La pandemia e la paura. Ragionare con pacatezza

Volerelaluna.it

09/02/2022 di:

1.

A due anni dall’arrivo del virus, si susseguono e sovrappongono nel Paese misure di segno opposto che arricchiscono un corpus di leggi, decreti, circolari, istruzioni e faq ministeriali ormai più esteso di gran parte dei nostri codici. Simbolo di questo incedere contraddittorio è la paradossale contemporaneità tra l’entrata in vigore dell’obbligo vaccinale per gli over 50 (e di un green pass rafforzato ad esso assai prossimo) e l’annuncio, da parte del più loquace dei sottosegretari del Ministero della salute, del probabile mancato rinnovo, alla scadenza del 31 marzo, dello stato di emergenza, con connesso ritorno alla “normalità” (accompagnato da una sorta di immediato quanto prematuro “liberi tutti”, con il venir meno di molte restrizioni, a cominciare da quella concernente la necessità di mascherina all’aperto, e con la drastica riduzione della cosiddetta quarantena). In questo contesto è più che mai necessario ragionare con pacatezza (o ragionare tout court). Con una premessa. In questi due anni abbiamo toccato con mano una realtà che, in Occidente, avevamo rimosso: la possibilità di pandemie, la nostra vulnerabilità, i limiti della scienza e della medicina. Questa scoperta ha portato con sé una paura diffusa a cui non eravamo (più) abituati: quella della morte, di cui alcune avvisaglie erano emerse in precedenza, per una ragione assai diversa, all’indomani dell’11 settembre. Ciò ha cambiato il nostro approccio con la realtà, i paradigmi di riferimento, il nostro stesso modo di pensare. Perché la paura, come il dolore, scava nel profondo ed è ambivalente: provvidenziale da un lato, perché consente di avvertire il pericolo e, dunque, di difendersi; pericolosa dall’altro, perché tende a puntare l’obiettivo esclusivamente sul presente e a togliere lucidità e respiro all’analisi. Di ciò dobbiamo essere avvertiti, almeno oggi, a due anni di distanza dal momento in cui tutto è iniziato e quando epidemiologi, politici e persino comici celebrano all’unisono – speriamo con ragione – l’imminente “fine dell’incubo”.

2.

Parto da alcuni punti (per me) fermi:

a) siamo stati immersi (e ancora lo siamo) in una pandemia grave che sta mietendo un numero di vittime impressionante. Negarlo – o ammiccare a chi lo nega – è irresponsabile e ripropone lo schema, pur a parole irriso, del manzoniano don Ferrante, morto di peste dopo avere sino all’ultimo dottamente sostenuto che «in rerum natura non ci sono che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può essere né l’uno né l’altro avrò provato che non esiste». Certo – c’è chi lo ha opportunamente ricordato in questi due anni – ci sono, seppur criminosamente ignorate, altre cause di morte di pari, o addirittura maggiore, entità (a cominciare dalle varie forme di inquinamento), ma ciò non intacca l’esistenza della pandemia e non ne attenua la gravità;

b) i vaccini hanno ridotto in modo significativo, e senza controindicazioni di rilievo, gli effetti del virus sulle persone contagiate. Ciò emerge in modo univoco dai dati di cui disponiamo (utili nei grandi numeri, seppur insufficienti, non disaggregati e privi di criteri omogenei di rilevazione: https://volerelaluna.it/noi-e-il-virus/2020/12/10/vaccini-qualche-considerazione-di-un-epidemiologo/). Prendiamo la situazione del giorno in cui il Governo ha approvato il decreto legge che ha introdotto l’obbligo vaccinale (anche se, nelle settimane successive, i dati si sono sensibilmente modificati, e non in meglio), il 6 gennaio 2022: nonostante la crescita vertiginosa dei contagi accertati, i morti sono stati solo 198 a fronte dei 548 di un anno prima (quando le vaccinazioni erano appena iniziate), i ricoverati con sintomi 13.867 a fronte di 23.175, i ricoverati in terapia intensiva 1.467 a fronte di 2.571. Non altrettanto efficaci i vaccini si sono rivelati nel contenimento della diffusione del virus: sempre il 6 gennaio i nuovi contagi accertati sono stati 219.441 a fronte dei 20.331 di un anno prima, con un tasso di positività cresciuto dall’11,40% al 19,28% dei tamponi effettuati (aumentati in modo esponenziale). Lo confermano la constatazione diretta di ciascuno di noi, i riscontri dei paesi in cui il numero di vaccinazioni è più elevato (da Israele al Portogallo) e tutti gli epidemiologi (una volta tanto concordi), con dichiarazioni riassumibili in quella del prof. Massimo Galli, anch’egli colpito dalla variante Omicron, secondo cui «il vaccino ti protegge dal finire in rianimazione ma non riesce a proteggerti dall’infezione» (Quotidiano nazionale, 7 gennaio). Il virus, poi, viene trasmesso, senza distinzione, da non vaccinati, vaccinati da tempo (con progressivo venir meno della protezione) e vaccinati di recente: per questo, almeno sino ad oggi, sono state tenute ferme le altre misure di contrasto della pandemia (lockdown parziali e mirati, distanziamenti, mascherine etc.);

