salto di qualità nelle forme stesse del populismo. Il vecchio populismo penale faceva leva sulla paura per la criminalità di strada e di sussistenza, cioè per fenomeni enfatizzati ma pur sempre illegali, onde produrre paura e ottenere consenso con misure inutili e demagogiche, ma pur sempre giuridicamente legittime, come gli inasprimenti delle pene decisi con i vari pacchetti sicurezza. Il nuovo populismo, al contrario, fa leva sull’istigazione all’odio e sulla penalizzazione di condotte non solo lecite ma eroiche, come i soccorsi in mare, al fine di ottenere consenso a misure esse stesse illegali, criminose e criminogene, come la chiusura dei porti più accessibili e la procurata omissione di soccorso.

Questo nuovo populismo sta producendo danni enormi al tessuto della nostra democrazia. Per la demagogia populista, che sempre ha bisogno di un nemico, il migrante impersona infatti il nemico ideale, a causa del latente razzismo che induce a percepirlo come persona inferiore e ontologicamente illegale. Si capisce così come il razzismo sia l’effetto, più che la causa, delle stragi in mare: è la “condizione”, scrisse lucidamente Michel Foucault, che rende accettabile “la messa a morte” di una parte dell’umanità. Giacché solo il razzismo rende tollerabile che migliaia di persone affoghino ogni anno nel Mediterraneo. Il risultato di queste pratiche spietate è l’abbassamento dello spirito pubblico. Il consenso da esse ottenuto è in realtà il segno del crollo del senso morale a livello di massa. Quando la disumanità, l’immoralità e l’indifferenza per le sofferenze sono ostentate dalle pubbliche istituzioni, esse non solo sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Diventano contagiose e si normalizzano. Non capiremmo, altrimenti, il consenso di massa di cui godettero il nazismo e il fascismo. Queste politiche inique, seminando la paura e l’odio per i diversi, svalutando i sentimenti elementari di uguaglianza e solidarietà, screditando la pratica del soccorso di chi è in pericolo di vita, stanno avvelenando le nostre società e deformando pesantemente l’identità democratica dell’Italia e dell’Europa.

L’articolo è pubblicato anche su il manifesto

Gli autori

Luigi Ferrajoli

Luigi Ferrajoli, professore emerito di Filosofia del diritto all’Università di Roma Tre, è stato allievo di Norberto Bobbio ed è tra i massimi filosofi del diritto viventi. Già magistrato, è stato, a fine anni Sessanta, tra i fondatori di Magistratura democratica. Tra le sue opere principali: "Manifesto per l’uguaglianza" (2018), "Principia Iuris. Teoria del diritto e della democrazia" (2007), "Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale" (1989), tutti pubblicati da Laterza.

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One Comment on “Cutro e non solo: chi è responsabile delle stragi in mare”

  1. Si spera non troppo tardi (lo è già per chi non c’è più), ma verrà il tempo in cui si riconoscerà che i Salvini e i Minniti sono i nazisti del nostro tempo. Un’esagerazione? Sì, se per nazisti intendiamo pugnali e camice brune. No, se cogliamo il nucleo: sdoganamento burocratico della disumanità, rivolta selettivamente a chi è considerato (seppur non esplicitamente ma paternalisticamente) un subumano. E’ la burocrazia a provocare le stragi tipo Cutro (in tal senso, lascia il tempo che trova ogni indagine su omissioni di soccorso), nel momento in cui lo Stato vi si fonda. Se si fondasse invece sull’umanità degli operatori e sulle loro capacità di agire nella concretezza, perderebbe la sua aura di finta forza e reale debolezza. Secondo voi, un dipendente della guardia di finanza che va in mare a far ricerca e soccorso, una volta documentatosi, sarebbe d’accordo col modo in cui l’immigrazione viene gestita a livello burocratico? Sarebbe d’accordo con una distinzione tra paesi di provenienza e non tra persone, con accertamenti aleatori sui loro racconti? Vedrebbe il confine tra profughi e migranti economici? Passerebbe la mannaia tra “scafisti” e “poveri cristi”? Tratterebbe da preziosi amici le guardie libiche e i governi razzisti tunisini? Con che cuore ascolterebbe l’inno di Mameli, ogni mattina, vedendo uno Stato più diretto a procurarsi idrocarburi e lambiccare accordi europei, che non a curare l’Umanità?

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