Il Pd e l’alibi delle poltrone

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«Quando questo Governo cadrà […] dovremo chiedere le elezioni anticipate, nessun Governo di salute pubblica. Noi oggi cominciamo un percorso congressuale ma questo è intimamente connesso al lavoro di opposizione che da oggi comincia, […] perché il mandato che ci ha dato il voto è quello di guida dell’opposizione». Così Enrico Letta, nella veste di segretario uscente, alla direzione nazionale del Partito democratico del 6 ottobre scorso. Parole salutate con generale favore dai commentatori, come segnale della, tardiva ma necessaria, presa d’atto dell’errore che avrebbe reso invisi i democratici persino a tanti dei loro elettori: l’essersi trasformati nel partito delle poltrone, sempre al governo dal 2011 a oggi, con la breve eccezione del primo esecutivo guidato da Conte. Sempre al governo, dunque, sebbene sempre sconfitti alle elezioni: a dimostrazione di un’attitudine al gioco di palazzo tanto spregiudicata da essersi, infine, trasformata in una trappola per i suoi stessi fautori.

C’è del condivisibile, in questa lettura, che raramente viene, tuttavia, condotta sino alle sue logiche conseguenze: vale a dire, alla presa d’atto che il vuoto in cui oramai si muovono i partiti politici è così spinto che senza risorse di potere governative (nemmeno più parlamentari: governative) a cui ancorarsi sono ridotti alla condizione di un palloncino che vaga per il cielo in balia dei venti. E, più di tutti, proprio il Partito democratico, nato, per esplicito disegno del suo fondatore, come partito leggero.

Ma c’è anche del discutibile, in questa lettura, che prova, nello stesso tempo, troppo e troppo poco. Prova troppo, perché non è vero che in un sistema parlamentare, com’è il nostro, le elezioni servono a sancire vincitori e vinti. Le elezioni servono a eleggere il Parlamento, non il Governo, e qualsiasi governo nato nel corso della legislatura è legittimo tanto quanto quello nato subito dopo il voto, alla sola condizione che goda della fiducia del Parlamento. È il modo in cui ordinariamente funzionano i regimi parlamentari. Le elezioni registrano il consenso, crescente o calante rispetto alla volta precedente, di cui godono i partiti politici e, dunque, la consistenza parlamentare con cui potranno dar sostegno alle proprie idee. Dopodiché, si tratta di fare politica: di creare convergenze e alleanze, di sfruttare contraddizioni e debolezze altrui. Certo, una legislazione elettorale compatibile con il quadro costituzionale aiuterebbe, a partire dal riconoscimento che nessuna democrazia garantisce la creazione di una maggioranza assoluta per la durata della legislatura. Nessuna: non la Spagna, non la Germania, non il Regno Unito; e nemmeno i sistemi presidenzialisti come la Francia e gli Stati Uniti d’America. Quella di conoscere il governo «la sera stessa delle elezioni» è un’ossessione tutta italiana, che ci condanna, da anni, ad avere governi sostenuti da forze politiche espressione di una minoranza degli elettori e – caso unico al mondo – ad aver avuto ben due leggi elettorali incostituzionali (per violazione del principio di uguaglianza) e tre parlamenti eletti incostituzionalmente.

La tesi delle poltrone prova, tuttavia, anche troppo poco, perché enfatizzare la vocazione governista del Pd, imputandole la spiegazione dell’insuccesso alle elezioni, è un alibi assai comodo alla dirigenza di quel partito per non dover rispondere delle politiche realizzate, o non realizzate, durante il decennio passato al governo. Se i ministri democratici fossero stati in tutto questo tempo impegnati in una lotta radicale alle diseguaglianze sociali, alla povertà dilagante, al lavoro precario e sottopagato, alla disoccupazione (specie giovanile), al sottofinanziamento dei diritti sociali (la sanità, l’istruzione, la casa, i beni culturali), all’evasione fiscale, alla devastazione dell’ambiente e del paesaggio, al cambiamento climatico: siamo sicuri che il risultato elettorale sarebbe stato ugualmente insoddisfacente?

Il punto non è essere stati troppo a lungo al governo: è essere stati troppo a lungo al governo avendo essenzialmente il fine di rimanere al governo per perpetuare l’esistente, senza la minima volontà e capacità di affrontare le emergenze sociali e ambientali che minacciano il nostro futuro e che pure sono ben note, ben studiate e, oramai, anche ben “corredate” di possibili soluzioni. Sarà banale, ma alla fine non è tanto questione di segretari, di nomi, di simboli o di poltrone: è questione di politiche. La domanda è: riuscirà il Pd a farne il tema centrale del suo prossimo congresso?

Gli autori

Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Tra i suoi temi di ricerca: il fondamento di validità delle costituzioni, il rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari, l’autonomia regionale. In vista del referendum costituzionale del 2016 ha collaborato con Gustavo Zagrebelsky alla scrittura di "Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali" (Laterza 2016). Da ultimo, ha pubblicato "Contro la democrazia diretta" (Einaudi 2020) e "Elogio delle tasse" (Edizioni Gruppo Abele 2021). Collabora con «il manifesto».

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One Comment on “Il Pd e l’alibi delle poltrone”

  1. Emblematica fu la telefonata: “Abbiamo una BANCA” fu l’errore politico fondamentale perché significò siamo in grado di partecipare con sapienza alla produzione denaro. Certo il mondo funziona così ma funziona male. La produzione fondamentale è quella dei beni richiesti da chi capace di pagarli al prezzo più remunerativo non per far vivere meglio la comunità umana! E allora la politica si adegua. Ma che conti tu che non puoi nemmeno pagarti una pagnotta? Se ci industriamo a produrre beni meglio vendibili potremo pensare anche a te regalandoti un po’ di EURO per le tue necessità! ma questo che centra con la politica è la democrazia? La DEMOCRAZIA è ESSENZIALE per far girare la logica MONDIALE nel miglior modo POSSIBILE! Ma per chi?

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