c) l’Italia è, in Europa e nel mondo, uno dei paesi con più alto tasso di vaccinati. Il 3 febbraio scorso, stando ai dati diffusi dal ministero della salute, era vaccinato con una dose l’83,5% della popolazione totale, con due dosi il 79,8% e con tre dosi il 57%. La campagna vaccinale, dunque, ha avuto successo e la persuasione si è rivelata pagante posto che già nel giugno 2021, e dunque prima della introduzione del green pass ordinario, secondo il commissario all’emergenza Figliuolo, era vaccinato con almeno una dose l’80% della popolazione allora vaccinabile. Per altro verso i dati mostrano che l’adozione di misure coercitive (di intensità sempre maggiore) ha avuto effetti inferiori al previsto in termini di incentivazione della vaccinazione: c’è stato certamente un incremento del numero dei vaccinati ma ciò non ha intaccato lo zoccolo duro di chi ha scelto il rifiuto (da alcuni quantificato in due milioni di adulti, anche se una determinazione sicura è impossibile). Parallelamente è emerso un fatto allarmante, denunciato finanche da un giornale diventato sempre più organo ufficioso del Governo: «sono circa 15 milioni gli adulti che si vorrebbero vaccinare ma non riescono a farlo, perché gli hub vaccinali non sono in grado di coprire la richiesta di terze dosi per coloro che hanno perso la protezione» (L. Ricolfi, Virus, la scommessa liberista, la Repubblica, 7 gennaio 2022);

d) sotto il profilo strettamente sanitario gli aspetti più drammatici della pandemia, che hanno contribuito a produrre una vera e propria strage, sono stati l’impreparazione e il pressapochismo di gran parte delle RSA, la mancanza di un progetto complessivo e coordinato di intervento, l’impotenza di un territorio da tempo marginalizzato e l’eccesso di pressione sugli ospedali, talora diventati essi stessi luoghi di contagio e, comunque, non in grado di far fronte integralmente (soprattutto nella prima fase della pandemia) al fabbisogno dei pazienti Covid e dei portatori di altre patologie. Quest’ultimo dato è stato, giustamente, sottolineato da tutti i commentatori che spesso, peraltro, hanno omesso di indicarne le cause reali: da un lato, la mancanza di cure domiciliari tempestive e, dall’altro, l’abbattimento, nei decenni scorsi, dei posti letto ospedalieri (scesi dai 580 ogni 100.000 abitanti del 1998 ai 314,5 del 2018, con un aumento irrisorio durante la pandemia, a fronte di una media europea di 537,84, con la Germania attestata su 800,23 e la Francia su 590,85), con la conseguenza che, già dal 2015, ogni anno, in particolare nel mese di gennaio, gli organi di stampa hanno denunciato «il collasso degli ospedali», «il tilt dei Pronto soccorso», «le molte operazioni rinviate» (https://www.huffingtonpost.it/entry/la-scelta-dei-tagli-lineari-ai-servizi-essenziali-ci-presenta-il-conto_it_61d7fcdfe4b0d637aea00754?utm_hp_ref=it-blog).

3.

È in questo contesto che occorre ragionare sulla congruità dell’introduzione dell’obbligo vaccinale (e di suoi surrogati).

