Il bis di Mattarella e il commissariamento della democrazia

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La cosa peggiore del triste reality in cui gli italiani hanno visto consumarsi in diretta la loro democrazia parlamentare è l’inconfondibile sapore di falso.

La rielezione di Sergio Mattarella non è stata affatto un colpo di scena inaspettato, l’estremo atto di responsabilità di un anziano leader riluttante, una scelta dei parlamentari contro l’incapacità (questa, sì, autentica) dei loro capi: è stato l’esito obbligato, e largamente previsto, di un processo iniziato con l’eliminazione del secondo governo Conte, e con l’affidamento forzoso dell’Italia a Mario Draghi.

Era tutto ovvio fin dall’inizio. Io stesso (che non sono un addetto ai lavori né ho doti divinatorie) l’avevo scritto, su questo sito, il 3 marzo 2021: «Quella larghissima formula fino a ieri impensabile potrebbe essere la base per la rielezione dello stesso Mattarella al Quirinale: in un cortocircuito che avrebbe implicazioni inedite. Ancor più se questo secondo mandato, di cui si inizia a sentir parlare, avesse termine precoce: magari proprio per permettere l’ascesa di un successore (lo stesso Mario Draghi) che sarebbe così in qualche modo un erede designato, in una torsione dal sapore monarchico» (https://volerelaluna.it/controcanto/2021/03/03/e-possibile-criticare-mattarella/). Non era certo una previsione difficile: nel momento in cui Mattarella decideva di uscire dal binario costituzionale, promuovendo e garantendo un «governo [a suo dire] di alto profilo» e «senza formula politica», era ovvio che quell’esecutivo non avrebbe potuto proseguire senza la sua copertura presidenziale. Delle due l’una: o Draghi stesso ascendeva al Colle continuando a guidare di fatto il governo, o Mattarella si faceva rieleggere per continuare a garantire l’impegno assunto. Nessuna delle due situazioni era accettabile, nella sostanza, a Costituzione vigente. Ma ormai aveva preso il sopravvento lo stato d’eccezione.

E così, di fronte all’impraticabilità dell’elezione di Draghi (rivelatosi drammaticamente privo di senso delle istituzioni), Mattarella si è visto costretto a rimanere. Le sue dichiarazioni, irritualmente insistite, sulla necessità di evitare un altro secondo mandato quirinalizio, la propaganda sugli scatoloni e sulla casa in affitto, sono oggi leggibili come le mani avanti messe da chi prevede di essere costretto a fare ciò che sa di non dover fare. Che a costringere Mattarella a restare siano stati lo sfascio dei partiti e l’abissale inettitudine dei leader politici è un fatto: ma non quelli degli ultimi giorni, bensì quelli degli ultimi anni. E la retorica della re-incoronazione (questo «entusiasmo organizzato e imposto», Primo Levi) non deve far dimenticare che Mattarella è stato costretto a tornare soprattutto dalle conseguenze delle sue stesse decisioni.

L’errore del presidente è tipico della sindrome del salvatore della patria (il bisnonno, se Draghi è il nonno…): pensare che un uomo solo («ogni decisione affidata all’arbitrio di un solo», ancora Levi), o un piccolo gruppo di capi (tutti maschi e anziani, ovvio), possano salvare la situazione: il «culto degli uomini provvidenziali» (sempre Levi) che affligge gli italiani. Se Mattarella non ha detto no (sarebbe stato uno dei “no che aiutano a crescere” di cui parlano i manuali di puericultura) è per lo stesso motivo per cui ha ascoltato Renzi, facendo cadere Conte e dando tutto a Draghi: per una sfiducia di fondo nello stato della democrazia italiana, giudicata ormai così marcia da pensare di poterla salvare solo attraverso la sua temporanea sospensione dall’alto, attraverso il suo commissariamento. Il drammatico errore di chi, credendosi medico, fa invece parte della malattia.

Lo stesso Mattarella aveva detto – citando fondate preoccupazioni dei suoi predecessori Segni e Leone – che la prospettiva della rielezione può indurre i presidenti a porre le basi perché essa avvenga, facendo saltare così la funzione di garanzia della massima carica dello Stato. Ebbene, non è forse ciò che è avvenuto sotto i nostri occhi? E se domani avremo un presidente cinquantenne, a quanti mandati potrà ambire? E che ne sarà dei diritti dell’opposizione con questa clamorosa fusione tra sorte del governo e elezione del Presidente della Repubblica (tremenda, in questo senso, l’immagine dei capigruppo di maggioranza che vanno al Quirinale a chiedere la rielezione)? La trasformazione da «eccezionale» (così la definì Napolitano nel discorso di re-insediamento) a normale della rielezione del Capo dello Stato mina profondamente la Costituzione, creando molti, ma molti, più problemi di quelli che sperava di risolvere. La stessa, immediata, ripetizione dell’eccezione dovrebbe far capire che le eccezioni non riportano alla normalità, ma a nuove e più gravi eccezioni. La strada della ricostruzione passerebbe attraverso l’approvazione di una legge elettorale proporzionale e la ricostruzione di una politica parlamentare, lontana da ogni leaderismo e capace di riportare al voto la metà degli italiani che ormai non ci crede più. Ma oggi siamo invece più vicini a una svolta presidenzialista, e a un maggioritario capace di dar tutto in mano a uno qualunque dei pericolosi mitomani che guidano i cosiddetti partiti italiani. Altro che messa in sicurezza del Paese.