Pace: non c’è posto per indifferenti o neutrali

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Una manifestazione “ipocrita”. “Ecumenica”. Volete le prove? «In piazza ci sono tutti, preti e mangiapreti, comunisti e reazionari, liberali e liberisti…». Lo scrive un bravo giornalista, testimone di guerre e crimini di guerra: Domenico Quirico. Come sempre cerco di capire quel che dice e perché lo dice, quale seme di saggezza ci sia nelle sue parole. Questa volta il seme non lo trovo, forse non so cercarlo bene. Forse dovrei cambiare gli occhiali se nella piazza San Giovanni gremita fino all’inverosimile, cioè fino a gran parte del centro di Roma, ho visto un film completamente diverso da quello raccontato da Quirico.

Ho rivisto, per la prima volta in dimensioni tanto eclatanti dopo la settimana del G8 di Genova del 2001, i semi di un altro mondo possibile. L’ho pensato quando ho visto sfilare un drappello di suore con le mascherine sul volto o gli scout ‒ sia quelli cattolici che quelli laici – subito dietro spezzoni di Cgil e appena prima degli attivisti di Emergency, Libera e Legambiente, insieme a quel mondo del volontariato che solca il mare nostrum per salvare vite umane costrette a fuggire dalle loro terre, da guerre e carestie, da odio e fame: le ONG, che per il governo di destra-destra sono nient’altro che spacciatori di clandestini da fermare sul bagnasciuga, meglio se sulla costa sud del Mediterraneo dove altri carnefici si occupano con i nostri soldi e i nostri mezzi di soggiogarli. Ho visto i giovani dell’Anpi e gli ultimi partigiani viventi, testimoni della mostruosità della guerra che hanno visto e combattuto e per questo hanno voluto che nella Costituzione ci fosse scritto che l’Italia la ripudia, la guerra. Ebbene sì, ho visto anche dei comunisti in corteo e qualcuno tra loro osava gridare «fuori l’Italia dalla Nato». Ho visto giovani e anziani, persino bambini e vecchi in carrozzella. Ho visto tanti ambientalisti venuti per spiegare che la guerra fa male, oltre che agli umani, agli animali, agli alberi, all’aria, al clima. Alle coscienze.

Tutti ipocriti? O ingenui, strumentalizzati dalla parola pace che vuol dire tutto e il suo contrario? Servi di Putin? O semplicemente, come dice Quirico, «un corteo a caccia di sogni»? Nel vuoto della politica, nell’eclisse dell’umanità, ai miei occhi, quella distesa di popolo che non ha ancora imparato a definirsi nazione perché detesta i confini rappresenta un’altra Italia, portatrice di solidarietà, valori, umanità. Un’umanità che preferisce la diplomazia ai droni, chiede trattative e non missili. Che si scandalizza ancora e di nuovo alla parola guerra e alla bestemmia nucleare. Il potere dell’amore, recitava un manufatto su cartoncino, contro l’amore per il potere. La pace è come Itaca, è un viaggio come ci ha insegnato Kostantinos Kavafis. Un viaggio da fare insieme con i fratelli e le sorelle che camminavano verso piazza San Giovanni, lo dico da laico, uno che viene segnalato come mangiapreti da contrapporre ai preti. Insieme alle compagne e ai compagni che a Roma, sabato 5 novembre, chiedevano di metter giù le armi: ai russi, agli ucraini; agli americani e inglesi ed europei che generosamente trasferiscono i propri arsenali a Kiev per costruirne di nuovi, più potenti e distruttivi. Compagni e fratelli che chiedono più welfare e meno armi. Sento compagni don Ciotti, i ragazzi di Sant’Egidio, le suore con la mascherina, don Zuppi. Sento fratelli Maurizio Landini, i militanti della Fiom e della Cgil e anche chi, nel deserto della sinistra, potrebbe rappresentare un’oasi, a condizione di imparare qualcosa dall’associazionismo che insieme al mondo cattolico e alla Cgil hanno costruito la piazza di sabato a Roma. Insieme, caro Quirico.