Anche qui è utile una premessa. Il governo delle società è un’arte complessa che impone un delicato equilibrio dei valori in gioco. Sempre. Porre delle regole significa infatti, in ogni caso, introdurre anche obblighi, divieti, limiti. Accade in tutti i settori e con riferimento a ogni aspetto della vita quotidiana, dal traffico automobilistico agli orari dei negozi, dai piani regolatori delle città all’accesso agli uffici pubblici e via seguitando. Il fatto è ovvio e universalmente accettato, al punto che quasi non ce ne accorgiamo. Ma, mentre nelle regole ordinarie i valori e gli interessi in gioco sono in genere agevolmente contemperabili e la riduzione delle libertà dei cittadini è contenuta, le cose si complicano nelle situazioni eccezionali, quando le misure messe in campo al fine (reale o dichiarato) di salvaguardare la tenuta e la stessa sopravvivenza della società e dei cittadini incidono pesantemente e in modo invasivo sui diritti individuali e, a volte, su quelli collettivi. Così, a fronte del diritto-dovere dello Stato di porre regole più stringenti, si pone, inevitabilmente, il problema dei limiti dell’intervento legislativo e amministrativo. Fin dove lo Stato può spingersi nell’imporre ai cittadini comportamenti impegnativi e nel limitare la loro libertà di scelta? e quando deve arrestarsi, pur se quei comportamenti e quelle limitazioni sarebbero potenzialmente utili a ridurre il pericolo in atto? Un criterio sicuro di orientamento esiste e sta nel divieto di degradare l’essere umano a “nuda vita” biologica, inerme e impossibilitata a opporsi alle decisioni di chi esercita su di essa un potere illimitato e incontrollato (così G. Zagrebelsky, La guerra al terrorismo e l’immoralità della tortura, la Repubblica, 18 settembre 2006, in un confronto con A. Panebianco sul tema, appunto, dei limiti agli interventi dello Stato contro il terrorismo). Non sempre, peraltro, la situazione è così netta e lineare e per questo, al fine di definire gli interventi legittimati dallo stato di eccezione occorre mettere l’accento, da un lato, sul carattere indispensabile e insostituibile (o meno) delle misure adottate e, dall’altro, sull’intensità delle libertà sacrificate.

Torniamo, a questo punto, alla pandemia. Se possono essere ritenuti corretti, per contenere la diffusione del virus, gli obblighi di distanziamento e di uso di mascherine protettive, le limitazioni di accesso a luoghi o locali pubblici e la previsione di lockdown più o meno rigidi (mi riferisco, in particolare, a quello adottato, nel nostro Paese, dall’8 marzo al 18 maggio 2020, peraltro abbandonato, nonostante la sua evidente utilità, per evitare il collasso dell’economia e conseguenze psicologiche e relazionali devastanti), diverso – per la sua invasività, che tocca direttamente il principio di autodeterminazione e la libertà di ciascuno di disporre del proprio corpo – è il caso dell’obbligo vaccinale generalizzato.

Primo. Per affrontare la questione del bilanciamento dei valori in gioco sul punto è necessario anzitutto verificare, come accade nel diritto penale con riferimento allo stato di necessità (che esclude l’illiceità di comportamenti altrimenti costituenti reato), se la misura disposta è indispensabile e priva di alternative di pari o analoga efficacia. Solo in questo caso infatti – e fatte salve le situazioni estreme in precedenza ricordate – il sacrificio di libertà di rango costituzionale può ritenersi eticamente, politicamente e giuridicamente corretto. Ebbene, l’esistenza di tale presupposto è quantomeno dubbia nel caso specifico in cui l’obbligo vaccinale (pur se in qualche modo utile a incentivare l’accettazione dei renitenti) potrebbe essere sostituito, in modo addirittura più proficuo, con altre misure meno invasive della sfera di libertà dei singoli, sia di carattere generale (in punto organizzazione scolastica e del mondo del lavoro, trasporti pubblici, razionalizzazione dei posti letto ospedalieri etc.) sia sul versante strettamente sanitario (il riferimento è, in particolare, alla vaccinazione tempestiva dei 15 milioni in attesa della terza dose che, insieme al completamento della copertura di bambini e ragazzi, porterebbe a una protezione volontaria prossima al 95% della popolazione, con raggiungimento di quella che viene definita dall’OMS per tutte le vaccinazioni la “soglia di sicurezza”). Se così è – e sembra difficile contestarlo – l’introduzione dell’obbligo vaccinale generalizzato più che una necessità inderogabile appare un tentativo dei responsabili istituzionali di seguire la via più facile evocando colpe altrui («I problemi sono causati da voi», ha affermato il 10 gennaio scorso, rivolto ai non vaccinati, il nostro presidente del Consiglio) per occultare le proprie, anche se – come è stato efficacemente scritto – «non sono i renitenti, i disertori, gli obiettori di coscienza e nemmeno gli “imboscati” che pregiudicano la “causa comune” complottando con il “nemico”, ma sono piuttosto i generali dello stato maggiore che preferiscono indirizzare l’attenzione verso facili obiettivi di comodo piuttosto che affrontare le cause profonde della disfatta socio-sanitaria-ecologica in corso» (https://comune-info.net/non-in-mio-nome/).

