Draghi prigioniero di Putin

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Il Presidente Draghi è una persona seria. Perciò sono tanto più gravi e preoccupanti le sue parole in Parlamento, l’altro ieri, 22 giugno. Draghi ha detto (sintetizzo, ma il senso è esatto): «Cosa dovevamo fare? C’erano due idee. Una – che è anche la mia – aiutare l’Ucraina a difendersi dall’aggressione. L’altra che diceva: “Lasciamo che si sottomettano! Cosa vogliono questi ucraini da noi?”».

Nel dire questo, Draghi sbaglia molto. Egli offende profondamente i sentimenti di chi è contro la guerra e non ne vuole l’ampliamento, ma l’interruzione immediata, per una soluzione ragionata e giusta del conflitto politico tra due parti. I nonviolenti non vogliono qualunque pace, non vogliono la sottomissione di nessuno, non vogliono la pace imposta dal più forte in armi omicide, ma vogliono la pace giusta, che non viene mai dalla vittoria militare, pagata con vittime innocenti da tutte le parti in guerra. La vittoria militare afferma solo la violenza delle armi, non la ragione e il diritto. Non sono le armi, ma il dialogo umano ragionevole, che affermano diritto e ragione. In quelle parole infelici ed errate, Draghi dimostra la prigionia mentale che non è solo sua, purtroppo, ma di molti dediti alla politica senza un concetto di politica umana. Prigioniero mentale dell’aggressore è chi pensa che non ci siano altri modi per respingerlo che i modi dall’aggressore usati per aggredire. Prigioniero mentale della guerra è chi non sa pensare altro che la guerra contro la guerra. Chi vede solo armi contro le armi ha la mente prigioniera delle armi. Chi sa solo opporre armi alle armi aggressive e omicide, dà ragione alla logica dell’aggressore, per il quale è la forza omicida che risolve problemi e realizza aspirazioni, non il dialogo e la trattativa ragionevoli e giusti, sulla base dei diritti umani universali.

Cosa si poteva fare? Non dare le armi. Come non abbiamo mai dato armi alla Palestina occupata, che non le ha neppure chieste, e ad altri popoli (Yemen ecc. ), violentati anche con armi da noi italiani vendute ai loro violentatori. Si poteva parlare di persona con l’aggressore, anche se all’inizio può risultare inutile. Si poteva andare in presenza personale, figure rappresentative, significative, artisti, ambasciatori, e responsabili della comunità internazionale, anche i capi di governo come Draghi, davanti all’esercito aggressore, con lo stesso rischio di morire, che viene imposto al più semplice soldato dagli stati implicati. Ciò sarebbe smascherare l’offesa che l’aggressore compie contro la legalità universale umana: nessuno deve aggredire un altro, nessun popolo deve offendere l’altro. Chi fa questo offende tutta l’umanità, non una parte. Il volontariato civile di pace ha provato più volte e in più casi a interporsi con forza umana vitale e mediatrice, tra le opposte forze di morte. La politica degli stati deve sostenere queste iniziative di pace attiva e coraggiosa, di vita contro la morte.

La responsabilità dei rappresentanti politici è grande, nei momenti acuti: non possono solo mandare soldati obbligati, ma devono assumersi responsabilità e rischio personale. L’aggressore farà guerra all’umanità intera? Il suo popolo lo sosterrà in questo maggiore crimine?

Sappiamo che fin dall’inizio, all’interno dello stato aggressore, ci sono obiettori, renitenti, disertori, movimenti organizzati per la nonviolenza attiva (cfr. Azione Nonviolenta, n. 2/2022, redazione@nonviolenti.org). Gli altri stati, se sono per l’umanità prima che per una fazione aggressiva, devono sostenere attivamente le forze di pace che smontano le forze di guerra. Questa è vera politica: ogni stato è cellula della unica umanità, non è “sovrano” (superiorem non recognoscens), cioè non è insubordinato alla unica famiglia umana, non è al di fuori e al di sopra, non abita da solo sulla terra, non ha confini chiusi all’umanità. Questa nuova concezione dei rapporti familiari, consorziali e non armati, tra i popoli organizzati in stati si impone nell’era planetaria, in cui la sorte di tutti è unica, inseparabile. Nessuno ormai può vincere. La vittoria non c’è più.

Tutto vale, meno la guerra. Tutto va tentato, meno la guerra. La guerra, e la risposta alla guerra con la guerra, è fallimento rovina e dolore, anche per chi crede, con pensiero arretrato e chiuso, che sia suo dovere opporre guerra alla guerra. Al popolo aggredito diamo tutta la vicinanza umana, l’accoglienza quando fugge, ma non le armi per cadere nella trappola morte più morte.

Oggi l’umanità è per fortuna costretta, per sopravvivere, a sperimentare, come in già tante esperienze storiche (che la cultura ufficiale degli stati armati non vuole ricordare), la difesa popolare nonviolenta. L’aggressore vuole obbedienza e sottomissione. Un popolo cosciente della propria dignità gliele rifiuta coraggiosamente. La forza umana è superiore alle armi disumane. Si tratta semplicemente, al più presto, di abolire le armi, la logica e la struttura delle armi, gli eserciti (come già chiedeva la sapienza di pace, vedi Kant per tutti). Solo il disarmo è razionale e sicuro; la pace armata è già guerra.

Caro Presidente Draghi, è questo l’appoggio che dovevamo all’Ucraina. Ma la politica che anche lei pratica ignora il progresso vitale, è prigionera della guerra, pensa come Putin, che ha la religione fanatica e ossessiva dell’impero forte, dominante: quella stessa auto-religione nefasta che è anche di altre potenze imperiali. Le quali sono solo capaci di replicare, ma non di uscire, dalla logica imperiale, che minaccia allo stesso modo tutti i popoli e tutti i diritti umani.

Ma noi speriamo e vogliamo che l’umanità, come ha superato altri costumi e istituzioni disumane, viva ora l’evoluzione storica della uscita dalla indegna istituzione della guerra, mai più giustificabile. L’attuale avversità può essere una opportunità. Tutte le persone serie e responsabili, di sentimento umano, possono collaborare in questo. Speriamo, con speranza attiva.

Gli autori

Enrico Peyretti

Enrico Peyretti, già docente di storia e filosofia nei licei, svolge attività come ricercatore per la pace nel Centro Studi Domenico Sereno Regis di Torino, sede dell'IPRI (Italian Peace Research Institute). È membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Università piemontesi. È un riferimento all'interno del Movimento nonviolento e del Movimento Internazionale di Riconciliazione.

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3 Comments on “Draghi prigioniero di Putin”

  1. In realtà il problema viene da piú lontano.

    Le possibilità di evitare questa guerra erano ben presenti negli anni precedenti.
    Bisognava rispettare gli accordi di Minsk.
    Bisognava la NATO avesse spiegato all Ukraina l opportunità di restare neutrale ed avesse evitato di porsi in maniera minacciosa contro la Russia ( niente esercitazioni, niente laboratori etc).

    Si poteva fare e molto.
    Quindi quella di Draghi e degli altri leader è evidentemente
    propaganda.

  2. Perché non si parla apertamente della grave responsabilità degli USA e della GB che qs guerra la volevano e l’hanno preparata e fomentata già dal 2014 per distruggere la Russia?

  3. È un bell’articolo. Lo condivido in pieno . Soprattutto perché distingue i popoli dai regimi. È pericoloso l’aver tolto dai piani di studi magnifici autori solo perché Russi.
    Sono anni poi che il nostro stato aumenta gli stanziamenti per l’acquisto di armi.

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