La famiglia secondo Meloni: un mix di perbenismo e autoritarismo

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Ci sono parole che sono come dei segnaposti: sai già quel che ti puoi aspettare quando vengono usate pubblicamente. Ancor di più se ad adoperarle è la nostra Presidente del Consiglio. Nella presentazione della sua prima manovra finanziaria – la cui natura in controtendenza con le esigenze del Paese sarà facilmente svelata nei prossimi mesi, come la sua piena continuità volta a rassicurare l’attuale sistemazione neoliberista della UE – ha ribadito che il suo lavoro sarà mosso da «un’attenzione prioritaria a famiglie e imprese». Parole di buon senso, apparentemente. Che rimbombano nei nostri talk show politico televisivi e che vengono spesso ripresi da esponenti di tutti i partiti. Chi mai potrebbe mettere in discussione i feticci della famiglia e dell’impresa? Ma basta poco a capire per chi si sta apparecchiando la tavola e a chi si riservano i posti. Famiglie e imprese, declinate in questo modo, semplicemente non esistono. Sono concetti astratti, costrutti ideologici che rientrano nella tradizione dei Governi che si rifanno all’autoritarismo. Tutti i regimi autoritari si sono retti anche sulla capacità di imporre un’immagine della società del tutto falsa, che mistificando il reale potesse fungere da dispositivo ideologico rispetto a scelte politiche che privilegiano le élites. Cerco di essere ancora più chiaro: il sospetto che nasce dall’uso di queste parole è che il Governo Meloni stia cominciando a costruire una comunicazione politica che ha l’obiettivo di disegnare una società che non esiste che serva a giustificare la stabilizzazione della società che esiste e che è fondata sulle proprie ingiustizie. Un mix di autoritarismo comunicativo e conservatorismo sociale.

Ma stiamo ai termini. Anzi, lasciamo da parte il riferimento alle imprese – categoria la cui ideologizzazione è così evidente da non richiedere troppe riflessioni – per limitarci al riferimento alla famiglia. Che cos’è questa famiglia a cui Meloni si appella? Mi fa lo stesso effetto che aveva il protagonista di Ritorno al futuro quando nel suo viaggio nel tempo incappava in sua madre da giovane. Una roba spuntata da un mondo che non c’è più e che per giunta si dimostra alla prova dei fatti del tutto ipocrita, in cui un uomo e una donna – italiani, ça va sans dire – si uniscono per sempre e fanno molti figli. Anzi fare figli è come la raccolta punti della spesa: più ne fai più hai dei bonus, se poi fai due gemelli valgono di più rispetto a due figli normali. In ogni caso di loro si prenderà cura la madre, ovviamente. Soprattutto, è qualcosa che non esiste se non è istituzionalizzata, preferibilmente in una Chiesa (mentre scrivo queste righe leggo che la Lega l’ha fatto davvero: ha proposto un assegno di 20.000 euro per chi si sposa con rito religioso). La famiglia è un contratto che dà diritto a dei benefits.

Non è necessario ritornare alla vecchia critica alla famiglia come istituzione borghese, che risale a ben più di un secolo fa: per fortuna proprio la sfera delle relazioni è quella sulla quale oggi non mi pare si possa tornare indietro. E infatti la falsificazione messa in atto dalla Meloni è evidente. Non solo perché la sua stessa biografia è testimonianza che la famiglia è altro da ciò a cui dedica attenzione prioritaria. Come lei, buona parte delle famiglie sono composte da due persone adulte (tendenzialmente molto adulte: e il dato non è irrilevante) e da un figlio unico nato in assenza di vincoli formali, al di fuori di un contratto. Ma questa è solo una parte, quella più fortunata, delle famiglie italiane. Le altre parti sono i quarantenni senza lavoro e senza stabilità, alcuni dei quali (non tutti, per fortuna) vorrebbero farsi una famiglia e non possono; le donne a cui si nega qualunque forma di conciliazione tra maternità e lavoro, quelle a cui è negato di fatto il diritto all’autodeterminazione, quelle che si sentono giudicate perché scelgono di realizzarsi senza bisogno di figli; le coppie precarie che non sanno come gestire i propri impegni perché non hanno un welfare adeguato.