Secondo. Ma – si dice – nell’emergenza non si può andare troppo per il sottile e non c’è tempo per pensieri lunghi e grandi strategie. Bisogna prima salvare il salvabile e si vedrà dopo come attrezzarsi per le probabili nuove pandemie. Questo – si prosegue – chiede l’“etica della responsabilità” e «gli interessi della maggioranza devono prevalere sulle convinzioni personali dei singoli individui, quali che siano». Siamo sicuri che le cose stiano davvero così? Certo, l’obiettivo per cui lavorare è – deve essere – una società solidale, capace di superare il concetto egoistico e solipsistico di libertà proprio della cultura liberista in cui siamo immersi. Ma – anche a prescindere dal fatto (a dir poco sospetto) che gli inviti alla solidarietà necessaria provengono soprattutto dai massimi responsabili dell’attuale catastrofe sociale – la storia insegna che una società ispirata alla fraternità si costruisce pazientemente con l’attenzione agli altri (soprattutto se diversi da sé) e non con un crescendo di obblighi e divieti che alimentano il sospetto reciproco, l’inimicizia sociale e un’immagine dell’altro come nemico. Che è, invece, quanto sta accadendo, con una impropria e superficiale assimilazione di tutti coloro che rifiutano il vaccino, considerati in maniera indifferenziata irresponsabili, incolti, fuori dalla storia e magari terrapiattisti (dimenticando che in quell’arcipelago complesso ci sono componenti diverse, che vanno da pezzi – pur minoritari – della scienza e della medicina a chi fa confluire in quel rifiuto la sua sfiducia nelle istituzioni, da chi si ispira a non insignificanti convinzioni etiche o religiose a chi semplicemente ha una paura profonda e difficilmente superabile e via seguitando).

Non basta:

a) l’imposizione del vaccino, accompagnata da sanzioni e dalla marginalizzazione di chi lo rifiuta, aumenta la disgregazione sociale in una società in cui il problema principale sul versante politico-istituzionale sta proprio in quella disgregazione e nella connessa sfiducia nelle istituzioni (https://volerelaluna.it/societa/2021/09/20/tutti-pazzi-per-il-green-pass-e-lobbligo-vaccinale/);

b) con l’obbligo vaccinale e i suoi effetti si finisce per veicolare nella società un doppio livello di cittadinanza che, perseguito in diversi settori, è la negazione della democrazia moderna. Non è questa – si badi – un’argomentazione capziosa di chi rifiuta il vaccino ma l’affermazione esplicita di chi lo impone, come risulta, in modo addirittura scolastico, dalle dichiarazioni del presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron («Gli irresponsabili non sono più dei cittadini. […] Ai non vaccinati ho tanta voglia di rompere le palle [letteralmente emmerder, ndr]. E quindi continueremo a farlo fino alla fine. È questa la strategia»: TGCOM24, 6 gennaio 2022), a cui si è accodato l’establishment governativo italiano (a cominciare dal già citato sottosegretario Pierpaolo Sileri: «Voi no Vax siete pericolosi. Vi renderemo la vita difficile»: La7, 25 gennaio 2022). Evidente come, in una prospettiva siffatta, l’obbligo vaccinale generalizzato perde la sua (già discutibile) valenza sanitaria per diventare reazione a un ritenuto delitto di lesa maestà nei confronti del Governo (con quanto significa in termini di democrazia);

c) nella società come nella fisica «un corpo, sottoposto a una pressione, mantiene una deformazione anche quando la tensione si allenta o termina» e occorre prendere atto che «quando un Governo sviluppa nuove forme di controllo sociale, non gli è sempre facile tornare indietro» sì che il diritto della pandemia può diventare un potente veicolo di indebolimento della democrazia (https://www.avvenire.it/mondo/pagine/i-militari-per-strada-il-vero-rischio-che-poi-ci-restino), anche estendendo i suoi effetti, come sta accadendo, dalle libertà individuali a quelle collettive, a cominciare dalla possibilità di manifestare (https://volerelaluna.it/commenti/2021/12/21/informazione-e-diritto-di-manifestare-al-tempo-della-pandemia/).

4.

So che da molti, anche a sinistra e anche a me vicini, queste preoccupazione sono considerate eccessive o addirittura causidiche. Non è così. Ci sarà, comunque, un prossimo banco di prova. Il 31 marzo, fra meno di due mesi, l’attuale stato di emergenza scadrà e – come si è detto – in molti, a livello governativo, annunciano che non sarà rinnovato. Si tornerà cioè alla normalità. La domanda è stringente: cosa accadrà dell’obbligo vaccinale generalizzato e del green pass (in particolare quello rafforzato), fin qui definiti misure imposte dall’emergenza? E noi – in parte divisi nelle valutazioni sull’oggi – cosa chiediamo?

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