Il Meccanismo Europeo di Stabilità e la miopia della sinistra

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Stando alle ultime notizie (scrivo il 23 dicembre) Meloni pensa di firmare il trattato sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, ma con la ferma intenzione di non farvi ricorso. A mio avviso (ma come vedremo non solo mio – anzi!) questa posizione è profondamente errata, per due motivi. Primo. Una volta che il trattato sia entrato in vigore non spetterà più all’Italia decidere se farvi ricorso. Obbedire alle sue clausole sarà una precondizione per eventuali interventi a sostegno delle banche italiane e del debito pubblico italiano; e sarà il direttorio del MES a stabilire se e quando tali interventi saranno necessari, e le condizioni cui l’Italia dovrà sottostare. Queste condizioni saranno facilmente vessatorie, come vedremo. E dal momento che la politica europea è egemonizzata dalla Germania, e che la Germania ha forti conflitti di interesse con l’Italia, è bene che il MES non entri in vigore anche per evitare il rischio di pesanti interventi a danno delle banche italiane e della gestione del nostro debito pubblico. Grecia docet. Secondo. Ma soprattutto questa è forse l’ultima occasione per arrivare a ciò che è necessario: rimettere totalmente in discussione il MES puntando alla sua abolizione. Come è noto, infatti, l’approvazione di un trattato europeo richiede l’unanimità.

Le motivazioni di quanto sopra sono esposte in modo sintetico ma chiaro e convincente nel testo dell’appello che un blog di economisti (più qualcun altro), quasi tutti accademici, ha messo in circolazione in questi giorni (https://www.micromega.net/lunica-riforma-necessaria-per-il-mes/). Ne riporto qui il testo.

L’unica riforma necessaria per il MES è la sua abolizione
L’Italia è rimasto il solo paese a non aver sottoscritto la riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e si moltiplicano le pressioni, interne ed esterne, perché provveda a farlo. Il principale argomento di chi è a favore della ratifica è che il MES è necessario al completamento dell’unione bancaria, perché tra i suoi nuovi compiti c’è quello di intervenire qualora il fondo comune di tutela dei depositi – alimentato da versamenti delle banche aderenti – non sia sufficiente a coprire i costi di una eventuale emergenza.
Come è noto l’unione bancaria non è mai stata completata, ma il motivo non è perché manchi un organismo tecnico. Il motivo è che un gruppo di Paesi ritiene che prima si debba provvedere a una riduzione del rischio, intendendo in particolare che le banche che detengono in quantità rilevante titoli sovrani dei paesi ad alto debito debbano ridurre in modo sostanziale quella parte del portafoglio titoli. Che venga nominata esplicitamente o meno, è l’Italia con le sue banche il principale obiettivo di questa richiesta. Solo una volta che essa sia stata soddisfatta ci sarebbe la disponibilità ad assumersi la condivisione del rischio. Questa posizione ignora pervicacemente che proprio la condivisione ridurrebbe sostanzialmente il rischio, come anche l’ex presidente della BCE Mario Draghi ha spiegato in passato. Al contrario, se le nostre banche fossero costrette a vendite massicce di titoli italiani, tanto più ora che la Bce ha deciso la fine degli acquisti e ha annunciato che inizierà invece a venderli, ciò provocherebbe conseguenze disastrose per il nostro paese, rendendo possibile una crisi dagli esiti imprevedibili. Il completamento dell’unione bancaria non dipende quindi dall’approvazione della riforma del Mes, ma dall’atteggiamento sbagliato e pericoloso di alcuni Paesi, e dati i precedenti è lecito dubitare che questa approvazione sarebbe decisiva.
Ciò detto, giova ribadire che il MES è nato malissimo e riformato peggio. Non si vede perché il compito di backstop per l’unione bancaria debba essere affidato a un organismo al di fuori delle istituzioni comunitarie, di diritto lussemburghese, che per statuto è tenuto a perseguire il solo interesse dei creditori e dunque a non prendere in considerazione – o comunque a mantenere in subordine – gli interessi politici generali. Che avrebbe l’ultima parola nel giudizio sulla sostenibilità del debito di chi vi ricorre, e in caso di giudizio negativo – sulla cui arbitrarietà si può nutrire più di un dubbio – potrebbe imporre politiche di aggiustamento che, come insegna l’esperienza della Grecia, possono essere non solo dolorose, ma anche sbagliate. Quella vicenda ha attribuito al MES una connotazione profondamente negativa, tanto che persino i prestiti offerti durante la pandemia non sono stati richiesti da alcun paese, nonostante la dichiarazione – non assistita, però, da atti formali – che la sola condizionalità sarebbe stata l’utilizzo di quei fondi a scopi sanitari. Per giunta nel testo della riforma sono incluse le regole del Patto di stabilità, quelle che stanno per essere completamente cambiate. Quindi la riforma dovrebbe essere subito riformata per accogliere quelle modifiche.
La sola riforma sensata del MES sarebbe la sua abolizione, e l’attribuzione degli 80,5 miliardi di capitale versati dagli Stati membri a una costituenda “Agenzia del debito” come proposto da Massimo Amato, Francesco Saraceno e altri. Il Governo italiano, anche in seguito a una pronuncia in tal senso approvata dal Parlamento, fa benissimo a non ratificare la riforma. Anche chi non ne condivide minimamente l’impostazione generale, su questo specifico punto lo invita a non cedere alle pressioni e a mantenersi su questa linea.

