Le parole sbagliate della sinistra

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Un segno della sconfitta storica della sinistra ‒ si intende tutto ciò che è riconducibile alla storia del movimento operaio ‒ è rintracciabile anche nel lessico usato dai suoi molteplici, frammentati e frastornati epigoni.

Facciamo qualche esempio, iniziando con una parola molto abusata da un po’ di tempo a questa parte: “persona”. L’umanità è fatta di “persone”, evidentemente. Ma non tutte le “persone” stanno allo stesso modo nella società e, soprattutto, nei rapporti di produzione. Ci sono “persone” che accumulano grandi ricchezze sfruttando il lavoro altrui e persone che per vivere devono vendere la propria forza-lavoro. È ancora così, per quanto lo si voglia negare, da quando il capitalismo industriale ha soppiantato la società feudale. Carlo Marx: «Il lavoro è una merce, che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere» (in Lavoro salariato e capitale, postumo, 1891). Più genericamente, ci sono “persone” con conti in banca milionari e “persone” che non riescono a mettere insieme il pranzo con la cena. A ben vedere, quindi, ci sono le “persone” e poi le “classi” a cui le “persone” appartengono. Nel recente passato, la “sinistra” ha fatto delle campagne elettorali (penso ad esempio alle elezioni europee del 2014) all’insegna dello slogan “prima le persone”. Si voleva intendere che le “persone” vengono prima della finanza e dell’equilibrio dei conti pubblici. Ma anche gli speculatori di borsa e i manovratori di fondi speculativi, i rentiers della finanza, i banchieri, sono “persone”. Il finanzcapitalismo (felice locuzione di Luciano Gallino) non è una macchina impersonale: è un nuovo assetto del capitalismo globalizzato (per quanto, ancora?) dove un pugno di “persone” ha il potere di imporre il “come” e il “cosa” produrre, “come” e “cosa” consumare, spesso in spregio all’ambiente, solo per il miglior guadagno nel più breve tempo possibile. Di questo sistema, viceversa, la stragrande maggioranza delle “persone” del pianeta ne fa le spese, con povertà, insicurezza, disoccupazione, precarietà, con i rischi per la propria salute. Quali di queste “persone” verrebbero “prima”, or dunque?

Per la stessa ragione non ha senso parlare di “bene comune”, un’altra locuzione entrata a far parte del corredo linguistico della “sinistra”, fuorviante tanto quanto la parola “persona”. In una società divisa in classi, la politica può fare il “bene” al tempo stesso di chi sfrutta il lavoro e di chi è sfruttato? Di chi possiede grandi patrimoni e paga poche tasse e di chi le tasse non le paga perché non ha né reddito né patrimoni? No, perché fare il “bene” di chi sta sotto significa togliere a chi sta sopra. A meno che per “bene” non si intenda un qualcosa che suoni come opera di redenzione per chi ha accumulato ricchezze ingiustamente, secondo uno spirito per così dire “evangelico”. Ti tolgo parte della ricchezza che hai accumulato o ti impedisco di sfruttare gli altri “per il tuo bene”, per redimere la tua anima. Ma siamo su un terreno che non ha niente a che fare con la politica. Adam Smith, nella Ricchezza delle nazioni (1776), meno ipocritamente scrisse: «Non ho mai avuto occasione di costatare il bene fatto da coloro che affermano di operare per il bene comune». Certamente sbagliava nel sostenere che l’uomo lasciato libero di perseguire egoisticamente il proprio interesse avrebbe potuto fare, ancorché non intenzionalmente ma sospinto da una “mano invisibile”, anche il bene della comunità. Nondimeno, anche le sue considerazioni sul capitalismo nascente, sulla funzione sociale dell’egoismo individuale, finirono per aprire, senza volerlo, la strada alle teorie del dissenso e a una più matura analisi di classe della società. Beninteso, altra cosa è la declinazione al plurale di questa locuzione: i “beni comuni”. In questo caso, parliamo di risorse, naturali e sociali, che per le loro intrinseche caratteristiche e funzioni non dovrebbero essere sottomesse alla logica del mercato e del profitto (acqua, cultura, arte, sanità).

