La guerra di Putin e le colpe dell’Occidente

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Secondo Karl Schmidt, «una dichiarazione di guerra non è altro che l’identificazione di un nemico». Dopo la scomparsa del nemico storico, costituito dall’Unione sovietica, c’è voluto un po’ di tempo per gli Stati Uniti e l’Occidente per identificare nella Russia il nuovo nemico, in sostituzione di quello che si era dissolto. È un processo che è durato una ventina di anni e alla fine Biden ha chiuso il cerchio identificando definitivamente la Russia come il nemico. Questo processo è iniziato il 12 marzo 1999 con l’ingresso, o meglio con l’estensione, della NATO in Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria in aperta violazione degli accordi presi con l’ex Unione Sovietica da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania, come risulta dal documento datato 6 marzo 1991 recentemente pubblicato da Der Spiegel. È proseguito il 29 marzo 2004 con l’estensione della NATO a Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia. Quindi la NATO si è estesa nei Balcani con l’adesione di Albania e Croazia (4 aprile 2009), del Montenegro (5 giugno 2017) e della Macedonia del Nord (27 marzo 2020). Adesso la tempesta è scoppiata intorno alla possibilità di estensione della NATO e dei suoi dispositivi militari nel territorio dell’Ucraina, paese tormentato da accadimenti violenti conseguenti alla c.d. rivoluzione di Maidan del 2014, che hanno portato al distacco della Crimea, annessa alla Russia per volontà dei suoi abitanti, e allo scoppio di una sanguinosa guerra civile dalla quale sono nate le due Repubbliche separatiste del Donbass.

L’invito a entrare nella NATO e il rifornimento di armi e sostegno economico sono stati un buon viatico per riattizzare il conflitto del Donbass, mai sopito, e per spingere l’Ucraina a non accettare la soluzione di pace prospettata dagli accordi di Minsk II del 2015. Accerchiare la Russia con le basi e i dispositivi militari USA e soffiare sul fuoco della guerra civile del Donbass si è rivelato un buon metodo per stimolare una reazione, anche militare, della Russia, guidata da un leader che ha fatto la sua fortuna soffiando sul fuoco del nazionalismo. È stato proprio il nazionalismo, esasperato dalle minacce militari e dalle continue violazioni della tregua nel Donbass, che ha spinto Putin, il 21 febbraio, a calare la carta del riconoscimento delle Repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk, strumentale all’invio in questi territori di una forza di protezione. In questo modo Putin, stracciando gli accordi di Minsk (già rinnegati dall’Ucraina), ha messo la comunità internazionale di fronte al “fatto compiuto” della disgregazione di una parte dell’Ucraina. Non v’è dubbio che si tratta di una grave violazione del diritto internazionale, il quale esclude che le frontiere possano essere modificate con la forza.

Tuttavia, la mossa di Putin inserisce l’intervento militare della Russia nei confini ristretti delle due repubbliche e lo limita alla difesa di questi territori da una controffensiva dell’esercito ucraino, smentendo gli annunci catastrofici di USA e NATO. Siamo in presenza di un atto grave, che tuttavia lascia intravedere una soluzione meno catastrofica di quella data per certa da Biden e dalla sua intelligence. L’azione della Russia si potrebbe fermare qui se non ci sarà una reazione militare dell’Ucraina sul fronte del Donbass. Per quanto si possa condannare l’azione di forza della Russia, adesso si è creato un “fatto compiuto” di fronte al quale non vi è alcuna soluzione di tipo militare. Come la Siria non può pretendere di portare le armi contro Israele per recuperare le alture del Golan, così l’Ucraina non può pretendere di recuperare manu militari i territori perduti del Donbass.

Quest’ulteriore azione della Russia ha messo sul tappeto i nodi politici reali che alimentano il conflitto e che solo la politica può sciogliere attraverso un negoziato in buona fede fra tutte le parti coinvolte. Per avviare il dialogo, bisogna liberarsi di alcuni idoli mentali che hanno avvelenato le relazioni fra le parti alimentando lo scontro. Innanzitutto va rigettato il mantra che la scelta della porta aperta della Nato nei confronti di Ucraina e Georgia rappresenti “un principio irrinunciabile”, perché ogni Stato sovrano ha diritto di scegliersi le alleanze che vuole. La pretesa della Russia di escludere la Nato dall’Ucraina sarebbe irricevibile perché espressione della volontà di stabilire una sua zona d’influenza in Europa. In realtà più che alla Russia andrebbe attribuita alla Nato la pretesa di stabilire una sua zona d’influenza in Europa, avendo inglobato nel suo dispositivo politico e militare tutti i paesi dell’Europa dell’est.

Ma il problema è un altro, dove sta questo principio irrinunciabile di cui farneticano Blinken e tutti gli alleati della Nato in coro? Ogni paese è sovrano quando è libero di fare le scelte di politica estera e militare che ritiene più opportune. Però da quando è stata stabilita la Carta delle Nazioni Unite, alla sovranità degli Stati sono stati tolti gli artigli nell’interesse superiore della convivenza pacifica fra le Nazioni. Non solo è stata espunta dalla sovranità la facoltà di muovere guerra ad altre Nazioni, ma gli Stati membri devono astenersi anche dalla minaccia dell’uso della forza (art. 2, comma 4). È alla luce di questo principio, veramente irrinunciabile, che bisogna valutare la “libertà” dell’Ucraina di aderire alla Nato in quanto Stato sovrano. Nessuno Stato è libero di minacciare i propri vicini. L’estensione del dispositivo militare della Nato ai confini della Russia, a qualche centinaio di kilometri da Mosca, è la realizzazione di una minaccia in senso obiettivo. Come ha osservato Raniero La Valle: «è in gioco il diritto del popolo russo a non avere sulla porta di casa missili nemici capaci di raggiungere Mosca in trenta secondi».

Se si vuole arrestare questo processo prima che il conflitto degeneri in una guerra generalizzata, bisogna respingere la prospettiva che l’Ucraina possa diventare la lancia della NATO nel costato della Russia, bisogna ragionare in termini di sicurezza collettiva e affrontare i conflitti sul territorio avendo come obiettivo finale la convivenza pacifica, mettendo al centro i diritti dei popoli più che le prerogative della sovranità.

Gli autori

Domenico Gallo

Domenico Gallo, magistrato è presidente di sezione della Corte di cassazione. Da sempre impegnato nel mondo dell’associazionismo e del movimento per la pace, è stato senatore della Repubblica per una legislatura ed è componente del comitato esecutivo del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Tra i suoi ultimi libri "Da sudditi a cittadini. Il percorso della democrazia" (Edizioni Gruppo Abele, 2013) e "Ventisei Madonne Nere" (Edizioni Delta tre, 2019).

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2 Comments on “La guerra di Putin e le colpe dell’Occidente”

  1. Condivido pienamente i contenuti chiaramente esposti nell’articolo e vorrei contattarla per darne visibilità sul giornale cartaceo che pubblicheremo da marzo 2022 “Alla Foce del Sebeto “

  2. “la mossa di Putin inserisce l’intervento militare della Russia nei confini ristretti delle due repubbliche e lo limita alla difesa di questi territori” dice Lei.
    Meno male, pensavo che il Dombass fosse una piccola regione, non che arrivasse fino a Kiev e ai confini con la Polonia e la Romania. Ma mi faccia il piacere …

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