L’appello è stato messo in circolazione da 34 primi firmatari, tutti accademici tranne due. Gli accademici sono quasi tutti economisti, così come lo sono i due che accademici non sono. Possiamo quindi ammettere che ciò che sostengono i firmatari (l’Italia deve bloccare il MES) poggi su una conoscenza sufficientemente approfondita della problematica ad esso collegata. Ora, tutti i firmatari sono persone di sinistra. Attenzione, non di centro sinistra: forse qualcuno di essi (ma non credo) si colloca nell’area PD, ma in tal caso nella sua ala più di sinistra. In effetti quel testo è nato all’interno di un blog (blogging in the wind) di economisti che si riconoscono in posizioni e scuole di pensiero variegate, ma comunque esclusivamente di sinistra. Sono convinto che fra gli economisti di sinistra nessuno, o al massimo pochissimi, pensino che il MES debba restare in vigore. E che se quei pochissimi esistono la maggioranza di essi ritiene che debba restare in vigore non perché sia una buona cosa ma solo per evitare pericolose rappresaglie.

In sostanza, e semplificando un po’ (ma non troppo), coloro che a sinistra sanno di cosa si tratta quando si parla del MES e della sua riforma criticano Meloni non perché è troppo “sovranista”, ma perché non lo è abbastanza (ho messo “sovranista” fra virgolette per motivi che saranno subito chiari). Questo è conturbante, e per più di un motivo. Vediamo ancora una volta all’opera il cinismo e il dilettantismo del PD, per il quale è fondamentale essere sempre e comunque schierati con l’Europa anche a scapito degli interessi dell’Italia, e anche se, in fondo, ce lo aspettavamo dobbiamo cercare di capire perché il PD è arrivato a questo punto. E vediamo il tradizionale balbettio dei partitini di sinistra (se si cerca “meccanismo europeo di stabilità” sul sito di Articolo1 o di Sinistra Italiana non compare nulla); purtroppo anche questo era prevedibile, ma dobbiamo chiederci perché, e anche perché era prevedibile. Ma soprattutto dobbiamo chiederci perché l’unica opposizione, ancorché insufficiente, a una politica che affonda le sue radici nel neoliberismo più spinto e che non fa mistero di avere come priorità la difesa degli interessi del capitale finanziario a scapito degli interessi dei popoli viene dal Governo più di destra dal 1960. Sono questioni serie, che per loro natura richiedono un lavoro di analisi non dilettantesco, e mi pare che la sinistra non si renda conto di quanto questo lavoro sia necessario.