Che dire poi del riferimento sempre più frequente, quasi meccanico, al binomio “famiglie” e “imprese”, quali elementi costitutivi del sistema economico? Un caso di introiezione, più o meno inconsapevole, di categorie tipiche dell’ideologia dominante, spacciata per “scienza” economica. In qualsiasi manuale di economia politica, dalle scuole superiori all’università, viene spiegato che il sistema economico è dato dall’insieme dei soggetti che svolgono attività economica. Questi sono, per l’appunto, le “famiglie”, le “imprese” e lo Stato (e il resto del mondo). Le prime decidono come e quanto spendere, le seconde come e cosa produrre, il terzo, detentore della sovranità, sovrintende allo svolgimento ordinato della vita economica e sociale. Ne viene fuori uno schema di società basato essenzialmente sul rapporto tra chi produce e chi consuma, con il mercato che fa da “terreno di gioco”. Secondo questo schema, convenzionalmente chiamato “neoclassico”, l’imprenditore persegue la massimizzazione dei profitti, tenuto conto dell’insieme delle tecniche accessibili e dalla struttura di mercato in cui opera, mentre il consumatore tende a soddisfare massimamente i suoi bisogni, tenuto conto dei limiti imposti dal proprio reddito. Per quanti beni e servizi il consumatore possa desiderare, è con i soldi che ha in tasca che deve fare i conti. Il che presuppone scelte oculate nell’“allocazione delle risorse” a disposizione. Una questione di “equilibrio”, la parola magica della teoria economica dominante. Come si può notare, in queste lettura delle relazioni economiche non ci sono differenze di classe, né riferimenti al rapporto conflittuale tra capitale e lavoro. Da un lato chi produce, dall’altro chi compra, ovvero le “famiglie”. Va da sé che quantunque si volesse accettare questa fotografia della società, la prima obiezione da fare sarebbe questa: non esistono sul piano economico “famiglie” in senso astratto, ma nuclei familiari i cui membri, singolarmente, occupano una loro posizione nella struttura di classe della società. Possono esservi “famiglie” omogenee, i cui membri, ad esempio, sono tutti operai o braccianti o imprenditori, ovvero famiglie eterogenee in cui possono convivere piccoli imprenditori e operai, professionisti e braccianti, occupati e disoccupati. E nella maggior parte dei casi, le differenze di reddito, quello considerato come “vincolo” dai neoclassici, altro non sono che espressioni della differenza di classe. Classe intesa come un insieme di individui occupanti il medesimo posto nel meccanismo di produzione sociale e, conseguentemente, nel rapporto con i mezzi di produzione. Carlo Marx: «Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali» (in Per la critica dell’economia, 1859).

Persone, bene comune, famiglie. A ben vedere, un mix di interclassismo di impronta cattolico-conservatrice e di ideologia neoliberista, che ha eroso l’egemonia del pensiero critico di matrice marxiana, proprio della sinistra. Nondimeno, per quanto si voglia insistere su «i tempi sono cambiati», «la società di oggi è più complessa», «le classi non ci sono più», «la classe operaia non c’è più», è la realtà ad incaricarsi di validare, ancora, una lettura di classe dei rapporti economici e sociali. Classe e conflitto. In una fase storica dove il “lavoro salariato” è tutt’altro che scomparso. Piuttosto, è più frammentato, precarizzato, atomizzato. E più sfruttato. In un processo di proletarizzazione che ha coinvolto gran parte del ceto medio e il mondo delle professioni. Corsi e ricorsi storici. Friedrich Engels: «La piccola borghesia va scomparendo di giorno in giorno. Essa era un tempo la classe più stabile, è diventata ora la più instabile. Ormai è costituita da pochi ruderi del passato e più della metà vive solo di fallimenti» (in La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845).

Stiamo parlando del risultato di una lunga lotta di classe alla rovescia, condotta, con successo, dal grande capitale contro il lavoro. Lotta di classe e guerra ideologica: ciò che ha determinato, insieme al peggioramento della condizione materiale di vita e di lavoro delle classi subalterne, una nuova scissione tra «classe in sé» e «classe per sé», per rimanere alle categorie classiche. Il capitalismo come destino ineluttabile, allora? Nient’affatto. Nelle nostre società, al netto di tutti i mutamenti sociali intervenuti negli ultimi quarant’anni e più, oltre il sessanta per cento della popolazione è composta ancora da lavoratori salariati. Moderni proletari che, come i loro antenati di un secolo e mezzo fa, ottengono mezzi di sussistenza vendendo, alle condizioni del capitale, la propria forza-lavoro (manuale o intellettuale). La «classe in sé». «Questi lavoratori ‒ scrive il fondatore della rivista Jacobin Bhaskar Sunkara ‒ sono differenti tra loro e divisi come non mai, ma hanno ancora il potenziale per intimidire il sistema e ottenere conquiste concrete. Non possiamo avere politiche di emancipazione interne al capitalismo che non ruotino attorno a quella classe che, con il proprio lavoro, fa funzionare il sistema. I socialisti devono emergere da quella classe lavoratrice, devono cercare di creare una cultura politica attorno a questa classe e devono mobilitare i lavoratori. E non devono certo sostituire la classe con qualcos’altro» (in Manifesto socialista per il XXI secolo, 2019). La «classe per sé». Una conclusione molto condivisibile. Si può aggiungere soltanto che la “classe” non va sostituita “con qualcos’altro” nemmeno nel linguaggio dei nuovi socialisti. Anche le parole sono armi. Il grande capitale l’ha compreso più di mezzo secolo fa.

