L’ossessione di Letta: garantire lo status quo

image_pdfimage_print

Dunque, non ci sarà nessun fronte costituzionale. Alla possibilità (variamente declinabile) di una coalizione “tecnica” non politicamente omogenea, ma pensata per impedire a una destra di matrice fascista di mettere le mani sulla Costituzione antifascista (unica soluzione consentita da questa immonda legge elettorale), si è preferita una piccola alleanza di centro-destra imperniata su quella che ora si chiama Agenda Draghi (cioè lo stato delle cose: l’unica costituzione che sta davvero a cuore). La responsabilità di questa scelta scellerata, e delle sue conseguenze, ricade sul Pd di Enrico Letta.

Il patto leonino (dove il leone non è il Pd…) che Letta aveva stipulato con Azione di Carlo Calenda, prodotto social-mediatico dai contorni grotteschi, è infine saltato solo per l’ambizione egotica di quest’ultimo, tentato all’ultimo momento dalla costituzione di un terzo polo (verosimilmente con Italia Viva di Renzi). Ma rimane, nero su bianco, l’accordo con un Calenda che scriveva su twitter «l’agenda Draghi è il perno di quel patto e tale rimarrà» e ancora «atlantismo, supporto all’Ucraina, anche bellico, sono pilastri valoriali tanto nostri quanto del PD». Atlantismo incondizionato e armato, crescita non sostenibile, propensione al presidenzialismo. L’adesione (pregressa) di Articolo 1-Mdp e quella (successiva) di Sinistra Italiana a quel patto fornivano striminzite foglie di fico a sinistra, riducendo questi piccoli soggetti politici ad agenzie di collocamento per i loro gruppi dirigenti. In questo senso, l’addio al Parlamento di Pierluigi Bersani e il voto contrario di Luciana Castellina sottraggono provvidenzialmente due figure carismatiche a un ben triste epilogo. E il giudizio purtroppo non cambia dopo il recesso di Calenda, che anzi è riuscito paradossalmente ad apparire più coerente di Fratoianni e Bonelli, dispostissimi a partecipare a una coalizione esplicitamente imperniata sull’Agenda Draghi.

Ora, non solo questa piccola alleanza politica di destra (Più Europa)-centro (Pd)-sinistra (Articolo Uno-Sinistra Italiana-Verdi) non governerà il Paese, ma di fatto consegnerà governo e Costituzione nelle mani di una coalizione à la Orban. L’unica spiegazione di quello che appare un suicidio collettivo è la ferma volontà di Letta (condivisa o subìta dai suoi alleati) di non stringere nemmeno un’alleanza tecnica con il Movimento 5Stelle di Giuseppe Conte.

Ora, la ragione di questa cieca avversione non è, come si vorrebbe, la caduta del governo Draghi (dovuta innanzitutto alla scelta insensata di chiedere la fiducia sull’inceneritore di Roma, e prima a quella di teleguidare la scissione di Di Maio), ma a qualcosa che sta a monte: e cioè alla presa d’atto, da parte del blocco sociale cui Letta risponde, dell’“inaffidabilità” di Conte: anzi di una sua, quasi antropologica, estraneità. Per quanto moderati siano stati gli scostamenti dell’“avvocato del popolo” dal binario unico predicato dall’establishment (dal reddito di cittadinanza al decreto dignità, dall’opposizione a un atlantismo cieco e al riarmo fino alla sconfessione del greenwashing di Cingolani…) e nonostante i suoi cedimenti (il cui più grave fu la sottoscrizione dei decreti sicurezza di Salvini, ispirati alla linea Minniti), Conte è avversato, odiato, attaccato come il pericolo pubblico numero uno. E cioè come un pericolo più grave dell’arrivo al governo di Giorgia Meloni. Quel che conta, insomma, è l’ordine economico-sociale: intoccabile e sacro. Laddove la democrazia è invece materia negoziabile: secondo una tradizione secolare per la quale alla fine la borghesia italiana si allea sempre con la destra estrema.

Questo, mi pare, è il vero significato politico dell’operazione di Letta, nata per difendere con unghie e denti la costituzione materiale, prefigurando una piattaforma pattizia da proporre all’estrema destra al governo. Il Corriere della sera, con Angelo Panebianco, lo preconizzava già a maggio: «Ci fu un momento nella Firenze del tardo Duecento in cui il legato pontificio riuscì a costringere guelfi e ghibellini a governare insieme la città. Un po’ per celia e un po’ sul serio ci si può chiedere se dalle parti della curia romana ci sarà qualcuno così autorevole da convincere i due partiti che saranno probabilmente più votati alle prossime elezioni, Pd e Fratelli d’Italia, a governare insieme. Dal momento che, grazie all’intelligenza e al coraggio dei loro leader, essi si sono schierati – senza riserve mentali – dalla stessa parte (quella occidentale) in questa guerra». Ora, la curia in questione non è romana: semmai americana. L’accreditamento atlantico di Fratelli d’Italia, i paterni consigli di Mario Draghi a Giorgia Meloni sui nomi di alcuni ministri-chiave (quelli utili a mettere in sicurezza la crescita insostenibile, ma dipinta di verde, del PNRR) e alcuni segni evidenti nel mondo mediatico inducono a leggere la manovra di Enrico Letta in questo senso.