Personalmente non sono in grado di offrire risposte, e non cercherò di farlo (ma mi permetto di rinviare a un mio articolo appena pubblicato in cui azzardo qualche approfondimento: https://left.it/2022/12/20/forti-con-i-deboli-il-governo-meloni-al-servizio-dei-potenti-unoccasione-per-la-sinistra/). Vorrei invece dire qualcosa sulla questione della contrapposizione fra sovranismo ed europeismo, che il dibattito sul MES chiama evidentemente in causa, e che troppo spesso è troppo dilettantesco. È chiaro che il “sovranismo” è ignobile se vuole dire «teniamo fuori tutti i potenziali migranti»; ma anche l’“europeismo” lo è, se vuole dire «l’Europa ha ragione sempre e comunque, anche quando uccide la Grecia». Ma come dobbiamo valutare la posizione europeista di chi dice «Vogliamo che l’Europa riconosca a livello continentale il diritto/dovere alla solidarietà sancito dalle Costituzioni italiana e francese»? E quella sovranista di chi dice «Non vogliamo il MES, perché esso conferisce a un’istituzione non democratica e di diritto privato di controllare l’economia italiana»? È evidente che i due termini contrapposti, presi da soli, sono sostanzialmente privi di significato, o meglio è possibile assegnare ad essi qualsiasi significato (un po’ come avviene per altri termini abusati, come “libertà” o “riforme”). Quando a sinistra si critica il sovranismo della destra in nome dell’europeismo senza aggiungere ulteriori qualificazioni non si dice nulla nei migliori dei casi, e si dice una sciocchezza nei peggiori, quale quello di cui stiamo discutendo.

Proviamo a incrociare l’asse sovranismo-europeismo con quello, che dovrebbe esserci caro, sinistra-destra. Avremo un sovranismo di destra, che implica un conflitto con l’Europa, che è quello di chi vuole (per esempio) che l’Italia adotti un codice penale che legalizzi la corruzione e consenta l’uso dei contanti ad alti livelli per incentivare l’evasione fiscale. Ma avremo anche un sovranismo di sinistra, che implica anch’esso un conflitto con l’Europa, che richiede che uno Stato possa gestire imprese pubbliche, che i servizi sociali non siano privatizzati, che un paese possa limitare la concorrenza fra le nazioni per difendere i diritti dei lavoratori e che non sia consentito alle imprese nazionali di avvalersi di paradisi fiscali all’interno dell’Unione. Analogamente, esisterà un europeismo di destra, che richiede mano libera al capitale finanziario, il predominio degli Stati forti su quelli deboli (il famoso “alto rischio Italia” può altrettanto bene essere chiamato “basso rischio Germania”: perché allora la Germania dovrebbe volere ridurre il rischio Italia?) e così via. Ed esisterà un europeismo di sinistra, che richiede (o meglio, dovrebbe richiedere) che l’Europa adotti una Costituzione che impedisca la concorrenza selvaggia sul mercato del lavoro e garantisca a livello continentale i diritti fondamentali a una vita dignitosa (una volta si parlava di “Maastricht dei diritti”, suscitando lo sdegno di Prodi), e così via. Avanzare, e tendenzialmente imporre, queste richieste, usando il potere di ricatto dell’Italia, implica ovviamente un livello elevato di scontro con l’Europa.

E quindi? E quindi se vogliamo essere di sinistra dobbiamo essere europeisti di sinistra, e al tempo stesso sovranisti di sinistra; e renderci conto che entrambi questi aspetti della nostra politica implicano un serio conflitto con l’Europa, e che questo conflitto va organizzato e gestito. Ciò richiede preparazione, analisi, impegno – e quindi tempo, tanto più tempo quanto più tardi si comincia. Ma ogni tanto (anzi, molto spesso) capita che la storia non aspetti, e si debba decidere subito. E in questo caso la sinistra dovrebbe decidere, qui ed ora, di contribuire a bloccare il MES. E subito dopo, visto che non lo si è fatto prima, cercare di capire perché se non lo fa è più a destra di Meloni. Su questo solo punto, naturalmente. Ma è un punto molto importante.

Gli autori

Guido Ortona

Guido Ortona, economista, è stato professore di Politica economica presso l’Università del Piemonte orientale. Le sue ricerche hanno riguardato soprattutto le economie di tipo sovietico, l’economia del lavoro e l’economia comportamentale. Tra i suoi libri, da ultimo, I buoni del tesoro contro i cattivi del tesoro (Robin, 2016)

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