«Democrazia diretta»: da chi?

Volerelaluna.it

11/02/2021 di:

«Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico: che preveda un super-Ministero della Transizione Ecologica e che difenda i principali risultati raggiunti dal MoVimento, con le altre forze politiche indicate dal presidente incaricato Mario Draghi?».

La portata smaccatamente ‒ quasi provocatoriamente ‒ manipolatoria del quesito con cui l’11 febbraio gli iscritti al M5S stanno votando sull’adesione al Governo Draghi esplicita in maniera emblematica il potere di chi controlla la tecnologia nei confronti degli utenti delle piattaforme informatiche. Già in passato lo stesso Beppe Grillo si era spinto a dileggiare il modo in cui, tramite il sito Rousseau, ai militanti pentastellati veniva chiesto se processare Salvini per il sequestro dei migranti sulla nave Diciotti. «Se voti Si vuol dire No. Se voti No vuol dire Si. Siamo tra il comma 22 e la sindrome di Procuste!», aveva sentenziato l’«elevato» in un post su Facebook del 17 febbraio 2019.  Poche settimane dopo, a fronte del disastroso risultato del Movimento 5Stelle alle elezioni europee, la manipolazione si faceva ancora più esplicita: «Domani si vota su Rousseau per confermare la fiducia a Luigi Di Maio», twittava senza ritegno l’account ufficiale del movimento il 29 maggio 2019. La possibilità del voto contrario non era contemplata nemmeno in astratto. Chissà mai che qualcuno degli iscritti si fosse lasciato tentare…

La cosa più grave è che nessun soggetto indipendente sa come effettivamente funzioni il sito della Casaleggio Associati: quali garanzie vi siano che a tutti sia consentito l’accesso, che la partecipazione sia quella dichiarata, che il voto non sia controllabile o, peggio, manipolabile. A lasciare interdetti non è tanto che il Garante della privacy abbia ritenuto di sanzionarne l’opacità, quanto che la sanzione di cinquantamila euro sia stata prontamente pagata, senza che la contestazione andasse al di là di un’accusa di pregiudizio politico affidata al «Blog delle stelle».

A ben vedere, la manipolabilità degli elettori è un limite che da sempre grava sugli istituti di democrazia diretta. Il potere di rivolgere la domanda è ben più decisivo di quello di fornire la risposta. Referendum, petizione, iniziativa popolare ecc. sono tutti strumenti attivabili da minoranze organizzate che formulano opzioni politiche circoscritte da sottoporre al corpo elettorale. Sono, dunque, più credibilmente considerabili dispositivi nelle mani di élite, in dialettica con le forze parlamentari, piuttosto che come mezzi d’azione del popolo nel suo complesso.

Come ha argomentato il costituzionalista tedesco Ernst-Wolfgang Böckenförde – che pure riconosce alla democrazia diretta un «plusvalore democratico» rispetto alla democrazia rappresentativa – le forme della democrazia diretta non riescono a mascherare la sostanza dell’organizzazione rappresentativa che le mette concretamente in azione. Basti pensare alla formazione politica che più di tutte, nella storia repubblicana, ha utilizzato lo strumento referendario, il Partito radicale: un ristretto circolo di militanti raccolto intorno a un leader carismatico oggetto di venerazione. 

Esempio clamoroso di manipolazione dell’elettorato tramite lo strumento referendario è il quesito formulato per la consultazione costituzionale del 2016: «Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione?». Come a dire: siete favorevoli o contrari al Paese di Bengodi?

Persino la scelta della data della consultazione può rivelare le intenzioni manipolative dei proponenti: come nel caso del referendum consultivo veneto sull’autonomia regionale differenziata, fissato nel giorno esatto del 151° anniversario del plebiscito che sancì l’annessione del Veneto al Regno d’Italia.

Con battuta fulminante, il costituzionalista Alfonso Di Giovine domanda: «democrazia diretta: da chi?» e mette in luce come, nella storia repubblicana, i quesiti referendari siano sempre stati utilizzati, più che per innovare l’ordinamento giuridico, per influire sugli equilibri politici esistenti. Esattamente quel che oggi fa la forza politica che doveva cambiare per sempre il modo di fare politica in Italia, quella che doveva aprire il Parlamento «come una scatoletta di tonno». E, invece, eccoli qui, disciplinatamente inscatolati, nel metodo e nella sostanza, esattamente come tutti gli altri.