Se una conquista fondamentale attraversa solidamente e positivamente questa società è il divorzio, di fatto, tra l’autenticità delle relazioni e il costrutto borghese della famiglia. Oggi c’è famiglia laddove ci sono relazioni fondate sulla scelta libera di una narrazione durevole e comune, mentre la famiglia che Meloni vuole proteggere è fondata quasi sempre su una preventiva sostituzione della storicità delle relazioni con la muta permanenza di un contratto. Un concetto astratto, appunto. Che serve a descrivere una società che non c’è e a nascondere la società che c’è. E che su questa coltre di opacità ricomincia a costruire una società d’altri tempi, in cui la descrizione della società sarà sempre a posteriori, decisa in funzione degli interessi economici di pochi contro i molti. Come è sempre stato in ogni regime a tendenze autoritarie e conservatrici: il dio che rivendicano è l’idolo che è rimasto in mano a una società di atei (i pochi autentici credenti custodiscono un Dio che non ha nulla a che fare con quell’idolo), la patria che impongono è quella che gli italiani si accorgono di avere quando si vince un mondiale (se tutto va bene, bisogna ripassare tra quattro anni, si prega di avere pazienza), la famiglia nient’altro che quella cosa opprimente e violenta da cui per fortuna il sessantotto ci ha liberati (e non mi pare vi sia un solo esponente della destra che non ne abbia approfittato, per fortuna loro).

Ora, questa critica alla Meloni non è l’ultima cosa da fare. Bisogna pure imparare a contendere alcune parole feticcio alla destra. Uno degli ultimi insegnamenti di Paul Ginsborg andava proprio in questa direzione, suggerendo che vi sono politiche della famiglia che oggi si devono rivendicare da sinistra contro questa destra. Nel crollo della sfera politica, le scelte di scrivere storie comuni diventano tanto incerte quanto essenziali. È intorno a queste scelte che si delineano, come ho scritto poc’anzi, processi di esclusione e diseguaglianza reali. Disconoscere l’ideologia della famiglia per rivendicare politiche delle relazioni reali mi pare sia un compito autentico della sinistra: rafforzare un welfare autentico non costringendo la famiglia a diventarne un sostituto necessario, garantire asili nido, contratti di lavoro in grado di lasciare spazi per i mutui compiti riproduttivi, congedi adeguati di maternità e paternità, eliminare le discriminazioni di persone straniere e di altra sessualità rispetto a quelle italiane e eterosessuali, assicurare un’educazione sessuale congrua e che renda capaci di fare scelte responsabili.

Io rivendico il dovere politico di dire che ciò a cui la Meloni dichiara di voler dare attenzione prioritaria è un dispositivo ideologico vuoto che rimuove e anzi penalizza le famiglie reali. Se con le parole si possono costruire mondi falsi, è con quelle stesse parole che si può smascherare il falso e rivendicare la cura della società nei suoi processi reali. È il motivo per cui diffido di ogni populismo, anche di quello che vorrebbe dirsi di sinistra: perché non si possono modificare i processi materiali di cui è innervata una società mistificandoli o chiamandoli con altri nomi. È in nome e per conto di chi si trova materialmente a subire le conseguenze esistenziali di questi processi concreti che dobbiamo rivendicare una politica delle relazioni reali contro l’astratta ideologia della famiglia, che Meloni ci sbatte in faccia col suo perbenismo conservatore e autoritario, inquietante déjà vu di epoche che pensavamo sepolte.

Gli autori

Sergio Labate

Sergio Labate è professore di Filosofia teoretica presso l’Università di Macerata. Tra i sui temi di ricerca ci sono il lessico della speranza e dell’utopia nell’età secolarizzata, la filosofia del lavoro, le passioni come fonti dei legami sociali, la difesa della democrazia costituzionale nell’epoca del suo disincanto generalizzato. È presidente di Libertà e Giustizia. Tra le sue pubblicazioni: “La regola della speranza. Dialettiche dello sperare” (Cittadella 2012), “Passioni e politica” (scritto insieme a Paul Ginsborg, Einaudi 2016), “La virtù democratica. Un rimedio al populismo” (Salerno editrice 2019).

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