Una piazza che ha problemi con l’occidente? No, caro Ezio Mauro, una piazza che chiede giustizia, lavoro, pane e pace. Chiede democrazia, rappresentanza, contro oligarchie, dittature e liberismo. Forse mi sono distratto, sempre per via delle lenti sfocate, ma di liberisti alla manifestazione ne ho visti pochini. Di foto di Putin e di Stalin non ne ho incrociate. In piazza si parlava anche di povertà, bollette e sfruttamento selvaggio dei lavoratori: che male c’è? O si pensa che non ci siano nessi tra liberismo e guerra? La guerra è il frutto dell’albero del liberismo.

Ho letto le cronache sui giornali, ho ascoltato telegiornali e commenti. Dicevano che sabato ci sono state due manifestazioni, una a Roma di centomila, o forse ottantamila, o magari cinquantamila “strumentalizzati” dal truce Conte, idealisti ingenui mescolati a feroci putiniani e un’altra a Milano, solo mille ma buoni e blasonati e ben diretti. Il Pd, per non farsi mancare niente, era sia nella piazza che nella piazzetta. Sia con chi dice che per fare la pace bisogna deporre le armi che con chi dice “si vis pacem para bellum”. Come a dire che uno vale uno, uno nessuno centomila. Nella piazzetta milanese un giovane rappresentante degli studenti medi dal palco ha detto l’opposto di quel che studenti medi e universitari gridavano a Roma. Ha detto: «Vogliamo la Russia che perde sul campo di battaglia, se necessario la Russia va distrutta». Ha detto proprio così, il moderno Napoleone lanciato alla conquista di Mosca, per la gioia di Renzi e Calenda, di Moratti e Cottarelli.

Tutto viene letto dai grandi media in chiave politicista, l’attenzione non è sul martoriato popolo ucraino, sui cittadini del Donbass bombardati da otto anni, non è sull’opposizione pacifista russa perseguitata ma sul futuro candidato a presidente della Lombardia. Nelle cronache sulla piazza di Roma si parla del “pericoloso” sorpasso di Conte su Letta, si fanno scommesse sul futuro segretario del Pd. Mentre a Kherson si muore e a Mosca si va in galera. Meloni, in buona o pessima compagnia, insieme alla piazzetta di Milano, vuole vincere la guerra, il corteo a caccia di sogni vuole farla cessare. Tre italiani su quattro sono contrari a inviare altre armi a Kiev, peccato che a ministro della difesa sia stato promosso un mercante d’armi. E che al Viminale comandi uno che chiama “carico residuo” i migranti che non siano bambini, partorienti o moribondi, cioè avanzi da ributtare nella pattumiera del Mediterraneo.

Di qua o di là: non c’è spazio per indifferenti (rileggere Gramsci) e neutrali (ascolta don Ciotti).

Gli autori

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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2 Comments on “Pace: non c’è posto per indifferenti o neutrali”

  1. sabato scorso c’ero anch’io alla bella manifestazione per la pace e condivido che li c’erano i semi per l’edificazione di un mondo migliore; ma i semi non bastano, bisogna coltivarli con un’informazione libera autonoma e indipendente, cosa che attualmente è lontana dall’esserlo, e lo sarà fin quando non si approverà una seria legge sul conflitto d’interesse e un altrettanto seria riforma della RAI affinché si riduca notevolmente il potere dell’informazione attualmente appannaggio di “lorsignori”. Perché si possa avverare tutto ciò il mio piccolissimo contributo consiste nel disertare le urne fino a quando non ci sarà un movimento o partito nuovo o vecchio non importa, che proporrà, in modo assolutamente irrinunciabile e inemendabile, ripeto, una seria legge sul conflitto d’interessi ed una seria riforma RAI.

  2. Bravo Loris. A piazza San Giovanni abbiamo capito le stesse cose. Come tu ben sai, ho passato metà della mia vita a spiegare ai compagni che gli Stati Uniti non mangiano sempre i bambini e la metà succesiva a spiegare spesso agli stessi compagni che spesso li mangiano.
    Ci siamo reincontrati.

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