Il cuneo fiscale e l’oca dalle uova d’oro

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I salari in Italia sono troppo bassi e l’inflazione ne sta erodendo il potere d’acquisto? Tranquilli, si può sempre fare un “taglio shock” al cuneo fiscale. Parola di Enrico Letta, segretario del PD. No, i salari non si possono aumentare, ci rimetterebbero i profitti delle imprese. Come si fa a chiedere alle imprese sacrifici in questo momento? Le imprese “creano” il lavoro, ma per adempiere a questa missione devono poter contare su uno Stato “amico”. Lo diceva pure Keynes, che non era certamente un liberista: «Non dobbiamo affamare l’oca che depone le uova d’oro prima di aver scoperto come rimpiazzarla». Che voleva dire? Che se si forzano gli imprenditori a pagare salari più alti, la conseguenza potrebbe essere un loro abbandono dell’attività o, comunque, una riduzione della produzione. Col risultato di un’ecatombe di posti di lavoro. Meglio «porre una tassa sulle sue uova», concludeva nondimeno l’economista inglese. Intendendo chiaramente per “uova d’oro” i profitti dei capitalisti. Ma questa parte del ragionamento i capitani coraggiosi dell’industria italiana non la ricorderanno mai, comprensibilmente.

La tesi di Lord Keynes poteva apparire, a prima vista, perfino ragionevole: non deprimiamo lo spirito di impresa chiedendo retribuzioni elevate, ma a valle tassiamo adeguatamente i profitti per migliorare la condizione di vita delle masse popolari (funzione redistribuiva dello Stato). Non era una tesi ragionevole, ma aveva una sua logica: i lavoratori avrebbero accettato salari più bassi in cambio di un aumento della spesa statale «per salute, svaghi, educazione e facilitazioni per viaggi». Cosa c’entra tutto questo con la questione del taglio del cuneo fiscale? Che con esso le imprese la fanno franca sia a monte che a valle, mentre i lavoratori rischiano di perdere in termini di prestazioni di welfare quello guadagnerebbero come netto in busta paga.

Ma intanto, che cos’è il cuneo fiscale? Molto semplicemente, la differenza tra lo stipendio lordo versato dal datore di lavoro e la busta paga netta ricevuta dal lavoratore. Quando ne parlano le imprese, i partiti di sistema e i media mainstream, la cosa viene messa così: l’Italia è uno dei Paesi europei con il più alto cuneo fiscale (davanti a noi solo Francia e Germania). Nel 2021, secondo l’Ocse, ammontava a circa il 46% delle retribuzioni lorde. La parte maggioritaria è data dai contributi previdenziali (23,8% per il datore di lavoro, il 9% circa per i lavoratori), il resto lo fanno le tasse. Quindi, se i salari sono bassi la colpa è dello Stato, che costringe le imprese a dirottare una parte dei soldi dei lavoratori verso la previdenza e i lavoratori a pagare le tasse su quello che guadagnano. Se non ci fossero contributi e tasse da pagare, insomma, i lavoratori guadagnerebbero di più. Inutile ricordare che senza contributi e tasse non ci sarebbero né pensioni di anzianità né Stato sociale. Ma tant’è. Ci sono teorie economiche ancora in auge secondo le quali si può parlare di piena occupazione anche in presenza di milioni di disoccupati (la famosa “disoccupazione naturale”)!

Ma torniamo al cuneo: che significa tagliarlo? Che lo Stato si accolla in parte o in tutto gli oneri previdenziali e fiscali (contributi, Irpef, addizionali) di competenza del datore di lavoro o del lavoratore o di entrambi. In pratica è come se lo Stato si sostituisse all’imprenditore e/o al lavoratore nel versamento a se stesso o alle casse previdenziali di contributi pensionistici, tasse e addizionali comunali e regionali sulle imposte dirette. Si può dire anche in un altro modo: lo Stato rinuncia a una parte del gettito, lasciandolo nei portafogli di imprenditori e lavoratori. Ma questi soldi deve trovarli da un’altra parte. Con nuove entrate? improbabile. Più facile falcidiare alcune spese.

Entriamo nel merito delle proposte in campo. Quando Enrico Letta parla di taglio shock del cuneo fiscale probabilmente ha in testa la proposta a suo tempo avanzata da Confindustria. Due terzi a favore dei lavoratori, un terzo per le imprese. Significa che lo Stato dovrebbe accollarsi una parte degli oneri previdenziali in capo all’impresa e una parte dell’Irpef (+quota parte Inps che pagano i lavoratori) a carico dei lavoratori. In tutto non meno di 16 miliardi di euro. Una cifra non di poco conto. Sono tutti d’accordo, dal Pd a Fratelli d’Italia, dalla Lega a Forza Italia, fino ai Cinque Stelle. Ma nessuno dice da dove dovrebbero arrivare i soldi. Naturale: nessun politico si rivolgerebbe ai propri elettori dicendo: «Se volete qualche spicciolo in più in busta paga dovrete rinunciare a qualche posto letto in ospedale o a qualche borsa di studio per i vostri figli».

Intanto, il quadro economico e sociale del Paese peggiora di giorno in giorno. La guerra per procura sta facendo sentire tutto il suo peso su una realtà già fortemente provata per via della pandemia. Mai così tanti poveri assoluti (5,6 milioni a dicembre 2021, record storico), mai così tanta precarietà (i contratti a termine sono ormai quasi 4 milioni), con un pezzo di Paese, il sud, totalmente alla deriva. Cresce la divaricazione tra i redditi, tra chi sta in alto e chi sta sotto, la disoccupazione “reale” (calcolata anche su chi il lavoro non lo cerca) coinvolge ormai un quarto della forza lavoro, il PNRR è già un ferro vecchio, stanti le emergenze legate al conflitto russo-ucraino e alle tensioni geopolitiche tra Occidente e resto del mondo.

Ma in Italia il nuovo riformismo si chiama “taglio del cuneo fiscale”. Anzi, “taglio shock del cuneo fiscale”. E piace sia a Confindustria che al sindacato (confederale).