Fedez, il re nudo e la sinistra che non c’è

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Sì, siamo a questo punto: nel Paese dell’oligarchia paternalista gerontocratica le parole più politiche pronunciate nelle ultime settimane sono quelle di un rapper milionario trentenne. Ma quando, in Italia, un bambino dice che il re è nudo, il sistema mette sotto processo il bambino. Così oggi tocca ricordare che il punto non è cosa dobbiamo pensare di Fedez, bensì cosa gli italiani hanno imparato sull’Italia grazie al suo monologo del Primo Maggio.

Intanto, hanno appreso che, sì, abbiamo un grosso problema di odio contro gli omosessuali. E che una legge, attesa da 24 anni, potrebbe finalmente mettere un argine a questo odio, e alla scia di violenza che produce.

Poi hanno scoperto qualcosa di veramente indicibile. E cioè che un partito al governo del Paese – la Lega di Matteo Salvini – ha un’anima violenta: la stessa anima dei partiti dell’estrema destra in Europa, quella che tiene in ostaggio l’Ungheria. Un’anima venata di fascismo. Ed è stato veramente grottesco il coro di consensi a Fedez salito dagli esponenti del Pd. Che non si sono chiesti: come è possibile governare con un partito che non espelle un suo eletto che dice «Se avessi un figlio gay, lo brucerei nel forno»? Neppure il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Mario Draghi si sono fatti questa domanda. Oppure, si sono risposti con quello straordinario cinismo che solo lo sguardo di un bambino riesce a demolire. Perché ad apparire nuda, e repellente, è proprio la ragion di Stato che, pur di blindare il sistema, coopta anche le forze che andrebbero invece isolate, e combattute. Senza forse volerlo, Fedez ha messo il dito proprio in questa macroscopica piaga: se il Governo Draghi aveva offerto alla Lega una legittimazione democratica, l’antologia di mostruosità pronunciate dai leghisti e letta in tv dal rapper, gliel’ha tolta di nuovo.

Poi hanno imparato che se gli artisti di successo usassero anche solo una minima parte del loro accesso ai media per dire quello che non si può dire, il discorso pubblico e l’ethos di questo Paese sarebbero diversi. Quando, raramente, succede (per esempio con Roberto Saviano) il potere ha paura, e reagisce scompostamente: intimando agli scrittori di pensare ai romanzi, ai cantanti di cantare. Ha scritto George Orwell: «La posizione secondo cui l’arte non dovrebbe aver niente a che fare con la politica è già una posizione politica». In altre parole, chi proclama la neutralità dell’arte, lo fa perché vorrebbe ridurre l’arte al silenzio. Ne sono profondamente convinto: nel disprezzo della classe politica verso il teatro, nella pervicacia con cui il patrimonio culturale viene ridotto a un’arma di rincoglionimento di massa (vedi arena del Colosseo), si può leggere l’animalesca diffidenza verso qualunque elevazione culturale permetta ai cittadini di articolare una critica del potere. E, sì, nei testi di alcune canzoni di Fedez c’è più pensiero critico che in tutta la politica “culturale” di Dario Franceschini.

Ancora: hanno scoperto che (anche) sulla Rai il Movimento 5 Stelle ha fallito (come ha riconosciuto con onestà Roberto Fico), e il carrozzone della tv pubblica è sempre saldamente in mano alla censura politica. La vicedirettrice di Rai 3, ex portavoce di Veltroni, che prova invano a censurare un Fedez che intende dire né più né meno quello che dice l’articolo 3 della Costituzione, è un ritratto atroce della sinistra di destra che ha sfigurato la televisione pubblica. La Rai rappresenta oggi un enorme atto di fede nel potere rivoluzionario della “parola contro”: lo si capisce dall’impegno che profonde per stroncarla.