L’antifascismo strumentale riscoperto in queste settimane sarà rapidamente archiviato in nome dei comuni interessi (il lodatissimo Crosetto, presidente della federazione dei produttori di armi, è il ponte naturale per l’intesa): non forse fino a un governo Pd-Fdi (a meno che a guidarlo non sia Draghi,), ma assai probabilmente fino a una riforma della Costituzione che tenga insieme il presidenzialismo caro all’estrema destra (ma anche a Renzi, Calenda e a parti importanti dello stesso Pd) con l’orribile autonomia differenziata (fortemente voluta anche dai governatori Pd, con in testa l’ineffabile Bonaccini). Non per caso Repubblica, dopo aver dato voce al giudizio radicalmente critico di Gustavo Zagrebelsky sul presidenzialismo, si è affrettata a proporre le aperture presidenzialistiche dell’eterno Sabino Cassese: la strada è ufficialmente aperta. È evidente che questo patto tra le due destre, l’Agenda Draghi e la Fiamma di matrice fascista, è il punto d’arrivo del costante spostamento a destra del quadro politico e del senso comune: il Pd sta solo pavimentando l’ultimo tratto di una strada che ha, in tutti questi anni, pervicacemente costruito. Come sempre, dai tempi della Bicamerale, ci diranno che nell’interesse del Paese bisogna costituzionalizzare la destra, portarla nel sistema, imbrigliarla. Ci diranno che la crisi economica, lo spread, la pandemia e la guerra impongono una nuova unità nazionale.

Piaccia o no, e al netto di errori gravi e a volte imperdonabili, è anche evidente che questo scenario nero ha oggi un solo nemico rilevante: il Movimento 5Stelle di Conte, verso il quale vige una nuova conventio ad excludendum che lo riporta, forse perfino suo malgrado, al ruolo originario di forza anti-sistema.

Gli autori

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

Guarda gli altri post di:

3 Comments on “L’ossessione di Letta: garantire lo status quo”

  1. È sempre molto interessante il rimaneggiamento degli articoli già usciti sul Fatto Quotidiano in una versione, ma qui in un’altra.

    C’è fin troppa benevolenza nel voler trovare un risultato nell’operato del M5S a netto di chilate e chilate di errori… tutto il governo trascorso assieme alla lega è stato terrificante. I decreti immigrazione, l’episodio della nave Diciotti…
    Una macchia che resta. Una classe dirigente che è vapore acqueo come sostanza.

    1. Kg e kg di cose fatte anche bene…che nessuno in 30 ha mai voluto fare…ne a destra né a sinistra….quindi ben venga chi tra tante cose buone ne fa qualcuna storta…sempre meglio che stare a guardare….e non fare nulla….

  2. Giusto preoccuparsi dei pericoli che corre la nostra Costituzione in caso di vittoria delle destre.
    Dimentichiamo però che la nostra Costituzione in quest’ultimo periodo è già stata oggetto di molte ferite; pensiamo alla sospensione di molti diritti , primo fra tutti il diritto al lavoro, diritti di libertà, di manifestazione del pensiero ecc.. Tutti diritti stracciati a colpi di ordinanze, DPCM e voti di fiducia.
    Idem con questa “crisi” di governo.
    Perché Mattarella si è precipitato a sciogliere le Camere? Possibile che insieme a Draghi non sia riuscito a trovare il modo di evitarlo?
    Molti sono in vacanza e le nuove formazioni incontrano enormi difficoltà nella raccolta firme: si può firmare solo nel territorio di residenza e per una sola lista! Rischiano così di essere escluse.
    Questa non è una competizione alla pari! Dove sta il rispetto delle minoranze che è alla base di ogni democrazia?
    E’ molto grave non solo e non tanto per le nuove liste, ma soprattutto per noi cittadini che non abbiamo piena libertà di esprimerci o dovremo “rassegnarci” a votare i partiti tradizionali. O a non votare.
    Per Letta, Meloni, Calenda e Co. anche se andasse a votare solo il 20% dei cittadini per loro cambierebbe qualcosa? Non sentirebbero nemmeno l’umiliazione di essere stati votati da molti che si saranno turati il naso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.