Gli autori

Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica". Tra i suoi libri più recenti: "Metamorfosi del denaro" (manifestolibri, 2020).

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5 Comments on “Le parole sbagliate della sinistra”

  1. Non so da dove Pandolfi tiri fuori il dato secondo cui “oltre il 60% della popolazione è composto ancora da lavoratori salariati”, visto che, ci dice l’ISTAT, (http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=12581) gli OCCUPATI in Italia sono 25.552.000, ovvero il 41,6% della popolazione. Forse Pandolfi intendeva “oltre il 60% degli OCCUPATI”. Ma anche così i conti sono ben lontani dal tornare, visto che gli addetti al settore manifatturiero (quello in cui si concentra la maggior parte dei “salariati”) sono 6.075.000. Dai quali andrebbero detratti tutti coloro che vi operano come non-salariati (dirigenti, impiegati, ecc.); e, al contrario, aggiunti i “salariati” operanti nel nutritissimo (18.588.000!) settore dei servizi, regno di coloro che percepiscono non un salario ma uno “stipendio” (impiegati pubblici e privati, infermieri, insegnanti, ecc.) ma oggi anche precari (riders, ecc.). Difficile valutare quanti siano, ma difficilissimo pensare che rappresentino la metà degli occupati nei servizi. Ma, al di là del complesso e manipolabile gioco dei dati statistici, ciò che emerge è l’assoluta incapacità di Pandolfi di comprendere l’importanza di quella “spregevole” piccola borghesia, di quel ceto medio da noi sempre lasciato al monopolio del conservatorismo/reazionarismo, e che tante volte (1919-22, 1948, 1994) ce l’ha messo nel fracco. Operaisti pandolfiani di tutto il mondo, preparatevi alla prossima sconfitta.

    1. Parliamo di popolazione “attiva” (mio errore non specificare che sono esclusi bambini e anziani, ma lei poteva arrivarci lo stesso) e non solo di manifattura classica e “operai” in senso stretto (privo di senso il rapporto tra occupati e “tutta” la popolazione, 60 milioni di persone, che lei propone). Se le piace di più, possiamo comunque parlare di “lavoratori subordinati” e “parasubordinati” (anche disoccupati che passano da un lavoro subordinato/salariato ad un altro), tra i quali si possono annoverare anche professionisti. In tutti i casi, ciò che è comune è il rapporto con i mezzi di produzione e l’eterodirezione del lavoro. Per quanto riguarda “l’assoluta incapacità”, passo.

      1. I professionisti, immagino si intendano i “liberi professionisti”, non sono affatto né subordinati, né parasubordinati. L’incapacità di comprendere la figura professionale del libero professionista da parte della sinistra (tanto politica-partitica, quanto sindacale) è alla base del successo della destra nel proporre politiche rivolte a questa ingente classe di lavoratori.
        Se ne comprende d’altronde il motivo: sfugge alla dicotomia classica lavoratore/padrone, e quindi non è utile alla costruzione di quella narrazione della società che traspare anche dalle righe che propone Pandolfi.
        Sono convinto che o si accetta la complessità della società contemporanea, anche abbandonando le categorie storiche del marxismo, per proporre un modello di società che maggiormente consideri le particolarità del mondo contemporaneo (e in questo si potrebbe partire dal lavoro portato avanti da Shoshana Zuboff) oppure continueremo ad inseguire il ricordo di un passato che emoziona i cuori ma non è utile alla soluzione dei conflitti del presente.

    2. Meglio cavillare e spostare i termini del problema? Mi sembra il modo migliore per la bella politica democratica; chi vince governa e fa quello che vuole per mantenere la maggioranza! Soffrite? Ma di che cosa vi lamentate, siete una piccola minoranza, essenziale per convincere chi sta un po’ meglio, che continui a votarci per continuare nelle proprie consuetudini di esistenza. Nessuno disturbi il guidatore! Ma il viaggio è lungo, c’è gente in piedi con le ginocchia doloranti! Ma tanti, seduti in comode poltrone! Gli altri si diano da fare, aspettino che gli altri scendano per prenderne il posto! E se la loro fermata è prima? Bene, ci faranno largo!

  2. Nel gioco della vita chi non ha interessi personali non è mai sconfitto.

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