Tutto questo vuol dire che Fedez sia di sinistra? Manco per niente, ovviamente. Si è limitato ad esprimere posizioni (sulla tutela dell’orientamento sessuale, sulla lotta alla discriminazione e alla violenza, sulla libertà di espressione) tipiche del pensiero liberale, anche di destra. Il punto è che noi non abbiamo destre liberali: ne abbiamo di affaristiche, o di fascistoidi. E, naturalmente, nessuno può ritenere “di sinistra” un Fedez testimonial di Amazon. Ma anche questo è interessante: perché proprio la scissione tra diritti civili e diritti sociali dimostra che l’assenza della sinistra è oggi soprattutto culturale. Per la stragrande maggioranza dei ragazzi occidentali è addirittura ovvio accettare e adottare qualunque identità dell’universo lgbt+, mentre è stranissimo esprimere una critica radicale, per non dire un rigetto, nei confronti di una «economia che uccide» (Bergoglio). Mentre comprendiamo (finalmente!) la necessità di «tutelare e valorizzare le differenze» (almeno quelle sessuali, mentre è già molto più difficile con quelle religiose e culturali) non riusciamo a capire l’urgenza dell’altra faccia della medaglia: «rimuovere o ridurre le disuguaglianze». Quella medaglia è l’eguaglianza: che è la base e insieme l’obiettivo di ogni convivenza civile perché «siamo differenti, inteso “differenza” nel senso di diversità delle identità personali» e perché «siamo disuguali, inteso “disuguaglianza” nel senso di diversità nelle condizioni di vita materiali». L’eguaglianza – questo il punto centrale – si deve realizzare «a tutela delle differenze e in opposizione alle disugaglianze» (Luigi Ferrajoli). Se ci fermiamo alla prima parte – alla tutela delle differenze – la liberazione rischia di fermarsi nel privato, nell’esperienza individuale: mentre nella vita pubblica e nei rapporti economici e sociali siamo ancora schiavi.

Tra le nudità scoperte da Fedez, senza saperlo e senza volerlo, c’è anche quella di un Paese senza Sinistra.

Tomaso Montanari

Tomaso Montanari insegna Storia dell’arte moderna all’Università per stranieri di Siena. Prende parte al discorso pubblico sulla democrazia e i beni comuni e, nell’estate 2017, ha promosso, con Anna Falcone l’esperienza di Alleanza popolare (o del “Brancaccio”, dal nome del teatro in cui si è svolta l’assemblea costitutiva). Collabora con numerosi quotidiani e riviste. Tra i suoi ultimi libri Privati del patrimonio (Einaudi, 2015), La libertà di Bernini. La sovranità dell’artista e le regole del potere (Einaudi, 2016), Cassandra muta. Intellettuali e potere nell’Italia senza verità (Edizioni Gruppo Abele, 2017) e Contro le mostre (con Vincenzo Trione, Einaudi, 2017)

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6 Comments on “Fedez, il re nudo e la sinistra che non c’è”

  1. il primo maggio é la festa dei lavoratori, questo lo sanno tutti.

    quel palco pubblico era per la festa dei lavoratori e del lavoro, non di altro.

    era l’unica festa in tutta italia, causa restrizioni da covid. una festa seguita in tv da molti.

    siamo in un periodo in cui, solo in italia, milioni di persone hanno perso il lavoro e molte di piu hanno serie difficolta e prospettive per nulla facili. sempre piu italiani che fino all anno scorso avevano una vita normale
    adesso fanno la fila per un po di cibo. non hanno soldi per mangiare!

    insomma, gli argomenti per quel palco non mancavano.

    certo, sono vite disperate e problemi drammatici lontani anni luce da chi guadagna milioni di euro a fare non ho capito bene cosa (bello il logo dello sponsor molto ben in vista!). a proposito di diritti : si puo mostrare un marchio commerciale in una trasmissione pubblica?

    usare un palco pubblico per esprimere (legittime) posizioni ideologiche nette – che non c entrano una cippa col lavoro – e pure senza contradditorio non brilla per correttezza, né per capacita di confronto, e se per farlo si usano strumentalmente frasi – abberranti, incivili e incompatibili con i principi di una democrazia – espresse da alcuni esponenti di partiti non graditi a chi parla, francamente mi sembra quanto meno inadeguato.

    era la festa dei lavoratori, una festa pubblica, lo sottolineo. non la festa della destra, né di quella sinistra salottiera che considera i diritti dei lavoratori quasi un impiccio fastidioso, in fondo alla lista to do.

    non riesco a credere che i problemi dei lavoratori diventino sempre piu invisibili, nell indifferenza di troppi.

    e da quest anno perfino sul palco della festa dei lavoratori?

    1. Non sono d’accordo. La festa dei lavoratori è per definizione la festa dei diritti, tanto più in un paese che fonda la sua democrazia sul lavoro. Se i diritti non sono di tutti sono solo privilegi. Tra i diritti poi c’è anche quello di parola, persino pensi un po’ per il milionario Fedez, che si esercita – anche questo per definizione – in uno spazio pubblico. E questa storia del confronto che ormai viene ripetuta come un mantra è semplicemente ridicola: si possono fare anche confronti a distanza e non mi pare che ci sia penuria di presenze leghiste sulle reti pubbliche. Che il personaggio in questione poi sia milionario non rafforza né sminuisce le sue parole.

      1. oramai il mainstream dilaga e imperversa ovunque. il pensiero critico svanito, completamente.
        scuola di francoforte, adieu.

        le masse sono facili da sviare: i mezzi di distrazione di massa funzionano alla grande, si parla di tutto,
        ECCETTO i diritti dei lavoratori, oramai anche nel giorno della festa del lavoro.

        e, nell epoca dei miraggi digitali, chi piu distrae, piu guadagna.

        in questo contesto non sorprende che i diritti dei lavoratori ogni anno si assottigliano, che si si ritragga il potere di acquisto dei loro stipendi, che avanzi la mancanza di tutele, l assenza di qualsiasi rappresentanza politica parlamentare.
        come unica soluzione rimane loro il primo populista che passa.

        addirittura sono gli stessi lavoratori ad applaudire i mezzi di distrazione di massa e i giullari del capitalismo.

        ci sono giullari talmente vicini ai lavoratori che non disdegnano i tanti dindini che provengono dai loro sponsor, tipicamente delle multinazionali, quelle che qui chiudono, lasciano migliaia di lavoratori per strada e poi delocalizzano in paesi dove i diritti non esistono e il lavoro costa meno, le tutele dell ambiente assenti. gli stessi lavoratori che poi sotto il palco applaudono.

        certamente, chi riceve benefit da queste multinazionali parlera di tutto, ma nulla che possa intaccare gli interessi di queste multinazionali, né dei diritti da loro stracciati, dalla precarizzazione dilagante.

        i lavoratori, distratti dalla ars retorica dei giullari, applaudono. si considerano addirittura dei privilegiati.

        1. Come dire che il lavoratore è un idiota che applaude chi lo affama. Mi perdonerà ma io non credo agli illuminati in grado di indicare la strada alle masse oppresse. In ciò che scrive sento non so se disprezzo o disillusione per la democrazia. E non mi piace né l’uno né l’altro.

          1. cio che lei sente esiste solo dentro di lei, non in cio che io ho scritto.

            semplicemente, le mie parole si riferiscono a un processo in essere, di direzione diametralmente opposta a quello che Marx suggeriva agli oppressi per affrancarsi e per rivendicare i propri diritti.
            i contadini francesi di fine 800 erano una classe in se, avevano tutte le caratteristiche per esserlo, ma non lo erano, in quanto non organizzati e non rappresentati nel loro insieme. agivano separati e singolarmente, non avevano alcun potere contrattuale e rivendicativo.,

            il fatto che non fossero una classe per se (ovvero sapere di esserlo e proporsi come tale) impediva loro di tutelar i propri interessi. questo era il limite che Marx aveva individuato
            nei contadini francesi e proposto la soluzione al problema, non solo dei contadini francesi, evidentemente.

            ai giorni nostri il capitalismo, anche attraverso i suoi giullari (talmente rivoluzionari che sono pagati piu di mille operai…), sta facendo il percorso inverso, ovvero sfilaccia e frantuma quel che rimane dell identita di classe, distrae creando altre categorie, innovative e di forte impatto emotivo. trasforma le classi subalterne in classi in se, e sempre piu lontane da classi per se, esattamente come erano i contadini dell 800..

  2. One comment? Non si usa….
    Tomaso Montanari – Unica persona che conosce le cose????? No, studia tutto di nuovo!!! Ti brucia la mancanza della Sinistra? Devi per sorza ingoiarla….

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